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SAGGIO e SAGGEZZA - De constantia sapientis

Il dialogo De constantia sapientis è destinato ad Anneo Sereno, familiaris di Seneca, di ceto equestre e prefetto dei vigiles, che Seneca sceglie come allievo da iniziare alla filosofia stoica (ma il giovane morì prematuramente, per avvelenamento da funghi). L’opera fu scritta tra il 55 e il 58 d.C. (periodo in cui Seneca era educatore di Nerone) per la necessità di convincere Sereno a permanere con costanza negli uffici pubblici intrapresi, anche se i rapporti con l’alta società romana suscitassero in lui ira e sconforto (per il carattere arrogante dell’elite).

CONSTANTIA - Da un lato è la perseveranza nei propositi e nei giudizi, la coerenza tra pensieri e azioni; dall’altro è una caratteristica della virtù e del vero sapiente, che è irremovibile e non viene scalfito da dolore o rovescio della sorte. Ricorrono ad essa anche il mos maiorum (in merito a fermezza, patientia e coerenza del vir) e il pensiero stoico, per il quale la constantia era una virtù, l’ “attitudine a ubbidire alle scelte della ragione”.

IMPERTURBABILITÀ - L’analisi della constantia parte da un punto di vista negativo e dinamico: viene infatti definita dialetticamente come “resistenza a tutto ciò che spaventa e abbatte l’uomo” (malvagità altrui, torti subiti, offese e maldicenze). Centro tematico è il paradosso per cui non è possibile che il saggio sia toccato dall’ingiuria o dalla contumelia. Nelle obiezioni che immagina nel dialogo, Seneca difende il paradosso tramite confutazioni e sillogismi, utilizzando molti esempi concreti; in particolare, dice che la costanza del saggio non sta nell’essere al riparo da ogni provocazione, bensì, pur subendo le provocazioni, nel rimanerne illeso. Segreto di questa invulnerabilità del saggio è il suo animo virtuoso, che porta sempre con sé: egli non patisce alcuna violenza intesa come privazione di qualche bene, poiché lui non percepisce i beni come tali (sono indifferenti).

SOCIETÀ E POLITICA - La tematica morale viene calata nella realtà sociale romana, soprattutto in riferimento all’odiosa dominazione di Caligola; le iniurie e le contumeliae sono quelle dei ricchi e dei potenti, di una classe dirigente corrotta e degenerata. Oltre al ritratto del sapiens ideale, Seneca definisce la constantia anche in termini politici: è la capacità di affrontare con fermezza i fastidi derivanti dalla vita pubblica e dal potere.

DIALOGO FILOSOFICO

ORIGINI GRECHE - A Platone sono da ricondurre i primi dialoghi, che costituirono un modello inimitabile per struttura scenica, immediatezza dei discorsi, vigore del ragionamento e cura per i dettagli. Platone adottò la “tecnica maieutica” socratica: domanda → l’interlocutore dà definizioni contraddittorie → ammette di non conoscere bene i termini del problema → attraverso domande serrate gli si fa “partorire” la verità. Vi sono anche influssi dalla sofistica (Protagora) e dalla commedia (alla quale si ispirò Platone per alcuni dialoghi). Anche Aristotele li usò, ma in seguito li trasformò più che in conversazioni, in “lezioni” impartite da un maestro.

CICERONE - Obiettivo degli autori latini era la divulgazione dei risultati raggiunti dai greci, con lo scopo di cogliere spunti significativi da tutte le fonti filosofiche greche. Cicerone ne fu il massimo esponente: attinse sia da Aristotele (il non esporre in maniera dialogica, ma gli interlocutori si esprimono in un discorso continuato; ambientazione nel presente e partecipazione dell’autore) sia da Platone (“messa in scena” quasi teatrale).

SENECA - I dialoghi di Seneca non sono veri e propri dialoghi: manca una cornice che indichi quando è avvenuta la conversazione, l’interlocutore è introdotto con un semplice vocativo e le obiezioni servono soltanto a vivacizzare l’esposizione, introdurre nuovi temi o ribadire argomenti importanti. Più che dialoghi, sono delle conversazioni su argomenti filosofici (a metà fra la direzione spirituale e l’intima meditazione introspettiva).

