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Dopo la morte di Hegel si sviluppano due percorsi:
• uno che prende lo spunto da Hegel e sviluppa la filosofia hegeliana in una duplice direzione:
la destra hegeliana (più inconsistente e meno originale) e la sinistra hegeliana (Feuerbach e Marx) discepoli che riprendono e rielaborano le tesi del maestro;
• un filone antidealistico con pensatori che organizzano la loro riflessione a partire dalla forte reazione all’idealismo soprattutto hegeliano (Schopenhauer da cui deriva Nietzsche; Kierkegaard seguito dal positivismo).

Schopenhauer anche sul piano personale è in forte antagonismo con Hegel. Il padre si suicida e lui sviluppa una relazione molto complessa con la madre e la sorella, motivata forse anche da ragioni economiche a causa di contese sull’eredità. Non fu mai un uomo nobilissimo d’animo, coerentemente con la visione pessimistica della realtà. Si laureerà, vincerà una sorta di dottorato e tenterà di esercitare la libera docenza proprio a Berlino dove esercitava Hegel.

Quando nel 1819 pubblicò la sua più importante opera, ‘Il mondo come volontà e rappresentazione’ non ebbe un riscontro positivo perché presentava una visione anti-hegeliana tale per cui la sua filosofia non esercitò nessun interesse e anzi fu ignorata (anni in cui i tedeschi erano imbevuti della filosofia hegeliana secondo la quale la Germania sarebbe stata lo stato guida, una Germania al primo posto, culturalmente e politicamente) tant’è che si racconta che le lezioni di Schopenhauer erano disertate dagli studenti.
La fortuna arriverà molto tardi dopo la pubblicazione di una sorta di testo divulgativo della sua filosofia, ‘La volontà della natura’ e ‘Parerga e paralipomena’ in parte per il mutato clima politico in Germania e in Europa (dopo il 1848 fu l’Annus horribilis delle grandi rivoluzioni che scoppiarono in tutte le capitali europee e a seguito di queste insurrezioni si veda la sconfitta dei movimenti).
L’ idea di una storia che avrebbe portato all’affermazione della cultura tedesca appare infondata. Il fallimento della insurrezione e il ripristino dell’ordine sancito della santa alleanza che voleva Germania e Italia deboli quindi la sconfitta della visione ottimistica di Hegel, rese più facile il rinvenimento della filosofia pessimistica schopenhaueriana. Tardivamente ebbe una sorta di riscatto. Non si sposò mai, ebbe alcune storie d’amore finite non bene, conflitti con la famiglia e venne diverse volte in Italia dove ebbe modo di conoscere l’opera di Leopardi col quale c’è una forte assonanza di letture e visione.
Ha in comune con Leopardi il pessimismo: una visione materialistico-meccanicistica della natura ci cui parla ne ‘Il mondo come volontà e rappresentazione’. Schopenhauer alla parola totalità o spirito fa corrispondere la natura. In Hegel lo spirito spiega tutto, la totalità hegeliana è tutto, in Schopenhauer è materia attraversata da forze cieche. Il fatto che la natura possa essere materia non necessariamente induce a un pensiero pessimistico ma realistico. Il pessimismo discende dal fatto che la natura è materia governata non da leggi ma da forze che scaturiscono dal suo interno che sono ingovernabili e che si esercitano in varie forme. La insistenza su questo elemento delle forze toglie alla natura la caratteristica di essere influenzata da regolarità che garantisce alla natura un percorso regolare, comprensibile, ordinato. Le forze cieche sono esattamente l’opposto di leggi che garantiscono l’ordine: sono irregolari, causali e imprevedibili.
La sua è una filosofia materialista, meccanicista che nasce dall’idea della materia governata da forze ingovernabili. Da questo deriva una visione della natura come matrigna che non mantiene quello che promette come è anche in Leopardi in cui natura che promette la vita non la mantiene.
Usa proprio un’espressione per designare la realtà: wirklichkeit che significa "realtà" e ha la stessa radice del verbo wirken che vuol dire divenire. Questa realtà in tedesco viene espressa con due termini: wirklichkeit (designa la realtà soggetta a questo divenire incessante senza scopo, senza una motivazione da raggiungere) e realitait (designa la realtà statica come un fondo immobile).
La filosofia di Schopenhauer parte da una tesi: in vivere è per essenza un soffrire.
