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Arte come terapia

L’effetto di sopprimere per un attimo la propria individualità volitiva. Si ammirano le cose non nelle loro relazioni temporali e spaziali, ma per quello che essenzialmente sono. L’arte consente rappresentazione e visione del mondo non più legata alle connessioni fenomeniche ma alla contemplazione delle idee universali in cui la Volontà immediatamente si oggettiva. In tal modo l’arte ci sottrae al principio di ragione, all’osservazione frammentata del mondo, alla conoscenza approntata al dissidio e antagonismo permanente. L’effetto terapeutico è che non c’è più la contrapposizione tra le individualità, per lo meno nel momento artistico.
Tale terapia è disponibile per tutti? Sì e no, perché a questa visione degli archetipi non pervengono tutti gli uomini, ma solo quei pochi che sono riusciti a svincolarsi dalla conoscenza comune-scientifica, che hanno la capacità eretica di rigettare la maniera abituale di considerare le cose. Cioè il grande genio artistico. Solo individualità geniali possono accedere a queste dimensioni, noi semmai possiamo contemplare le loro opere. Genialità artistica che non ha solo una dimensione contemplativa ma anche generatrice, Schopenhauer riprende da Platone la definizione di genio come persona non razionale ma intuitiva, meglio ancora “divinamente folle”. Così come riprende da Lessing e la sue estetica la nozione di genio a cui viene attribuita la funzione conoscitiva in accezione pura. E da Hamann la nozione del genio come elemento creativo. E da Kant il genio come non solo delimitante la natura, ma per porre modelli originari a base di ogni giudizio estetico. In termini generali, per Schopenhauer il genio realizza due aspetti: la conoscenza pura dell’idea e la sua rivelazione tramite creazione artistica.

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