Commento e comprensione de "l'Infinito"

Comprensione

La lirica evoca un’avventura dell’immaginazione avviata de espressioni sensoriali e sostenuta da una meditazione che si allarga e si approfondisce oltre ogni limite. Il testo si articola in due sequenze omogenee e simmetriche, di uguale ampiezza. Nella prima parte (vv. 1-8) l’io-lirico, partendo da una situazione concreta, viene indotto da un ostacolo visivo (la siepe) a passare dal piano della realtà al piano dell’immaginazione (“mi fingo”, v.7), giungendo alla percezione dell’infinito (“interminati spazi”, “sovrumani silenzi”, “profondissima quiete”). Nella seconda parte (vv. 8-13) il poeta ritorna alla dimensione finita della realtà (il ‘qui e ora’ rappresentato da “queste piante”, che indicano la vegetazione che l’io-lirico ha accanto mentre è seduto a contemplare l’orizzonte); ma un altro stimolo sensoriale, in questo caso acustico (“il vento” v.8), gli permette di raggiungere nella fantasia l’infinito temporale e di confrontare l’età presente all’ampiezza delle epoche passate. In questa parte domina il confronto le sensazioni presenti (“il vento”, “queste piante”, la stagione “presente e viva”) e le dimensioni illimitate (“infinito silenzio”, “eterno”, “le morte stagioni”). Nel finale, la situazione iniziale si è rovesciata: il poeta non è più collocato nella contingenza concreta (“quest’ermo colle”, v.1), ma immerso in una dimensione del tutto immaginativa (“questo mare” v.15). Il pensiero si perde in riflessioni che evocano l’infinito (“questa immensità”), ricavandone non più un brivido di sgomento (“il cor…si spaura” del v.8), ma una sensazione di dolcezza (“naufragar m’è dolce” del v.15)

Commento

La poesia presenta caratteri contrastanti. Egli la inizia parlando di Recanati per cui prova amore e odio, questo è il suo natio borgo selvaggio a cui sono legati tutti i suoi ricordi lieti, ma anche la severità e le imposizioni dei suoi genitori che l’hanno sempre oppresso. Lui vede Recanati come un porto sicuro a cui tornare ma anche come un luogo angusto da cui scappare. Questo idillio è stato scritto nel 1819, quando il poeta stava vivendo la sua fase di pessimismo individuale, in cui credeva di essere l’unico uomo destinato alla sofferenza e all’angoscia. In questo periodo egli canta la dolcezza del naufragare nell’infinità della natura. Lui, nella poesia, si siede e si ferma a guardare la siepe, il suo ostacolo. Essa non lo ferma, anzi, lo spinge ad andare oltre immaginando interminati spazi che lo portano in un’altra dimensione, quella della fantasia. La siepe è il suo limite da accettare e capire, per poi sfidarlo ed elevarsi. In questi momenti lui ha la sua catarsi che lo fa sentire pieno e completo ma, al tempo stesso spaventandolo perché comprende di aver superato il limite di ogni uomo, elevandosi e rendendosi infinito. Purtroppo il vento lo riporta alla realtà e, quando prova a compararlo alla sensazione di infinito che provava, si sente eterno e percepisce il passato, il presente e le sue molteplici realtà. Lui allora si lascia cullare dall’immensità in cui sparisce. La poesia è scritta in endecasillabi sciolti, senza rime che avrebbero potuto interromperne la musicalità e scegli parole auliche, in grado di spingere anche noi a superare il limite. Il suo non è un infinito religioso ma è l’infinito di ogni uomo che si appella alla natura per superare la sofferenza, trasmettendoci messaggi e contenuti senza tempo.

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