Ne ‘Il giardino del male’ tratto dallo ‘Zibaldone’ Leopardi sostiene che se entriamo in un giardino siamo colpiti dalla bellezza e varietà di quest’ultimo mentre se osservassimo più da vicino il giardino constateremmo che esso altro non è se non il luogo della sopraffazione reciproca in cui vediamo un giglio martoriato dall’ape che ne succhia il nettare quindi gli stami di cui il fiore ha bisogno. Sono martoriati dal tentativo di un altro individuo di sopravvivere a discapito di un altro (gli alberi sono corrosi dalle formiche).
Tutto nella natura vive in stato di suffrance, in cui tutto è in stato di sofferenza perché la natura è questo enorme corpo in cui è ingaggiata una lotta per la sopravvivenza. La natura è un enorme ospedale o cimitero.
Ne ‘Il dialogo della natura con l’islandese’ questo islandese che riesce a incontrare la natura, le chiede chi le abbia chiesto di metterlo al mondo senza garantirgli la permanenza e la natura gli risponde che non sa neanche dell’esistenza degli uomini: ‘non m’avvedo nemmeno che esistiate’. Il singolo individuo esiste casualmente. L’unica preoccupazione della natura è garantire la sopravvivenza della specie.
Il mondo come rappresentazione
Partendo da una formazione post-kantiana e da una rilettura di Kant stesso perché Schopenhauer ha avuto come insegnante Schulze che aveva sostenuto la concezione kantiana del noumeno secondo la quale se il noumeno non è conoscibile, essendo esso prodotto del fenomeno, neppure il fenomeno è conoscibile, egli giunge a teorizzare il concetto di rappresentazione. Il fenomeno teorizzato da Kant diventa in Schopenhauer una rappresentazione individuale caratterizzata dalla sua apparenza. La rappresentazione è l’unico modo in cui il soggetto si può rapportare alla realtà esterna e questo unico modo è connotato da una rappresentazione individuale e apparente. Non giunge al soggetto così com’è ma tramite i suoi organi di senso e questo significa che la realtà esterna è coperta da un velo, il cosiddetto velo di maya che la rende una rappresentazione individuale e ingannevole. Questo non produce una conoscenza scientifica ma apparente. Il fenomeno non può essere oggetto di ricerca scientifica. Nulla è realmente conoscibile.
Il fenomeno era in partenza l’oggetto scientifico quando queste materia era ordinata dalle forme a priori; con Schopenhauer viene a coincidere con l’apparenza delle cose, è il soggetto vittima di una rappresentazione soggettiva. Il soggetto conosce della realtà esterna qualcosa che è apparenza.
Questa tesi è una rielaborazione di quello che era il concetto di noumeno in Kant ma è anche influenzata da un certo tipo di idealismo, Berkeley, Pindaro (tutto è sogno), Platone (secondo il quale il mondo sensibile è fenomeno, apparenza, parvenza), Giobbe (il quale teorizzò che tutto è vanità) e dalla filosofia orientale (che sosteneva la vacuità delle cose, apparenza, sogno, rappresentazione del soggetto). Anche per Schopenhauer tutto è apparenza e vanità. Questi depongono a favore di una impotenza dell’uomo ad attingere alla realtà e quindi ad una sorta di vanità del tutto.
Ne ‘Il mondo come rappresentazione’ si interroga se sia possibile una via di accesso al noumeno e ripensa al modo in cui Kant aveva trovato uno squarcio: riteneva che fosse possibile attingere al noumeno attraverso la ragion pratica. Vi attinge non conoscitivamente ma come condizione di possibilità della vita morale. Nella forma dei postulati presupponeva come condizione della possibilità della morale che esistesse dio, la moralità, la libertà.
Dice Schopenhauer che il modo in cui Kant ha risolto il problema dell’esistenza di un mondo noumenico è viziato (ancor che in postulati) del fatto che secondo lui il noumeno fosse non dell’ordine della natura ma sovrannaturale e quindi per essere colto occorreva una metafisica della trascendenza.
Schopenhauer sostiene che il noumeno fosse nel mondo naturale e che fosse possibile accedervi tramite una metafisica dell’immanenza nella convinzione che da una parte ci fosse un varco nell’ordine naturale delle cose che permettesse di cogliere il noumeno. Parla di varco anche Montale: è alla ricerca di un varco che si apra e permetta di capire quale sia l’essenza della realtà e anche lui dirà che si può aprire un varco che aperto mostra un muro che non si può valicare, c’è il nulla, il carattere di assurdità e non senso della vita.
