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Schopenhauer

La forma del trattato sChopenariano: sistema, domanda, divisione opera e scrittura
L’opera più importante di Schopenhauer “Il mondo come volontà e rappresentazione” condivide degli elementi della trattazione filosofica di tendenza sistematica che sono:
• l’identificazione del sistema come la forma scientifica del sapere filosofico
• l’intento di collegarsi al precedente kantiano
• la tendenza a tradurre la filosofia di Kant in termini non più critico-negativi, ma metafisico-positivi
Nella prefazione de "Il mondo come volontà e rappresentazione" Schopenhauer procede parlando di due diversi tipi di sistemi filosofici che scaturiscono da due diversi atteggiamenti verso il mondo:
• il sistema organico, che prende il via dallo stupore filosofico, dalla meraviglia genuina dell’uomo posto davanti all’esistenza. Le parti in questo sistema sono interdipendenti, in relazione reciproca.

• il sistema architettonico, che scaturisce da un diverso tipo di meraviglia, intellettualistica, che nasce dalla lettura di un libro, o di un sistema ben fatto etc. Le parti sono qui disposte in un’astratta gerarchia.
Solo ai primi del primo sistema può invece essere riconosciuta la dignità di pensatori originali e Schopenauer vuole costruire un sistema come il loro, che è caratterizzato da un leitmotiv, una domanda conduttrice, che si ricava appunto dalla contemplazione dell’esistenza. In Schopenhauer, scaturisce dallo stupore o dallo scandalo di fronte al dolore e al male presenti nel mondo ed è: perché ogni vivere è per essenza un soffrire?
Qui abbiamo una differenza con Aristotele che dichiara di aver fondato il suo sistema filosofico sull'intellettualismo, dato dalla meraviglia contemplativa di fronte al mondo.
Nella sua opera Schopenauer tenta di rispondere alla domanda sull'origine dei mali del mondo e sul perché ogni esistere è per sua natura un soffrire. Egli identifica la traiettoria del percorso filosofico in modo diverso dal percorso del pensiero che era presente in Hegel, secondo cui il pensiero filosofico era nato in Grecia ed era proseguito verso ovest. Per Schopenauer il pensiero nasce in India in quanto la sapienza indiana si era posta per prima la domanda conduttrice del pensiero filosofico. Con sapienza indiana Schopenhauer intende riferirsi alla tradizione che si stava iniziando a conoscere da un punto di vista filosofico nell' Europa romantica dell'epoca sottoforma dei Veda ovvero degli inni in sanscrito da ripetere nella celebrazione di sacrifici.

"Il mondo come volontà e rappresentazione" è una trattazione che vuole rispondere alla precedente domanda fondamentale e utilizza due prospettive che il pensiero può assumere di fronte al mondo, quella della volontà e quella della rappresentazione. L’opera è divisa in quattro libri:

1. nel primo libro (si occupa del mondo come rappresentazione) si esamina il problema della conoscenza
2. nel secondo libro (si occupa del mondo come volontà) mostra come il mondo riveli, dietro l’apparenza razionale del suo essere fenomenico, un’essenza, una sorta di metafisica, un noumeno
3. nel terzo libro (si occupa del mondo come rappresentazione) tratta dell'estetica, ovvero delle rappresentazioni di tipo artistico.
4. nel quarto libro (si occupa del mondo come volontà) tratta dell'etica, ovvero esamina il quesito su come sia possibile per l'uomo sottrarsi al dolore.

Schopenhauer ha una scrittura diversa rispetto all'idealismo (Hegel,Fichte..) in quanto comprensibile con una qualità letteraria differente. Il filosofo era infatti in contatto con Goethe ed aveva ricevuto un'educazione culturale di alto livello in quanto sua madre frequentava preminenti personalità culturali. Il filosofo assume la prosa di Goethe come esempio di scrittura filosofica, secondo lui infatti la vera profondità scaturiva soltanto dalla chiarezza nella scrittura. Schopenhauer avrà solo fortuna postuma al 1848 quando si manifesta in Europa una volontà da parte dell'intellettualismo di dare forma alla vita politica collettiva in termini di libertà. Secondo Schopenauer infatti la libertà dell'uomo avviene solo nella sfera etica.

