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Schopenhauer


In seguito alla morte di Hegel, in campo filosofico vi fu una scissione tra destra e sinistra. Mentre della destra fecero parte tutti i filosofi più conservatori e tradizionalisti, appartenevano alla sinistra tutti quei pensatori che preferirono prendere le distanze dal pensiero hegeliano, dando vita così a nuove correnti filosofiche: tra le più importanti l’ateismo, l’esistenzialismo e il pessimismo.

Esistenzialismo: Indirizzo del pensiero contemporaneo che concepisce la filosofia come analisi dell'esistenza, cioè del modo d'essere specifico, originale e proprio dell'uomo, affrontando inoltre il tema del rapporto tra l'uomo e l'essere, l’uomo e la società, l’uomo e Dio.

La reazione anti-hegeliana trova la propria incarnazione in Schopenhauer. Egli si pone come punto di incontro tra diverse esperienze filosofiche, ad influenzarlo saranno infatti:

→ Platone, e in particolare la teoria delle idee
→ Kant, con la distinzione tra fenomeno e noumeno. È necessario analizzare questo argomento, in quanto come sappiamo, per K. il fenomeno era la realtà, mentre il noumeno rappresentava la cosa in sé, qualcosa di inconoscibile e irraggiungibile, ovvero una sorta di promemoria per l’uomo su quali fossero i limiti della conoscenza. È questo il concetto che sarà rielaborato da S., il quale intenderà il fenomeno come illusione, sogno, ciò che nell’antica sapienza indiana era detto “velo di Maya”

Niente è quello che sembra. Il mondo materiale così come lo conosciamo è quindi simile a un’illusione. Il velo di Maya è dunque il velo che ci permette di vedere solo un’ombra della realtà, scambiata per la realtà stessa.

Il noumeno, invece, è quella realtà che si nasconde dietro il fenomeno, e che il filosofo ha il compito di scoprire.
→ Romanticismo, da cui trarrà il tema dell’infinito, ma in particolare del dolore. S. appare decisamente orientato a una visione pessimistica della realtà.

Se effettivamente tutto ciò che noi percepiamo è solo l’ombra della realtà, come si può lacerare il velo di Maya e raggiungere la cosa in sé? Per permettere ciò, secondo S., è necessario cercare dentro noi stessi, riscoprendo così la volontà di vivere. È questa, secondo il filosofo, la cosa in sé: il desidero, la brama che ci spinge ad esistere e ad agire.

Voluntas: inconscia, impulso inconsapevole proprio infatti non solo dell’uomo ma anche di tutto il mondo animale e vegetale. Unica, al di là dello spazio ed eterna, al di là del tempo. Incausata e senza scopo.

È proprio questo continuo desiderio a spingere l’uomo alla sofferenza. Volere significa desiderare qualcosa che non si possiede. Per definizione, quindi, il desiderio è assenza, vuoto, ossia dolore. Affermando che l’essere è una manifestazione di una volontà infinita, S. afferma che la vita è dolore. Ciò che gli uomini considerano “gioia”, “piacere”, non è altro che una temporanea cessazione del dolore, lo scaricarsi di una tensione precedente, che implica dunque necessariamente uno stato precedente di dolore. Pertanto, è possibile definire il piacere solo come una funzione derivata del dolore.

Accanto al dolore (realtà durevole) e al piacere (realtà temporanea) S. pone come terza situazione la noia, che subentra quando il desiderio viene meno.

La vita umana non è altro che un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando attraverso l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia.

Dal momento che, come già detto, la volontà di vivere riguarda tutti gli esseri viventi, è propria di tutti gli esseri anche la sofferenza. In tal modo il filosofo perviene a una delle più radicali forme di pessimismo cosmico, affermando inoltre che il male non è solo nel mondo, ma nel principio stesso da cui esso dipende.

Per S. uno dei più grandi stimoli dell’esistenza è l’amore. Tale mezzo così potente, non ha altro scopo al di fuori dell’accoppiamento. “Ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, affonda sempre le sue radici nell’istinto sessuale”. Esso è responsabile della procreazione di altre creature destinate a soffrire. In tal modo S. definisce semplicemente l’amore come due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano, e una terza infelicità che si prepara.

Come uscire dal pessimismo? Come liberarsi del dolore?

Si potrebbe pensare che la via più facile per fuggire al dolore sia il suicidio. Invece, il filosofo rifiuta il suicidio, per due motivi principalmente: l’atto del suicidio non esclude la volontà della vita, non è causato dall’assenza di volontà di vivere. Il suicida vuole la vita, è solo scontento del tipo di vita che gli è toccato. Inoltre, il suicidio sopprime solo una manifestazione fenomenica della voluntas, ma la cosa in sé, pur morendo l’individuo, rinascerà in un altro è in altri mille simili.
L’unica via di liberazione, l’unica risposta al dolore del mondo è la liberazione dalla stessa volontà di vivere. La voluntas rende allora a farsi noluntas, cioè negazione progressiva di sé medesima.
La salvezza avviene attraverso tre frasi: l’arte, la morale e l’ascesi.

→ Arte: strumento attraverso cui l’uomo contempla la vita, elevandosi al di sopra della volontà, del dolore e del tempo, sottraendo l’individuo alla catena infinita di bisogno e desideri quotidiani.
→ Morale: implica un impiego nel mondo a favore del prossimo, ovvero un sentimento di pietà e compassione attraverso cui avvertiamo come nostre le sofferenze degli altri. Si concretizza in due virtù: giustizia e carità.
Giustizia: consiste nel non fare del male; Carità: volontà positiva e attiva di fare bene al prossimo.
→ Ascesi: nasce dall’orrore dell’uomo per la volontà di vivere, ed è perciò la forma più alta di liberazione dalla realtà. Il primo gradino dell’ascesi è costituito dalla castità, ovvero dalla rinuncia ai piaceri, l’umiltà, il digiuno, il sacrificio. Se nel cristianesimo l’ascesi si conclude con l’estasi, nel misticismo ateo di Schopenhauer si pone a capo dell’ascesi il nirvana buddista, ovvero l’esperienza del nulla.

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