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La pragmatica studia l’agire umano, dunque la pragmatica linguistica studia l’agire linguistico. Secondo Geoffrey Leech la pragmatica si occupa del modo in cui i parlanti attribuiscono significato alle espressioni linguistiche.
Il termine ‘pragmatica’ è stato introdotto da Charles Morris nell’area degli studi semiotici. Morris distinse tre campi di studio:
- La sintassi, cioè lo studio delle relazioni fra i segni.
- La semantica, cioè lo studio delle relazioni fra i segni e gli elementi della realtà cui essi rimandano.
- La pragmatica, cioè lo studio delle relazioni fra i segni i gli utenti del codice.


Il contesto pertinente per l’introduzione e la produzione degli enunciati è composto da tre componenti:
- Le conoscenze condivise, l’insieme di credenze sociali e culturali sul funzionamento del mondo che i parlanti condividono.
- La situazione comunicativa, ovvero la situazione spazio-temporale in cui si svolge un evento linguistico, le aspettative e gli scopi dei partecipanti.

- Il contesto linguistico, ovvero il discorso in atto e le conoscenze che esso ha generato.


Problemi di omonimia, ovvero di espressioni del codice aventi identico significante ma diverso significato.
 Esempio: l’inglese ‘Tale’ è omofono di ‘Tail’

Parole polisemiche, ovvero parole che hanno più significati.
 Esempio: squadra ; riso.

L’ambiguità può essere a livello lessicale, ad esempio per la polisemia di una parola.
 Esempio: il cavallo in seconda corsia ha saltato l’ostacolo. (Poiché ‘saltare’ vuol dire sia ‘superare’ e sia ‘evitare’)

Le espressioni linguistiche solitamente non sono pienamente specificate riguardo al loro significato. Qui può prodursi ad esempio la vaghezza, che può essere espressa dai possessivi. Sarà il contesto a specificare la natura dell’espressione utilizzata.
 Esempio: al mio paese (può indicare: il paese che possiedo, il paese in cui sono nato, il paese in cui abito.)

Un’espressione in un enunciato può essere indeterminata, ovvero richiedere il ricorso al contesto per la realtà extralinguistica a cui rimanda.
 Esempio: trovo ciò consigliabile!


Si può parlare di uso delle espressioni nominale in:
- Funzione allocutiva: si usa un’espressione in funzione allocutiva per richiamare l’attenzione dell’interlocutore.
 Esempio: mamma? Ci sei? ; gentili ascoltatori, a minuti avrà inizio la telecronaca.
- Funzione referenziale: quando il parlante si serve di espressioni nominali per evocare nel modello di discorso aspetti di realtà.

 Esempio: c’era un re seduto sul sofà.

I parlanti hanno a disposizione tre tipi di espressioni referenziali:
- I descrittori: che fanno riferimento a classi di oggetti accumunati per qualche proprietà. Per poter usare un descrittore in modo appropriato un parlante deve: 1) conoscere il significato intensionale del descrittore, ovvero l’insieme dei tratti semantici che lo definiscono; 2) sapere se il referente che vuole nominare attraverso il descrittore può far parte dell’estensione del descrittore stesso; 3) conoscere il significato intensionale del termine.
- I nomi propri: che evocano direttamente uno specifico oggetto o individuo. Esempio: alice è la protagonista di una serie di avventure.
- Gli indicali: prendendo in considerazione l’esempio ‘trovo ciò consigliabile’, non è possibile attribuire un significato all’espressione ‘ciò’ se non si conosce il contesto in cui tale espressione è stata usata.

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