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Sofferenza come via ontologica


Per Schopenhauer la prima delle varie e possibili vie della liberazione dal dolore che affligge l'umano vivere nel mondo delle volontà singolari è anzitutto quella della conoscenza della genesi del dolore. Se esso dipende dalla pulsione auto-affermativa del sé, la sua conoscenza determinerà l’estinzione della volontà separata. Provvisoriamente con l’arte, parzialmente con la giustizia e carità, in modo definitivo con l’ascesi. Riguardo a Epicuro, anche in questo ultimo c’è una sorta di ascesi, ma essa è parziale e funzionale, in un tentativo di controllo del desiderio, ma non di suo annullamento. Che è invece ciò a cui tende Schopenhauer, un annullamento totale di ciò che la volontà impone nella sua auto-affermazione. Già nella contemplazione estetica scompare il soggetto individuale e illimitato, anche se non è ancora una vera liberazione dal sé, ma solo un quietivo momentaneo. Il suicidio non è una liberazione della volontà di vivere, anzi è sua esaltazione, un atto violento di affermazione di un essere attaccatissimo alla vita, solo che ne vorrebbe una diversa dimensione. Dobbiamo partire dalla conoscenza della miseria della nostra vita, che dovrebbe essere una lezione progressivamente a non volere, il distacco. Le grandi sofferenze possono favorire questa conversione alla noluntas.
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