SAPIENS - Il sapiens (da sapere = “avere sapore”, cioè avere discernimento) è il saggio, in particolare quello stoico, che coltiva la sapientia (la saggezza) virtù per eccellenza: essa gli consente di raggiungere la libertà psicologica da ogni condizionamento esterno (sia positivo, sia negativo). Il caso esterno dipende dalla fortuna (la sorte) che è mutevole e sfugge al nostro controllo; la virtù di sapientia invece dipende solo dal soggetto.

VIRTUS - La virtus (da vir) è l’ “essere uomo”: il significato può variare dal generico valore o virtù fino alle singole capacità dell’individuo. Per uno stoico come Seneca, la virtus è la capacità dell’uomo di vivere secondo ragione, amando il progetto universale e provvidenziale di cui siamo tutti parte: ciò impone di considerare importanti poche cose (il tempo di cui disponiamo e la libertà psicologica derivante dalla sapientia) relegando tutto il resto nella dimensione degli “indifferenti”, cioè le cose che obbediscono al capriccio della fortuna (fama, ricchezza, salute, potere).

TEMPO - Epistulae morales ad Lucilium

Nelle Epistulae ad Lucilium Seneca vuole affrontare la questione del tempo, individuando l’equivoco in cui l’uomo è solito cadere: tutti tendono infatti a proiettare la morte in un futuro così lontano da consentirci di programmare l’esistenza a nostro piacimento; in realtà essa è nel nostro passato, in ogni momento che abbiamo vissuto, e perciò Seneca invita a vivere virtuosamente il presente, non delegando nulla al futuro, che potrebbe essere breve o non esserci del tutto. Il passato, ormai andato, può essere recuperato dalla memoria, e può farci godere nel ricordo se è stato ben vissuto, o in caso contrario, stimolarci a vivere secondo virtù.

EPISTOLARIO - Ritiratosi a vita privata, gli ultimi anni di Seneca furono dedicati agli studi filosofici, alla moglie Paolina e all’amico Lucilio, destinatario delle lettere. È ancora da accertare se si tratti di una corrispondenza vera o di testi fittizi: a sostegno della prima ipotesi ci sono la sincerità e l’accenno a risposte dell’interlocutore. Le lettere rappresentano il testamento spirituale di Seneca, con pensieri che sembrano occasionali, ma che in realtà sono inseriti con coerenza in un profondo messaggio universale di saggezza. Di LUCILIO, il destinatario, non si sa molto, tranne che fu originario della Campania, che raggiunse la condizione equestre e che ricoprì cariche politiche. La raccolta comprende 124 lettere, suddivise in 20 libri, senza un criterio di sistemazione.

CAMMINO GRADUALE VERSO LA SAPIENZA - Fallito il progetto di educatore di Nerone, Seneca non rinuncia però al compito di filosofo morale. Trova infatti in Lucilio un nuovo allievo, e si rivolge a lui nelle Epistulae per configurare un curriculum filosofico che porti il discepolo alla consapevolezza di sé, dunque a conformare i precetti dell’etica stoica, anche se in realtà il vero destinatario dell’opera è l’intero genere umano. I modelli che influenzano la raccolta epistolare sono Platone e Epicuro; la raccolta di Cicerone si differenzia da quella di Seneca, poiché mentre per il primo si trattava di un documento storico e autobiografico senza lasciare spazio a questioni di dottrina o problemi filosofici, per il secondo la pratica epistolare è uno strumento di crescita, un esame interiore e una comunicazione di sapienza. Il confronto con Lucilio non è unilaterale: lo scrivente si sente coinvolto nel processo di correzione e miglioramento di sé (da qui la prima persona e il tono colloquiale).

NON SOLO STOICISMO - Considerate le epistole come tanti tasselli di un cammino graduale verso la sapientia, tale cammino si avvia con la presentazione di scuole filosofiche anche diverse da quella stoica (Seneca usa il paragone delle api, che ricorrono a molteplici fiori per produrre un unico miele). Nella sua filosofia non c’è un affidamento ad un unico sistema di pensiero, ma si valutano tutti i possibili contributi che possano aiutare il discepolo - per questo nelle prime epistole viene citata una massima, facilmente ricordabile, su cui meditare.