Schopenhauer e l’eredità kantiana

Nel suo pensiero filosofico compare un principio già presente nella tradizione filosofica tedesca (Leibniz,Wolf...) ovvero il principio di ragion sufficiente secondo il quale nulla è senza una causa del suo essere. Dopo Kant, pensa Schopenhauer, non si può più considerare questo principio come un principio di universale validità ontologica, cioè che descrive il reale svilupparsi degli eventi, bensì questo principio deve essere considerato come una legge che descrive il modo regolare in cui i fenomeni si presentano a soggetto che li rappresenta.

Schopenauer lo fa in un'operetta precedente a “Il mondo come volontà e rappresentazione”, intitolata "Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente". Schopenhauer qui da risposta all’esigenza del sistema con il principio di ragione sufficiente che da ontologico diventa trascendentale, si applica cioè al terreno degli a priori, della rappresentazione.
Il principio di ragion sufficiente si articola in quattro regioni diverse che sono le sue specificazioni e che indicano quattro tipi di relazioni soggetto oggetto:
1. le rappresentazioni intuitive, cioè i fenomeni fisici, esperienza dei sensi, regolate dal principio di ragione sufficiente sotto forma di ratio fiendi, ragione delle forme del pensiero
2. le rappresentazioni astratte, cioè i fenomeni di carattere conoscitivo, regolate dal principio di ragione sufficiente sotto forma di ratio conoscendi, ragione degli enti geometrici
3. le rappresentazioni di spazio e tempo, cioè le scienze della geometria e della matematica, regolate dal principio di ragione sufficiente sotto forma di ratio essendi, ragione delle forme matematiche
4. le azioni, regolate dal principio di ragione sufficiente sotto forma di ratio agendi
Le quattro forme del principio di ragione sufficiente, che corrispondono alle quattro classi di rappresentazioni, forniscono la spiegazione di ciò che il mondo è in quanto rappresentazione, ma non consentono un accesso alla cosa in sé. L’esigenza metafisica di una spiegazione totale della realtà non è quindi così soddisfatta. Allora esiste un’altra via di accesso alla cosa in sé diversa da quella di tipo trascendente proposta da Kant?

La metafisica di Schopenhauer

Componendo “Il mondo come volontà e rappresentazione” Schopenhauer intende elaborare una metafisica che sappia fornire una risposta a questa domanda. Vuole edificare una metafisica non della trascendenza come quella kantina, ma dell’immanenza, dell’esperienza cioè del mondo esterno e reale. Per questo per accedere alla cosa in sé analizza non più la rappresentazione, ma la volontà (Secondo libro)

Schopenhauer accetta il principio dell’idealismo secondo cui il mondo che cade sotto i sensi non è il mondo vero, ma solo un’immagine ingannevole, un’apparenza, un’illusione. Su questo concordano poeti come Pindaro, filosofi come Platone o l’antica saggezza religiosa indiana contenuta nei Veda che parla di velo di Maya per indicare il mondo delle immagini e delle rappresentazioni come illusorio senza accessi alla realtà. Finchè l’essenza metafisica viene ricercata dal lato degli oggetti e delle cose, che si celano dietro fenomeni, non verrà mai trovata. Se rivolgiamo però lo sguardo non all’esterno, verso le cose, ma all’interno, verso l’autocoscienza, ci si rivela un’altra dimensione del mondo, quella data dalla volontà.
Ciò che fa da medio tra la volontà e la rappresentazione è il corpo, che può essere ricondotto tanto alla classe fiendi, quindi un oggetto fisico tra gli altri che vive di rapporti causa effetto in un universo di carattere necessario, quanto una oggettivazione immediata della volontà, ciò attraverso cui l’uomo può compiere quello che vuole. Il corpo è per Schopenhauer il principium individuationis in senso metafisico. Schopenhauer estende poi questa considerazione: così come ognuno si accorge che il proprio corpo esprime la propria volontà, ognuno ipotizza anche che i corpi degli altri faranno lo stesso. Non afferma che tutti i corpi oggettivano la stessa volontà, oggettivano ognuno la volontà di un qualcuno.

