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SCIENZA NUOVA DI VICO

Vico si inizia subito a distanziare dalle prese di posizione degli intellettuali barocchi ed illuministi già quando venne pubblicata la sua opera più importante, la Scienza Nuova, dove afferma che ci deve sì essere fiducia nel grande mezzo che ha a disposizione l’uomo, vale a dire la ragione, ma non incondizionatamente ed in modo assoluto, come invece facevano gli scienziati e gli altri filosofi, bensì una fiducia critica. Egli apprezza che l’uomo abbia la possibilità di usufruire di un tale mezzo attraverso il quale era giunto ad una serie di conoscenze esatte, ma ne riconosce anche i limiti contrariamente a tutta le tradizione razionalistica ed illuministica che portava la ragione su un piedistallo e che arriverà in taluni casi ad esaltarla come divinità. Già però a partire dal titolo dell’opera, si capisce il carattere di polemica tipico di Vico, il quale decide di intitolare la sua opera Scienza Nuova, rifacendosi anche al Novum Organum scritto da Bacone che in realtà non aveva nessun elemento di novità rispetto all’Organum di Aristotele, che nel bel mezzo del fiorire dell’età della scienza, pretende di aver identificato un nuovo tipo di scienza che in realtà non ha nulla di nuovo o di rivoluzionario: una vera e propria scienza umanistica. L’origine della sua critica alla scienza può essere identificato in una sua affermazione: verum est factum. Egli infatti, dopo aver studiato l’immenso sapere classico giunse ad un nuovo tipo di conoscenza metodologica: per Vico nella ricerca del vero l’uomo ha un percorso ben preciso da seguire, con anche degli impedimenti. Tale percorso viene identificato da Vico nella possibilità di conoscere il vero soltanto attraverso un’esperienza diretta dell’oggetto di studio, che deve essere quindi stato creato dalla stessa persona che pretende ora di analizzarlo: posso arrivare a conoscere la verità di un oggetto solo quando l’artefice di tale oggetto sono io. Una simile affermazione fa sì che i campi in cui l’uomo può pretendere di avere una conoscenza esauriente sono quei campi di cui lui stesso è l’artefice, come la matematica, che una descrizione convenzionale mediante formule fatta dagli uomini. Ma già quando si tratta di applicare la matematica alla realtà, come aveva fatto già Cartesio con la geometria analitica e la fisica, Vico mostra il suo scetticismo in quanto non sono stati gli uomini, i creatori della natura, bensì Dio ed è impossibile che l’uomo possa conoscere qualcosa che solo Dio può conoscere. Egli al massimo può pretendere di conoscere gli stessi eventi di cui è protagonista, quindi la storia, ma non la realtà fisica, al cui verum può tendere solo colui che l’ha creata: l’uomo può al massimo spiegare come accadono i fenomeni ma non perché accadono, come aveva già affermato Newton con la sua affermazione “ipotesis non fingo”. Di conseguenza il cogito, che Cartesio aveva preteso di estendere quale fondamento della conoscenza che noi abbiamo degli oggetti esterni, non è nient’altro che la consapevolezza del fatto che l’uomo è dotato di coscienza. Possiamo quindi definire questa affermazione di Vico in un duplice aspetto: in effetti da un lato essa è un’affermazione di retroguardia per l’epoca, così come anche l’affermazione fatta da Leibniz che esiste un principio metafisico oltre la realtà fisica, in quanto egli non accetta il ruolo sempre più di primo piano affidato alla matematica. Infatti la Scienza Nuova secondo Vico non è la matematica che era stata tanto osannata dai filosofi illuministi, che lo ostracizzeranno proprio per la sua condanna alla scienza e per la sua esaltazione della storia come vera materia di studio della filosofia, ma la storia perché raccoglie tutti gli eventi che sono accaduti a partire dagli uomini primitivi per arrivare all’epoca contemporanea di Vico: e sta proprio qui l’affermazione rivoluzionaria e allo stesso tempo antiquata di Vico, che proprio per tale motivo sarà uno degli autori più studiati nel Romanticismo. Secondo Vico il tentativo cartesiano di trovare una certezza su cui poter basare tutto il metodo della conoscenza, vale a dire il cogito, non è giunto a buon fine proprio perché il cogito fornisce all’uomo solo una consapevolezza di sé e non della realtà esterna, di cui può essere sicuro soltanto l’artefice, cioè Dio, fondamento della verità e quindi della conoscibilità. Per Vico la storia è formata da due diverse componenti, il certum e il verum: il certum è la descrizione dei fatti storici reali ed accertati, mentre il verum è l’insieme delle motivazioni ideali che determinano la storia e fanno accadere gli eventi. La storia secondo Vico è quindi formata da due discipline che hanno per oggetto dei loro studi il certum e il verum: la filosofia, che è lo studio minuzioso di tutti gli eventi, invera il certum, calando gli avvenimenti storici nel loro contesto specifico e la filologia, il cui compito è accertare il verum, fornendo degli esempi e dei fatti che possono accreditare una determinata tesi. la storia appare quindi formata per Vico da queste due discipline che, grazie alla loro integrazione, fanno sì che la storia sia nella sua completezza e diventi una vera Scienza nuova.

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