ITS, cosa sono gli “istituti tecnici” di cui ha parlato Draghi?

Marcello G.
Di Marcello G.
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Mario Draghi, nel discorso programmatico alle Camere, ha posto la scuola come uno dei pilastri su cui poggerà la sua azione di governo. Soffermandosi, in particolare, sul potenziamento dell'istruzione tecnica, che nei suoi piani può avvicinare il mondo dell'istruzione a quello del lavoro. In un passaggio, soprattutto, ha parlato di un investimento di 1,5 miliardi di euro dedicato nel “Programma nazionale di ripresa e resilienza” (collegato al piano Next Generation EU) agli istituti tecnici, confermando la cifra già prevista nelle prime bozze di gestione del Recovery Fund italiano.
Il riferimento è agli ITS (gli istituti tecnici superiori): non le più conosciute scuole secondarie superiori  - agrario, geometri, commerciale, giusto per fare qualche esempio - ma percorsi post diploma che, sebbene ancora poco conosciuti qui da noi (mentre in molti Paesi europei sono già una realtà consolidata), in pochi anni hanno dato prova della loro validità in ottica occupazionale. Skuola.net da anni segue l’evoluzione degli ITS. Così, per l'occasione, ha cercato di raccontare meglio cosa sono e il loro sviluppo nel tempo.

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Una valida alternativa all'università


Gli Istituti Tecnici Superiori sono delle scuole ad alta specializzazione tecnologica, introdotte in Italia dal 2010. In pratica, un'alternativa sia all'università sia alla ricerca immediata di un lavoro poco qualificato subito dopo il diploma di maturità (o il conseguimento di un titolo equipollente). In settori che stanno guidando il cambiamento industriale del nostro Paese. E che, al termine di un corso in genere di durata biennale (al massimo triennale) - indicativamente 4/6 semestri, per un totale di 1800/2000 ore di didattica e formazione - mettono in mano a chi li frequenta un attestato immediatamente spendibile e con alte probabilità di trovare un'occupazione in tempi rapidi.

Il lavoro? Praticamente una certezza


Basti pensare che, secondo l'ultimo monitoraggio – elaborato da INDIRE e aggiornato a maggio 2020 – a dodici mesi dal titolo l'83% dei diplomati ITS ha un lavoro, quasi sempre in un'area coerente con il percorso svolto. Ancora meglio di chi ha una laurea: per dare un termine di confronto, la capacità occupazione delle università, secondo gli ultimi dati Alma Laurea, si ferma attorno al 70% dei laureati (a un anno dal titolo). Inoltre, la metà sono occupati 'stabili': più di 3 su 10 sono stati assunti con contratto a tempo indeterminato o lavorano da autonomi in regime ordinario; il 27,5% è in apprendistato; mentre 4 su 10 hanno un contratto a tempo determinato o lavorano da autonomi in regime agevolato.

A formare i ragazzi sono soprattutto le aziende


Il motivo di tale successo? Il forte collegamento con il mondo del lavoro e con le aziende che operano sui territori di riferimento. A gestirli, infatti, sono le Regioni – attraverso enti di formazione riconosciuti – e i docenti, spesso, provengono dalle stesse aziende che sono in cerca di quelle professionalità. Ad esempio, il partenariato delle Fondazioni ITS è costituito per il 43% da imprese o associazioni di imprese e, nelle attività di stage (che sono come minimo il 30% del monte ore totale), le aziende coinvolte sono state circa 2.500 (quasi la metà sono PMI); inoltre, il 69,4% dei docenti ITS non viene da università, scuole, centri di ricerca ma dalle imprese operanti nei vari settori. Comparti a volte nuovi, per i quali si crea il famoso mismatch tra domanda e offerta (avete mai sentito dire “il lavoro c'è, mancano quelli in grado di farlo”? E' esattamente questo caso).





