UTOPIA

Il termine utopia deriva dal greco ( u- topos = non luogo, cioè in nessun luogo, ovvero non esiste in nessun luogo ancora), l’utopia politica delinea uno stato ideale e perfetto che non si trova ancora in nessun luogo, che non vuol dire irrealizzabile, ma che non esiste ancora ma coloro che descrivono questi stati credono che possano realizzarsi prima o poi da qualche parte. L’utopia politica parte da una critica a quello che è lo stato reale, quindi per quando riguarda Tommaso Moro, uno dei massimi esponenti, una critica all’Inghilterra del cinquecento, ovvero periodo delle monarchie {Francia e Spagna avevano una monarchia assoluta, mentre quella inglese era di tipo costituzionale}. Infatti ciò che viene criticato è proprio il regime monarchico e tutti gli autori di questo filone presentano stati democratici, basati sul principio dell’uguaglianza sociale senza quella fortissima gerarchizzazione sociale, sia dal punto di vista economico che da quello politico, che invece si riscontrava nella realtà. Bisogna, secondo gli utopisti, andare dritti alla radice dei mali e sradicarla, e siccome il vero male della società, fonte di tutte le diseguaglianze sociali, è la proprietà privata la prima cosa da fare in un modello di stato ideale è abolirla. Platone, con la Repubblica, è considerato un precursore dell’utopia rinascimentale. Tutti gli autori utopisti hanno in comune con Platone il tema dell’abolizione della proprietà privata, in quanto Platone fu il primo a parlare di comunismo in senso primordiale, ovvero comunanza dei beni, come donne, bambini, ecc. Platone infatti aboliva quelle che erano le due istituzioni principali, la famiglia e la proprietà privata, perché tutto è subordinato allo stato per cui anche l’educazione del bambino doveva avvenire non all’interno della famiglia ma all’interno dello stato. Un altro elemento in comune tra Platone e gli utopisti Moro e Campanella è la centralità data a due elementi, quali l’istruzione e il lavoro. Sappiamo che Platone da un’importanza fondamentale al lavoro, tutti dovevano lavorare, nel senso che c’era una divisione dei compiti nello stato di Platone, esistevano tre funzioni fondamentali: il governo, la difesa e il mantenimento dello stato, cioè l’economia, tutti e tre affidate a tre diverse classi ma tutti comunque dovevano lavorare e dare il loro contributo allo stato. Quello che contata era il tutto, la totalità, cioè era il bene collettivo, l’individuo doveva collaborare facendo il proprio compito con il fine del bene dello stato. Questa teoria di Platone è una teoria organicistica. Per organicismo si intendono tutte quelle teorie filosofiche che pongono la totalità come superiore alle parti che la compongono, ogni parte è finalizzata al bene della totalità e non ha senso se non nell’insieme. Il lavoro viene inteso in questo modo, ovvero come l’opposto dell’ozio e non solo quello manuale ma come contribuire al bene dello stato. Platone dava un’importanza grandissima anche all’istruzione, tant’è che l’istruzione veniva affidata allo stato e ciascun individuo grazie allo stato deve compiere il percorso che prevede diverse tappe, diverse materie. Tutti i temi elencati sono opposti a ciò che succedeva nella realtà. L’istruzione ad esempio durante il rinascimento, e quindi con il ritorno allo studio delle letterature e delle lingue classiche, era diventata elitaria, solo i ricchi potevano pagarsi gli studi e neanche il lavoro era distribuito equamente, ma c’era chi non lavorava e parassitava sullo stato o vivendo di rendita (il clero e la nobiltà) e chi invece lavorava tutto il giorno in quanto costretti a fare quella parte di lavoro che doveva spettare al clero e alla nobiltà, come i contadini. Lo stesso discorso si può fare con il pagamento delle tasse.

Rispetto a quella di Platone, nel rinascimento l’utopia diventa anche un genere letterario che ha i propri canoni e caratteri narrativi. I filosofi utopisti rinascimentali scrivono sotto forma di romanzo filosofico, cioè non viene utilizzata la forma del saggio o del trattato filosofico ma viene utilizzata la forma del romanzo filosofico, ovvero l’opera ha una struttura narrativa, c’è una storia con dei personaggi ed una trama, però il contenuto è un contenuto filosofico. L’utilizzo di questa forma aveva uno scopo didattico, in quanto era più semplice leggere un romanzo che un saggio. Si faceva narrare da un personaggio principale, di solito un viaggiatore, il viaggio in un luogo molto lontano, spesso un’isola (in quanto lontana e completamente separata dalla terra ferma e quindi dalla realtà), nel quale si era imbattuto in una forma di governo diversa e lo descrive.

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