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Dolore, sofferenza e ricerca del bene altrui


Se in un’azione benefica si innesta un motivo e movente di carattere egoistico o addirittura malvagio, cioè ricerca di bene proprio o del male altrui, mentre ciò che implica il vero amore dell’altro è la ricerca del bene altrui. Si fa il male altrui con l’apparente azione benefica quando per esempio si fa il suo bene per mortificare, oppure per acuire il dolore, o svergognare un soggetto terzo. Il bene fatto per egoismo è il più frequente. Forme di beneficienza strumentali e funzionali.
Perchè sia davvero amore del prossimo l’obiettivo deve essere soltanto il bene e il bisogno dell’altro.
Schopenhauer sottolinea che l’unico obiettivo che occorre proporsi è che l’altro soffra meno. Se invece si è filantropi nel senso di barattare le proprie opere per un compenso, si è sulla via delle tenebre. Il premio è l’atto donativo in sé.
Come è possibile che un dolore che non è mio diventi tale e mi muova positivamente verso l’altro? Può accadere solo se partecipo al suo sentimento e lo sento come mio, pur rimanendo di un altro. Ottimisticamente, tra veder soffrire e soffrire non c’è in realtà effettiva differenza. Un’affermazione di questo genere presuppone la possibilità di un processo di identificazione con l’altro, di abbassamento e abbattimento della barriera tra Io e non-Io, se di fatto in lui soffro anche io.
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