Ma che cos’è la volontà? Schopenhauer dice che non lo sa di preciso, ma sa che dietro il mondo della rappresentazione c’è il mondo della volontà. Il noumeno introvabile per Kant è la volontà, anonima, impersonale e unica. Così come Fichte aveva posto a principio della sua metafisica un “io penso” unico e trascendentale, in maniera analoga Schopenhauer pone come principio fondamentale della sua metafisica l’ “io voglio” che non ha un carattere trascendentale ma noumenico.

I gradi di oggettivazione della volontà

Pervenuto al’identificazione della cosa in sé con la volontà, Schopenhauer procede all’applicazione in via analogica di questa intuizione originaria a tutti gli aspetti della realtà, visti come oggettivazione della volontà.
Il primo livello di oggettivazione è il fatto di generare un mondo ideale, un mondo fatto di universali, che corrispondono agli archetipi (i tipi ideali) delle forme che saranno trovate nella natura.
Il secondo livello di oggettivazione si ha quando il mondo ideale si oggettiva a sua volta nella natura, composta da oggetti e individui. Il passaggio dal primo al secondo livello di oggettivazione corrisponde al passaggio da universale a particolare.
I vari gradi di oggettivazione riguardano tanto la natura inerte (qui la volontà si esplica attraverso forze della natura come la gravitazione) quanto la natura viva, quando le interazioni tra corpi si fanno più complesse, quanto il pensiero. Questo processo mira all’oggettivazione della volontà, ma il suo culmine è un’illusione: il soggetto crede di essere un io dotato di libertà e autonomia, ma è un illusione del cogito (riprende Cartesio).
Sollevato il velo di Maya dei sensi ingannatori, ciò che si rivela allo sguardo oltre l’apparenza del mondo come rappresentazione è lo spettacolo della volontà cieca e irrazionale che ha come proposito la propria auto affermazione. La volontà vuole se stessa e sfrutta ogni occasione per affermarsi, senza uno scopo razionale. E’ questo per il filosofo il volto vero e demoniaco del mondo. Compare l’irrazionalismo di Schopenhauer: la volontà si contraddice da sola e questo si ripercuote nei suoi gradi di oggettivazione, la sua natura ricorda il giardino di Leopardi, porta tutti gli esseri in essa ad combattersi tra loro, non quello di Rousseau, giardino romantico in cui vige una condizione umana primordiale e incantata. Schopenhauer, attirato dal pensiero di Leopardi, la cui origine è però, come scrive De Santis in un’opera di confronto tra i due, sensistico-illuministica con alcuni tratti nichilisti. In Schopenhauer le fonti sono il rapporto con il pensiero kantiano, quindi c’è una matrice culturale diversa.
Alla domanda che si era posto all’inizio come base del suo sistema “perché noi soffriamo” risponde che la sofferenza scaturisce dal fatto che noi ci illudiamo di essere un io indipendente e autocosciente. Si chiede a questo punto se sia possibile liberarsi da questo dolore e la risposta a questo quesito è il percorso del TERZO LIBRO, in cui si parla della rappresentazione estetica come possibilità di uscita dal dolore. Nel QUARTO LIBRO esamina un’altra via contro il dolore: l’etica.

