pexolo di pexolo
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Pragmatismo

Simmel indica nel pragmatismo un’altra forma della vita contro le forme. Nel pragmatismo, come dice il termine, la verità è inseparabile dalla prassi: è nella pratica che il contenuto si dimostra vero; esso è una reazione al neoidealismo americano: mentre per questo la verità è un contenuto obiettivo che la ragione riconosce, per i pragmatisti solo nell’azione, nella pratica, è possibile riconoscere il contenuto di senso di un’affermazione. Il criterio che il pragmatismo adotta per l’idea di verità è il beneficio che un’idea ha sulla mia vita: una posizione ideale rende la mia vita più soddisfacente, più serena, psicologicamente più distesa; il problema della verità non è quindi più un problema teoretico, ma piuttosto filosofico: il pragmatismo riconduce la verità a rassicurazione dell’esistenza, a incremento e soddisfazione di essa. Quindi, anche il pragmatismo segue quella sorta di interiorizzazione romantica: tutta la seconda metà dell’800 è caratterizzata da un’accentuazione dell’oggettività (del mondo, delle cose), per cui l’interiorità dell’io non conta più nulla, mentre ora una reazione neoromantica insiste sull’interiorizzazione.

Critica al pragmatismo

Se una posizione garantisce benessere, con ciò stesso è legittimata: che poi questo avvenga attraverso un processo di plagio o di vera e propria distruzione mentale non importa, perché ciò che conta è che io “mi sento bene”. Il pragmatismo porta inevitabilmente a questi eccessi, perché non si può più chiedere la veridicità o meno di una posizione: queste domande vengono accantonate perché il criterio psichico viene elevato a normativo, come se fosse l’unico criterio.

Riabilitazione della psicologia

Il limite di tanta parte del pensiero moderno, soprattutto da Kant in avanti, è che separa la logica dalla psicologia: la scissione kantiana tra io trascendentale ed io empirico (psicologico) significa che la psicologica in Kant non ha più nessuna voce per stabilire il criterio di verità. Per gli antichi, se una posizione è vera l’anima è sana: il criterio della sanità dell’anima è sempre stato chiamato in causa come una controprova della verità teoretica; non può esistere una verità che fa impazzire la mente, o che fa ammalare l’anima, vuol dire che non è vera, vuol dire che in quella posizione filosofica c’è qualcosa che non va. Questa è l’intuizione vera del pragmatismo, cioè l’aver riconosciuto che l’elemento anima, messo tra parentesi dalla filosofia postkantiana, è invece importantissimo, perché è un elemento di verifica della verità teoretica; non si può cioè ridurre la verità teoretica alla psicologia, ma non si può neanche affermare che la psicologia non ha nulla a che fare con la verità teoretica, perché se essa è vera allora l’anima è sana psichicamente. L’uomo certamente non è solo anima, ma essa è l’inizio imprescindibile perché il pensiero nasce sul terreno dell’inconscio, cioè l’io primordiale.

Antiessenzialismo

Mentre tutto il pragmatismo originario dissolveva in vita la configurazione del mondo solo da parte del soggetto, ciò è ora avvenuto anche dal lato dell’oggetto: della forma come principio cosmico esterno alla vita non è rimasto più nulla, il pensiero contemporaneo starebbe dissolvendo ogni idea di essenza, ogni forma come principio cosmico. Per questo il pensiero contemporaneo sarebbe radicalmente antiplatonico e antiaristotelico: il principio che la realtà contenga delle essenze, delle forme, è evaporato. Potremmo dire che il pensiero degli inizi del ‘900 già si avvia ad essere un pensiero esistenzialistico, nel senso sartriano: Sartre, nella conferenza L’esistenzialismo è un umanismo (1946), scrive che l’esistenzialismo è quella posizione per la quale «l’esistenza precede l’essenza». La mia vita non avrebbe alcuna natura, nel senso proprio, ma ognuno di noi decide in libertà chi vuole essere.

Pensiero antisistematico

A suo avviso, il pensiero degli ultimi anni è divenuto un pensiero antisistematico, e quindi antihegeliano; secondi Simmel, se c’è una controprova che la vita vuole se stessa e non altro, questa sta nel rifiuto del sistema, che è la forma per eccellenza della ragione. Non a caso, negli anni di Simmel il sistema tedesco franava da ogni parte e non solo quello politico, ma anche quello filosofico, che aveva giustificato quello politico; la diffusione generale di un pensiero antisistematico è dimostrata anche dal fatto che uno degli autori più diffusi nell'arco di quegli anni è Kierkegaard. La stessa visione meccanicistica del mondo, quella che trionfa nella fisica da Galilei a Newton, non è più accettata; viene rifiutato tutto ciò che è oggettivo, sia nella materia che nello spirito: da un lato si rifiuta il positivismo con le sue leggi naturali e dall'altro viene rifiutato anche l’idealismo, il quale afferma l’esistenza di essenze ideali rispetto alle quali la vita dovrebbe stare sottoposta. Secondo Simmel, questa opposizione contro il mondo ideale è un’opposizione tragica, perché la vita non riesce più a trovare una sua consistenza in ciò che è più grande di lei. Questo movimento neoromantico, vitalistico, dei primi del ‘900 è un movimento anticlassico: tutta la cultura classica viene come congedata, rifiutata. L’essere contro la forma tout court significa l’odio verso la classicità, perché tutto il pensiero classico è dominato dall’idea che il lògos è presente non solo nella testa dell’uomo, ma anche nella natura.

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