Schopenhauer teorizza che esista una esperienza privilegiata che ci permette di conoscere qualcosa sia dall’esterno e che dall’interno. Dall’esterno è rappresentazione, dall’interno permette di cogliere il noumeno della realtà. Questa esperienza è data dal nostro corpo. Ognuno di noi ha una rappresentazione ma contemporaneamente ci cogliamo dall’interno. Allo specchio ci vediamo in modi diversi: il corpo è fenomeno cioè rappresentazione ingannevole perché a seconda dell’umore ci vediamo in un modo o nell’altro. Però io ci sono dentro il mio corpo, mi sento dentro al mio corpo, mi colgo dall’interno, posso dire al mio corpo cosa fare, ho di me non solo una rappresentazione esteriore. Il varco è il corpo perché è l’unica realtà di cui possiamo avere una rappresentazione quando ci guardiamo e l’essenza, il noumeno perché ci cogliamo.
Il noumeno, l’essenza profonda della realtà è la volontà di vivere, wille zum leben. Se analizzo quello che si agita nel mio corpo capisco che la sua essenza è una forza ineludibile che lo porta a dover vivere. Tutto nel mio corpo è volontà di vivere. Ciò che rende possibile la sopravvivenza del mio corpo discende da una forza incontenibile e ingenerabile che è la volontà di un corpo di vivere, sopravvivere. Tant’è vero che, dice Schopenhauer, se due esseri umani dovessero trovarsi nella condizione nella condizione di non potersi nutrire, tenterebbero di mangiarsi l’uno con l’altro.
La volontà di vivere è questa forza, conatus, o pulsione usando un termine di Freud che proviene dal corpo. Un corpo non può non vivere; tutto in esso è dominato da questa volontà inconscia di vivere. I processi chimici che hanno luogo nel nostro corpo sono la dimostrazione di una inconscia volontà di vivere: ad esempio le cellule si devono continuamente rigenerare.
Per una sorta di analogia Schopenhauer trasferisce la volontà di vivere che colgo dentro di me a tutta la natura teorizzando che ci sia una analogia constatabile. Il noumeno che Hegel aveva colto nello spirito, nell’idea (unica, ingenerata e increata ma razionale e logica e spirito, non materia), in Schopenhauer è la volontà di vivere, che è una forza irrazionale e cieca, unica, innata, ingenerata e increata costituita da materia mossa da forze. (In Hegel diventa possibile raggiungere il noumeno, lo spirito in cui reale e razionale coincidono).
Dopo di che il grande merito di Schopenhauer consiste nell’aver smascherato attraverso il suo pessimismo storico, cosmico e sociale, le illusioni e rappresentazioni che gli uomini si sono fatti nel corso della storia. Per vivere dobbiamo darci delle rappresentazioni che sono illusioni (come pensare che esista un’altra dimensione delle cose).
Vivere è desiderare, appetire. Schopenhauer delinea una struttura della vita costantemente desiderativa. Il desiderio è una mancanza continua. Si desidera, si aspira, ma manca del tutto un fine ultimo e uno scopo eppure l’uomo aspira continuamente. Aspirare è la sua essenza. L’aspirazione (traduzione della volontà di vivere) costituisce l’in sé di ogni cosa. Aspirare senza limite ma anche senza fine: non c’è appagamento che prima o poi si raggiunge.
Questo desiderio incessante però produce dolore mentre l’appagamento, una volta raggiunto provoca noia. È un perenne soffrire perché ogni aspirazione proviene da una mancanza quindi da un dolore ma una volta raggiunto l’appagamento si ha l’inizio di un nuovo desiderio e non si è mai davvero appagati. Nessun appagamento è durevole, ma è sempre inizio di una nuova aspirazione. Questo ragionamento è visto anche sotto l’aspetto fisico: camminare non è che un’attenzione a non cadere, la vita è un costante allontanamento dalla morte e l’attività dello spirito è un costante allontanare la noia. Quando manca l’oggetto del desiderio, l’uomo prova un tremendo vuoto e una tremenda noia. Dolore e noia sono i veri elementi costitutivi. L’uomo è tutto un volere, un bisogno. La sua vita oscilla come un pendolo tra dolore e noia.
La seconda imperiosa brama consiste nel voler continuare la specie, un perenne desiderio nel conservare la vita e la specie che si traduce in una brama sessuale che l’uomo carica di aspettative varie che altro non è che il desiderio di vivere che si esercita attraverso organi riproduttivi. Una lotta che ogni individuo compie per sopravvivere volta alla riproduzione di sé. L’uomo fa questo demistificando sé stesso. In particolare, c’è una demistificazione dell’amore perché dietro all’amore c’è solo il desiderio sessuale. Schopenhauer esercita una funzione di demistificazione di ciò che gli uomini hanno creato.
