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Lucrezio


L’ultimo autore dell’età cesariana è il poeta Lucrezio, un giovane romano di cui si hanno poche notizie, giunte fino ai giorni nostri grazie a San Girolamo (un uomo di chiesa); Lucrezio era un poeta latino che si dice avesse bevuto un filtro d’amore diventando folle, fino ad arrivare a togliersi la vita (intorno ai 43 anni). Egli scrisse un opera, il De Rerum Natura, un trattato filosofico scritto in versi con temi di carattere etico-didascalico (forniva insegnamenti dell’epicureismo, rivolgendosi agli aristocratici a liberarsi dalle paure attraverso un approccio razionale alla realtà). Epicuro era un filosofo greco del quale è rimasta solo una lettera “A Meneceo”, nella quale si trova tutta la sua dottrina. Egli aveva una concezione materialistica dell’ esistenza, secondo la quale tutto ciò che ci circonda è materia formata da atomi (sottoposta ad un ciclo di modificazione). In questa concezione gli dei non si occupano delle vicende dell’uomo e del mondo (perché riguardano semplicemente la fisica). Epicuro, per primo osò sollevare gli occhi al cielo senza farsi intimorire dal brontolio minaccioso del cielo, sfondando le porte della superstizione. Nella lettera, Epicuro sosteneva che l’uomo non doveva mai smettere di fare filosofia, per raggiungere la felicità (hedoné = piacere). Il piacere epicureo è stabile (o catastematico), raggiungibile attraverso l’atarassia (lo stare lontano dalle passioni), vivendo una vita all’insegna dell’otium. Inoltre la figura di Epicuro si ritrova nell’opera di Lucrezio. L’uomo vive attanagliato dalle paure (paura degli dei, della morte, del dolore e di non avere il necessario per sopravvivere), che poi risolverà con il Tetrafarmaco. La paura degli dei è infondata perché gli dei sono formati di materia più nobile degli uomini, e perciò non si mischiano con essi (vivevano negli intermundia). Lucrezio sosteneva che la natura non fosse fatta a misura d’uomo, ma bensì è ostile ad esso. La morte non deve intimorire, in quanto se vi è la morte non vi è la vita, e viceversa. Egli sosteneva che l’anima morisse insieme al corpo, quindi senza causare dolore. Non bisognava avere paura del dolore perché l’istante del dolore è breve e se è forte porta alla morte. Anche la paura di non avere il necessario per sopravvivere è inesistente, in quanto si possono creare problemi solo desiderando sempre di più; i beni necessari alla sopravvivenza sono i più semplici da avere. È meglio avere poche cose ma buone, piuttosto che averne tante ed essere infelici. Lucrezio decise di trasmettere tutti questi ideali, in quanto questo periodo è di grande crisi (il popolo sopportava sempre meno la religione prestabilita, basata sulla superstizione, avvicinandosi sempre di più verso quelle orientali o verso le filosofie). L’epicureismo a Roma fu molto osteggiato perché predicava l’otium letterario (anziché il negotium), sostenendo che gli uomini sono tutti uguali davanti alla morte (negava la disparità sociale); fu invece molto più apprezzato lo stoicismo, che sosteneva che il mondo fosse regolato dal lógos (gli aristocratici vedevano in esso il Senato romano). Gli stoici erano favorevoli all’attività politica (negotium), anzi, la vera virtù dell’uomo consiste nell’esplicitazione delle proprie qualità in politica. Il De Rerum Natura è dedicato a Gaio Memmio, un protettore di Lucrezio, che compare solo all’inizio del poema; probabilmente egli restò coinvolto in scandali politici, per cui non venne più nominato nel libro. L’opera è in 6 libri (a gruppi di due, chiamati diadi) scritti in esametro, per rendere più piacevole una materia ostica come l’epicureismo. Tutti i libri dispari contengono elogi a Epicuro. Lucrezio utilizza la metafora del miele nel bicchiere che contiene l’amara medicina. La prima diade parla di fisica. I fenomeni naturali seguono la corruzione atomistica di Democrito (l’atomo è indivisibile). La materia si forma da aggregazione e disgregazione di atomi. Nel secondo libro Lucrezio è stato ancora più preciso di Democrito, facendo ricorso al Clinamen, secondo cui gli atomi in movimento ad un certo punto deviano le loro traiettorie in maniera del tutto casuale, aggregandosi formando la materia. Tutto è quindi soggetto a una trasformazione. Nel primo libro si fa elogio ad Epicuro e uno a Venere; questa è un’allegoria, in quanto Venere, dea dell’amore è usata contro Marte, dio della guerra: l’auspicio è che possa placare l’ira di Marte, riportando la pace a Roma. Venere può essere anche intesa come allegoria della natura; la dea era anche la protettrice della famiglia di Memmio (quindi si fa un altro tributo al personaggio). Nella seconda diade si affronta il tema dell’anima, formata da atomi (alla morte del corpo, muore anch’essa); l’anima è il principio vitale dell’uomo, a differenza dell’animus (che ha a che fare con la sfera dei sentimenti), situato al centro dell’anima. Si parla anche delle sensazioni: dal mondo sensibile si staccano delle sottilissime membrane di atomi , chiamate simulacra, che vanno a colpire i nostri sensi, facendo partire le percezioni. Lucrezio parla anche delle illusioni ottiche, dei sogni (ingannevoli, al contrario dei sensi). Nel quarto libro parla dell’amore, biasimato da Lucrezio perché è una forza travolgente che porta l’uomo alla follia (amore=furor). Nell’ultima diade si parla della collocazione degli dei, che esistono ma non si occupano degli uomini (perché fatti di atomi migliori). Lucrezio si propone di dare una spiegazione agli intermundia, ma ad oggi non è arrivato nulla (o perché egli morì prima di poterlo scrivere, o perché alla fine non lo scrisse di proposito). Il cosmo è infinito secondo Lucrezio; egli ipotizza l’esistenza di un universo infinito con la metafora di un arciere che su una rocca scocca una freccia, che tende all’infinito. Si parla anche del progresso: gli uomini primitivi vivevano meglio di quelli del tempo di Lucrezio, che hanno utilizzato il progresso in maniera avida (senza migliorare la vita morale delle persone, ma bensì peggiorandola). Leopardi sosteneva la stessa teoria, in quanto il progresso non aveva ucciso le illusioni. Il quinto libro si chiude dicendo che la paura degli dei è irrazionale. Il sesto libro parla dei fenomeni naturali, tutti dovuti a cause fisiche, comprese le malattie; si chiude con l descrizione della peste di Atene che miete migliaia di vittime. Lucrezio sosteneva che delle particelle ammalate fossero state trasportate dall’aria. Vi sono due ipotesi sulla continuazione dell’opera: la prima sostiene che lui avesse proseguito la stesura dell’opera, la seconda è che lui non sia riuscito a sconfiggere la visione pessimistica della natura. Per spiegare l’atteggiamento superstizioso degli uomini, Lucrezio fa l’esempio di Ifigenia, figlia di Agamennone, che il giorno delle nozze fu condotta all’altare con l’inganno (del padre) e sacrificata affinché fosse favorevole la partenza della flotta per la guerra (Ifigenia in Aulide). La descrizione del mito finisce con la parola “religio”, intesa come superstizione. Vi è anche un’altra versione esistente del mito, quello di Ifigenia in Taulide (nella quale Diana salva Ifigenia).
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