PRATICA QUOTIDIANA - Gli altri libri proseguono nell’arricchimento spirituale dell’allievo, presentando un solo argomento per ciascuna lettera (che però si estende quasi come un trattato). La sapientia si raggiunge tramite una pratica quotidiana della filosofia, la sola che possa guidare al pieno possesso di sé, verso la saggezza, che coincide con il disprezzo delle opinioni correnti e l’indifferenza verso i falsi piaceri, nonché la quotidiana meditazione sulla morte, affinché non ci colga impreparati (Cotidie morimur - antitesi del Carpe diem di Orazio).

RISCATTA TE STESSO - Epistola 1

La prima del corpus epistolare, in questa epistola Seneca insiste sulla preziosità del nostro tempo, unico dono offerto agli uomini dalla divinità. Non si sa di quanto tempo possiamo ancora disporre, per questo non bisogna sprecarne, invece a stoltezza ci fa ripensare al passato o fantasticare ansiosamente al futuro. Bisogna invece vivere l’oggi, dedicandosi agli studi filosofici che conducono alla sapientia, senza temere la morte. Questa non è lontana nel tempo, anzi ogni giorno si muore un po’ (per questo tutta la vita già vissuta appartiene alla morte). Seneca non si limita a fornire suggerimenti (come docere - discere) ma analizza anche la propria situazione, e capisce che gli impegni di corte gli hanno sottratto molto tempo (così ammonisce Luicilio).

TEMI - L’epistola è divisa in due parti: nella prima, Seneca dimostra che il tempo non è insufficiente per chi sa impiegarlo al meglio; nella seconda, si tocca il rapporto fra maestro e discepolo: si rifiuta ogni atteggiamento cattedratico e ci si pone sullo stesso piano dell’interlocutore, conversando in dialogo e discussione.

TEMPUS - Propriamente significa “parte di tempo” (dal greco témnein = tagliare) il tempo nella continuità è aevum. Con questo termine Seneca intende lo spazio di vita assegnato a ogni individuo, in cui esprime la sua virtù o scivola in preda alle passioni. Non importa se è breve o lungo, conta solo come viene vissuto.


DIFFERENZE CON IL CARPE DIEM - Sebbene l’esortazione di Seneca a vivere virtuosamente le giornate come se ognuna fosse l’ultima ricordi il Carpe diem oraziano, c’è una sostanziale differenza: nell’invito di Orazio a godere dei beni della vita, soprattutto dell’amore, campeggia lo spettro della vecchiaia e della morte. Per Seneca invece, la morte non è davanti a noi, ma nel passato (il futuro non ci è noto e perciò non ci riguarda).

TEMPO - De brevitate vitae

Il trattato è dedicato a Paolino, personaggio di cui non si hanno informazioni, ma che Seneca descrive come un alto funzionario imperiale (probabilmente fu Pompeo Paolino, padre di Paolina, sposa di Seneca nel 49 d.C.). La data di composizione è incerta: alcuni pensano 49 d.C. (rientro dalla Corsica) altri 62 d.C. (ritiro dalla politica).

VIVERE IN ACCORDO CON LA RAGIONE - Centrale nell’opera è la riflessione sul tempo, un problema sentito nell’età imperiale, per via dell’egoismo edonistico e della sensazione di instabilità e incertezza, causata dalla crisi istituzionale e dal dispotismo dell’età giulio-claudia. Tra l’attivismo frenetico e il disimpegno forzato si apre lo spazio di un tempo che non basta mai (che si potrebbe definire fisico) riservato agli snob e ai superficiali, che lo disperdono in varie occupazioni; c’è poi il tempo dello spirito, disponibile al sapiens perché vi coltivi la meditazione e la filosofia durante l’otium. Tesi di fondo del trattato: non è vero che la vita umana sia troppo breve, come si pensa; la durata dell’esistenza è lunga, purché la si utilizzi con razionalità. L’esistenza sbagliata è causata da incontentabilità, volubilità e superficialità. Gli occupati sono troppo avari di beni materiali, e troppo prodighi della vita (che è il bene maggiore); molti programmano la propria vita, perdendo di vista l’oggi. Ci si dimentica spesso quali sono i veri scopi dell’esistenza: pace interiore e serenità dello spirito.

QUOTIDIANITÀ DELLA ROMA IMPERIALE - La vivacità del trattato delinea un contatto con la società romana di epoca neroniana. Il fascino dell’opera consiste nell’inserire l’elemento speculativo nel vivo dell’esperienza concreta: il tempo viene affrontato cioè non come fenomeno astratto, ma come realtà legata all’esperienza.