Gli uomini corrono alla ricerca di distrazioni per alleggerirsi dal peso dell’essere, alla ricerca di qualcosa che li distragga, ammazzano il tempo, sfuggono alla noia e questo che fa sì che gli esseri, pur non amandosi, si cerchino perché hanno bisogno di sfuggire la noia (per questo la socievolezza). ‘Panem et circenses vuole il popolo’: pane per sopravvivere e giochi per distrarsi da sé stesso.
Il pessimismo cosmico riguarda la natura. Secondo il pessimismo sociale la realtà si vela con un manto di splendore, si cela sempre ciò che ci fa soffrire, ci si libera dalla condizione misera, si mente sulla propria infelicità e ci appaga mostrare agli altri che si è felici, appagati. A tanto giunge la stoltezza umana, ma è vana. Vanità significa in origine il vuoto. La vanità che si persegue per raggiungere la buona considerazione degli altri è il vuoto. Poi Schopenhauer smaschera l’illusione della religione: gli uomini hanno creato dio per sopportare ciò che razionalmente è inspiegabile. Dio diventa una sorta di motore immobile a cui si attribuisce ciò che accade. Questo vuol dire credere che ci sia un senso della vita che in realtà non c’è. Vi è nel cuore dell’uomo una belva che aspetta solo il momento opportuno per scatenarsi. Ogni vantaggio del prossimo ci infastidisce e ci irrita.
Per il pessimismo storico si rifà ad Erodoto, padre della storia. La brevità della vita, tanto lamentata potrebbe essere quello che la vita ha di meglio. Secondo Hegel la storia è un percorso necessario, razionale verso il raggiungimento del suo dover essere. In Schopenhauer la storia è catalogazione di eventi individuali tra i quali non esiste correlazione logica, non è pertanto possibile una filosofia della storia perché non sono presenti leggi della storia. La filosofia della storia marxista vede leggi di natura economica-sociale tali per cui gli eventi sono codificabili. Hegel teorizza il giustificazionismo storico: le leggi della storia giustificano gli eventi storici, se qualcosa accade è perché doveva accadere. In una logica sia hegeliana sia marxista, l’idea che la storia sia attraversata da leggi esplicative di fenomeni storici, in virtù delle quali essi possano essere interpretati non è compatibile con Schopenhauer. Questa visione è stata poi ripresa dal positivismo, una filosofia anti-idealistica che pone l’accento sui fatti. La storia è considerata una elencazione di dati di fatto, pur non insistendo sulla casualità degli eventi. La storia è però fatta da eventi singoli non da incasellare all’interno di una legge. Schopenhauer ha in più una visione pessimistica perché gli eventi si succedono arbitrariamente.
Vie di liberazione dal dolore dal momento che tutto è dolore.
È evidente che bisogna annullare da sé la volontà di vivere, la struttura desiderativa: bisogna non desiderare, appetire nulla. La filosofia ellenistica teorizza nella sua forma stoica l’apatia (non passione), non lasciarsi influenzare dagli eventi esterni. Nella forma epicurea c’è il calcolo razionale, la misura, vivere frugalmente, sapersi accontentare di poco.
In Schopenhauer la razionalità vale molto poco, perché predominano le forze irrazionali ma l’uomo può difendersi con la limitazione fino all’annullamento della voluntas per arrivare alla noluntas, quello che le filosofie orientali, in particolare il buddismo, chiamano nirvana: desiderio di nulla. Schopenhauer aveva desunto due idee: il carattere vano del tutto, e il fatto che dinnanzi a questo, l’uomo deve approdare al nirvana. Schopenhauer non prevede il suicidio come risposta al saggio che non riesca a realizzare per diverse condizioni una vita saggia (stoica) perché ritiene il suicidio il più grande atto volitivo, la forma di massima volizione, non di fuga dal mondo.
La prima via per liberarsi dal dolore l’arte che rende possibile, seppur in forma temporanea, il distacco dalle cose perché permette la contemplazione. La musica è la forma d’arte più alta.
La seconda via è rappresentata dall’agape, l’amore compassionevole quella che Leopardi chiama ‘social catena’ (gli uomini accomunati da una sorte infelice, dovrebbero almeno non provocarsi a vicenda altre sofferenze ma affratellarsi tra loro. Amore compassionevole distinto dall’eros che è invece l’amore volitivo.
La terza via è la non volontà, un grado che chiede castità, sobrietà, non desiderio di denaro.

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