Gli esempi europei da seguire


Il pensiero, per gli addetti ai lavori, corre immediatamente ad alcune realtà europee già ben rodate, come le Fachschulen (scuole di alta formazione) tedesche o il Brevet de Technicien Supérieur (la licenza di tecnico superiore) francese. Seppur con alcune differenze, l'organizzazione è simile. A cambiare nettamente sono i numeri: nonostante il numero degli iscritti, in Italia, dal 2010 (anno di introduzione degli ITS) a oggi sia in costante crescita – gli ultimi dati ci parlano di oltre 18mila alunni distribuiti tra i vari percorsi attivi (nel 2014/2015 erano poco più di 8.000) – ancora siamo lontani anni luce da realtà come quella tedesca, dove gli iscritti sono più o meno 750mila o come quella francese (siamo sui 500mila) o spagnola (400mila).

I settori di specializzazione


Ma come sono organizzati gli ITS italiani? Attualmente sono un centinaio le fondazioni, per un totale di oltre 700 percorsi attivi (con una netta moltiplicazione rispetto ai numeri iniziali). Divisi in 6 aree tecnologiche considerate “strategiche” per lo sviluppo economico e la competitività del Paese: Efficienza energetica, Mobilità sostenibile, Nuove tecnologie della vita, Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – Turismo, Nuove tecnologie per il Made in Italy (a sua volta articolato in 5 sotto-aree: Servizi alle imprese, Sistema agro-alimentare, Sistema casa, Sistema meccanica, Sistema moda) che da sola assorbe quasi la metà degli ITS. A livello regionale, è la Lombardia quella che registra il maggior numero di Istituti (20); molto più omogenea la distribuzione nel resto del Paese, con le altre regioni che non arrivano alla doppia cifra (la Campania ne raccogli 9, il Lazio 8) ma hanno tutte almeno un ITS (uniche eccezioni, per ora, la Valle d'Aosta e le province autonome di Bolzano e Trento).

Gli Istituti Tecnici Superiori che 'occupano' di più


Per quanto riguarda le aree con le performance migliori, a spiccare sono due branche del “Made in Italy”: il Sistema Meccanica (più del 90% di occupati a dodici mesi dal diploma professionalizzante) e il Sistema Moda (87%). Sopra la media generale anche le “Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali - Turismo” (86%). Ottimi risultati pure per la “Mobilità sostenibile” (84%). Leggermente sotto media tutti gli altri settori, comunque mai sotto il 70%. Le “Nuove tecnologie per il Made in Italy”, che spesso fanno da traino alla nostra economia, prese nel complesso occupano l'83% dei neodiplomati, in perfetta media.

Chi sono gli iscritti agli ITS


Interessante, infine, accennare al profilo degli iscritti. Chi sono i pionieri degli ITS italiani? Quasi la metà, ha un’età compresa tra 20 e 24 anni; più di 1 su 3 ha 18-19 anni. Prevale la presenza maschile (oltre 7 su 10). Circa 6 su 10 possiedono un diploma di istruzione secondaria di secondo grado a indirizzo tecnico. Fin qui tutto in linea con le aspettative. Quello che stupisce è quel 20% di iscritti che provengono dai Licei. Così come non è da sottovalutare la composizione della presenza femminile, con la percentuale più elevata (28%) in possesso di un diploma liceale e più di 1 su 10 addirittura della laurea. Segno di come sia trasversale l'utenza che si rivolge a questi percorsi per avere più chance occupazionali.

Sinora pochi soldi all'istruzione tecnica


Numeri importanti a cui, però, non ha fatto riscontro un altrettanto importante investimento economico. Almeno sinora, i ministri dell'Istruzione che si sono avvicendati a Viale Trastevere hanno potuto piazzare sulla casella ITS più o meno 30 milioni di euro ogni anno. A cui si è andata ad aggiungere la quota di co-finanziamento erogata dagli Enti Locali in cui si innestano le fondazioni regionali, pari almeno al 30% delle risorse nazionali. Facendo un rapido calcolo siamo anche al di sotto di quel ventesimo di cui ha parlato Draghi nel suo discorso rispetto alle somme richieste all'Europa (1,5 miliardi). Una proporzione che basta da sola a dare la misura di quanto potranno crescere gli ITS negli anni a venire se il progetto dovesse andare in porto.
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11 marzo 2021 ore 16:00

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