METAFORE DEL TEMPO - Il fluire del tempo viene paragonato a un fiume in piena o a un turbine, dal corso inarrestabile e devastante. Un’altra metafora lo paragona a un punto, in relazione alla sua durata nel presente. Entrambe le metafore denotano una concezione negativa del tempo per l’uomo, e da qui Seneca trae il suo messaggio, la contrapposizione fra i tanti occupati e il sapiens: i primi sono incapaci di vivere, il secondo è libero e assegna il giusto valore al proprio tempo. Il saggio si occupa solo del presente, che è ciò che conta, il vivere bene ogni giorno (rilettura del Carpe diem oraziano); lo stoico ha disinteresse per la durata della sua esistenza, che conta solo dal punto di vista qualitativo. L’unico tempo ben impiegato è quello dedicato alla filosofia.

LE PASSIONI E LE OCCUPAZIONI CHE ABBREVIANO LA VITA

TEMI - Dopo una vasta e coloratissima caricatura di occupati, ovvero di “affaccendati”, vittime del tempo, Seneca giunge all’assurdo per cui nessuno, fra i tanti impegni, è in grado di passare del tempo con se stesso e di autoesaminarsi, per capire che una vita spesa a soddisfare le proprie passioni è solo una perdita di tempo. Vengono usati termini propri del linguaggio economico e il tutto è inserito sullo sfondo della società romana contemporanea. Il monito di Seneca è di non sprecare il patrimonio del tempo, ma di diventarne i padroni.

IN MOLTEPLICI OCCASIONI DISSIPIAMO IL NOSTRO TEMPO

TEMI - Questo capitolo si apre con un anatema lanciato contro la ricchezza, il patrimonio e le proprietà (che insieme formano il più grande indifferentia) che l’uomo considera inviolabili e per le quali e disposto a ricorrere alle armi. È lampante il riferimento alla società contemporanea, ma può estendersi anche alle sorti dell’impero, sempre alla ricerca di nuovi territori da conquistare e sfruttare. Nessuno invece si preoccupa dell’unico bene che il destino ci ha donato, il tempo; si butta via la vita dietro i falsi idoli del possesso, e divenendo schiavi delle comuni passioni. Avidità, passione erotica, ambizione, collera, il correre da una parte all’altra della città in preda a impegni incalzanti, abitudini malsane e inerzia svuotano il nostro tempo anziché riempirlo con la virtù.

SOCIETÀ - De beneficiis

Il saggio dunque è libero da condizionamenti esterni, e vive secondo virtù il tempo che il destino gli ha assegnato. Il saggio però non è solo al mondo, ma è circondato dall’humanitas imperiale, alla quale la fortuna ha assegnato le più disparate condizioni di vita. Con essa deve interagire, soprattutto nel caso in cui, come Seneca, sia intenzionato a riformarla, orientandola alla filosofia. Attraverso un nuovo concetto di “beneficio” Seneca definisce il criterio che deve regolare i rapporti fra gli uomini e comprende anche il tema della schiavitù.

Scritto dall’anno del ritiro dalla vita politica (62 d.C.) il dialogo (che sembra un trattato) De beneficiis è suddiviso in 7 libri ed è dedicato all’amico Ebuzio Liberale, un ricco notabile di Lione appartenente al ceto equestre.

BENEFICIO MOTORE DELLA SOCIETÀ - Tema prevalente è lo studio della natura del rapporto tra dare e ricevere, nel trovare un criterio che regoli le relazioni tra gli uomini della società. Seneca lo individua nel “beneficio”, che consiste nella buona disposizione con cui ogni individuo aiuta il suo prossimo e nella gratitudine che ne deriva. Questa nozione di bene facere (bene-ficio) è il motore della società (in particolare quella imperiale di Seneca). La realtà del principato vede tante contraddizioni e ingiustizie, come lo sfruttamento delle province, il divario fra cittadini abbienti e coloro che vivono dei donativa statali, poi i liberi e gli schiavi (con i primi che sfruttano il lavoro degli altri perché rifiutano di svolgere mansioni ritenute degradanti). Seneca è però consapevole che la realtà politica ed economica dell’impero non può essere sostituita, e tuttavia non rinuncia a dare un contributo.