Servitù dell'intelletto

Premessa: il rapporto tra intelletto e volontà in Schopenhauer è capovolto rispetto all’intellettualismo etico di Socrate, secondo cui la volontà è asservita all’intelletto e se un uomo non agisce bene è perché non conosce, dato che la conoscenza corrisponde alla virtù. In Schopenhauer è l’inverso: l’intelletto è asservito alla volontà, quindi nella sua ottica non è possibile concepire un’etica in cui la volontà sia asservita a qualcosa, perciò rifiuta anche la tesi kantiana secondo cui la volontà è asservita a una massima di carattere astratto: l’imperativo categorico. Per Schopenhauer l’individuo si illude di avere una volontà e una libertà, ma la vera libertà trascende gli individui in nome dell’affermazione di se stessa.
I primi due libri del Mondo, contenenti il primo una gnoseologia e il secondo una metafisica, sviluppano una teoria dell’immancabile servitù dell’intelletto alla volontà, concepita come un’essenza metafisica. Questa volontà si oggettiva nei singoli modi finiti (linguaggio spinoziano) in cui essa si esplica nello spazio e nel tempo. Nell’uomo si presenta la volontà per la prima volta attraverso il fenomeno della coscienza, la quale è legata al funzionamento di un organo corporeo: il cervello. La coscienza comprende l’intelletto, ovvero la capacità di concepire nessi tra i fenomeni, e la ragione, ossia la capacità di pensiero astratto. Ogni funzione dell’intelletto è quindi subordinata alla volontà.

L’estetica di Schopenhauer

L’estetica in Shopenaeur rappresenta un ampliamento della gnoseologia. L’arte è infatti una forma di conoscenza, quella che si riassume nella nozione di genio. Attraverso il singolare l’artista vede l’universale ed è per questo un genio. L’arte è sì imitazione della natura ma anche un universale, l’idea che traspare attraverso le singole esistenze naturali.
Anche in Schopenhauer c’è una teoria dei generi artistici come in Shelling o Hegel che comprende diverse categorie a seconda di che ambito della natura diventa l’oggetto mimetico dell’arte (l’arte in Shpenauer è sempre arte mimetica!) privilegiato. la scala segue quella dell’oggettivazione della volontà nella natura. Va da forze elementari a livelli superiori. Le arti che assumono i primi gradi dell’oggettivazione inerti sono ad esempio l’architettura, che rappresenta un equilibrio tra le masse in stato di inerzia. Lentamente i vari tipi di arte assumono livelli sempre più dinamici di oggettivazione. Al culmine si ha la tragedia, che rappresenta la volontà divisa, il conflitto della volontà con se stessa, il suo carattere contradditorio. Guardando al mondo umano la tragedia rappresenta non i singoli ma le loro unioni di fronte al destino. La tragedia come le altre è una forma di arte mimetica (cosa che sostiene anche Aristotele). Schopenhauer dice che ancora più su della tragedia c’è l’unica arte della scala di oggettivazione non mimetica in cui il genio artista non guarda la natura per cogliere l’idea, ma guarda direttamente alla volontà: la musica. In termini hegeliani la musica è un po’ Dio prima della creazione del mondo. E’ importante perché è l’unica non mimetica, e questa riflessione sarà ripresa da Nietze che intitolerà la sua opera più celebre “la nascita della tragedia dallo spirito della musica”. Guarda alla volontà attaccata ancora a un mondo ideale. In Shopenaure comunque lo sguardo artistico è metafisico, geniale.

L’etica di Schopenhauer

Nel libro precedente Schopenhauer ha mostrato come l’arte fa trascendere l’uomo la sua individualità, tanto l’artista quando crea quanto lo spettatore quando si trova davanti a un’opera l’uomo dimentica di essere sottomesso al principium individuationis e si sente meglio. Questo è l’effetto calmante dell’arte, il fatto che si eleva o all’universale per le arti mimetiche o alla volontà per quelle non mimetiche. Questa rasserenazione è però soltanto temporanea. Per ampliarla temporalmente serve l’etica. Schopenhauer dice che a un certo punto l’uomo che comprende che tutto è volontà (l’essenza dell’ente in quanto ente è infatti la volontà) si trova davanti a un bivio:
• affermazione della volontà di vita: l’uomo che capisce che tutto non è che volontà è spinto a continuare a volere
• negazione della volontà di vita: l’uomo che capisce che tutto non è che volontà è preso da orrore. La comprensione non agisce come prima da motivo per agire ancora, ma da quietivo. Se tutto è volontà non c’è bisogno di volere (radici indiane, quasi buddiste)

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