CIRCOLO VIRTUOSO DEI BENEFICI - Fonti di ispirazione per Seneca furono Ecatone, allievo di Panezio (autore di un’opera sui benefici - II sec. a.C.) e il De officiis di Cicerone, per il quale però il beneficio e la clementia erano prerogativa dei boni (esercitati solo dall’alto verso il basso, a senso unico - Cicerone fu a sua volta influenzato da Aristotele che nella Politica aveva sancito la superiorità antropologica del libero sullo schiavo). Con Seneca invece, ogni uomo è in grado di beneficare il suo prossimo: il beneficio, come atto di generosità spontanea, suscita in chi lo riceve un sentimento di gratitudine e di riconoscenza (che è il primo passo verso la restituzione del beneficio). Ingrato non è chi non restituisce il beneficio, ma chi non ricambia con la riconoscenza - questo però non deve frenare gli uomini dal fare benefici: sia per la gioia che si prova nel farli, sia perché i beneficati, con la loro riconoscenza, saranno disponibili ad aiutare il benefattore appena se ne presenterà l’occasione. Si crea così un circolo virtuoso che coinvolge tutti i livelli della società, ed è un beneficio a doppio senso, infatti non vi è condizione sociale, per quanto umile, che non possa beneficare chi occupa una posizione più alta.

BENEFICARE MALGRADO GLI INGRATI

Il capitolo si apre con l’invito a non pretendere subito la restituzione di un beneficio, perché esso è un dono spontaneo e disinteressato e la restituzione consiste in primo luogo nella gratitudine. Gli ingrati andrebbero colmati di benefici, in modo tale da provocare in loro la giusta reazione di gratitudine. Per chiarire il concetto, Seneca dà poi un’interpretazione stoica del mito delle Grazie: esse danzano in cerchio, a simboleggiare la continuità dello scambio che caratterizza la logica del beneficio; inoltre sono ridenti, perché la gioia è il sentimento di chi dà; sono giovani, a ricordare che ciò che danno non invecchia mai e non finisce nell’oblio; sono vergini, perché i benefici sono puri e sacri, non corrotti; le loro vesti non hanno cinture, perché i benefici non sono mai vincolati o forzati; infine sono trasparenti, poiché è bello vedere chiaramente i benefici.

LA DEFINIZIONE DI BENEFICIO

Terminata la digressione sulle Grazie, Seneca entra nel vivo della materia: viene operata una netta distinzione fra contenuto del beneficio e disposizione d’animo con cui è stato dato - l’errore è sentirsi in debito per CIÒ che è stato ricevuto, non per COME ci è stato dato. La sententia è che Non potest beneficium manu tangi: res animo gestitur (un beneficio non si può toccare per mano: tutto avviene a livello dell’intenzione). In tal modo, anche il più umile degli uomini può beneficiare il prossimo, poiché tutto si basa sulla disposizione d’animo (voluntas) che è la parte più importante del beneficio (ne è la natura più autentica). L’importanza della voluntas è ribadita da due esempi: il figlio strappato ai pirati, ma poi preso da un altro nemico e i figli restituiti salvi al padre dopo un naufragio, ma poi colpiti da sorte avversa (ciò indica che il beneficio, l’intenzione del benefattore resta, anche se il contenuto è andato perduto). L’ultimo esempio è quello del potere: anche gli onori accordati da un generale al soldato non sono di per sé un beneficio, ma ne sono il simbolo.

PUÒ UNO SCHIAVO BENEFICARE IL PADRONE?

Nel libro III Seneca non solo nega la possibilità che una legge punisca l’ingratitudine, ma rimuove il pregiudizio secondo cui chi è inferiore per status non può beneficare chi gli è superiore (perché Nulli preclusa virtus est); in particolare, colpisce la pretesa inferiorità degli schiavi, quindi l’impossibilità che possano beneficare il padrone. Si distingue il beneficio dal dovere (officium) e dal servizio (ministerium). Il beneficio consiste nel fare qualcosa per qualcuno pur potendo esimersi dal farlo: questa possibilità è propria di tutti i rappresentanti dell’humanitas (e dunque degli schiavi come dei padroni). Il dovere è dettato da particolari legami (famiglia) mentre il servizio è obbligo della condizione di schiavi; l’assurdo, per lo schiavo, sta nel considerare tutto ciò che fa in più (oltre ai propri compiti) non come beneficium, ma ancora come ministerium (ciò andrebbe contro lo ius humanum).

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