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Fenomeno e Rappresentazione


Arthur Schopenhauer è stato un importante filosofo tedesco nato a Danzica il 22 febbraio 1788. Il punto di partenza della sua filosofia si basa sulla distinzione kantiana tre fenomeno e noumeno ovvero tra “cosa così come appare” e la “cosa in sé”. A differenza di Kant, per il quale il fenomeno coincideva con la realtà e il noumeno era un concetto-limite, per Schopenhauer il fenomeno era illusione o sogno, l'uomo può solamente percepire i fenomeni nel mondo e non come il mondo realmente è, a causa del velo di Maya, il velo dell'illusione che ottenebra le pupille degli uomini, il fenomeno è quindi una rappresentazione soggettiva mentre il noumeno è ciò che si nasconde dietro questo inganno. La rappresentazione ha due aspetti essenziali:
• L’Oggetto;
• Il Soggetto.
Questi rappresentano due facce della stessa medaglia e nessuno dei due può esistere senza l’altro. Ecco perché Schopenhauer nega sia il Materialismo (che nega il soggetto), sia l’Idealismo (che nega l’oggetto).
Come Kant, Schopenhauer credeva che la rappresentazione si basasse su una serie di forme a priori, ma a differenza sua ne accettava solo tre:
• Spazio;
• Tempo;
• Casualità: l’unica categoria, in quanto tutte le altre sono ad essa riconducibili.
La casualità si basa sul principio di ragion sufficiente (quel principio secondo il quale nulla si verifica senza che sia possibile, dare una ragione che basti a spiegare perché, è così e non altrimenti, ossia ogni fatto ha una causa o un effetto precisi e spiegabili) e assume forme diverse in relazione:
• Al divenire: che regola i rapporti casuali tra oggetti;
• Al conoscere: che regola i rapporti tra premesse e conseguenze;
• All’essere: che regola i rapporti spazio-temporali e aritmetico-geometrici;
• All’agire: che regola le connessioni tra un’azione e i suoi motivi.
Schopenhauer affermava che la vita è sogno, ma al di là del sogno esiste la realtà riguardo alla quale l’uomo non può fare a meno di interrogarsi.
Tutto è volontà
Schopenhauer, a differenza di Kant, afferma di aver individuato un modo per accedere al noumeno (la realtà). Dato che l’uomo non è solo conoscenza e rappresentazione, ma anche corpo. Quindi noi non ci limitiamo a “vederci” dal di fuori, bensì “ci vediamo” anche dall’interno, godendo e soffrendo, ed è questo che ci permette di squarciare il velo di Maya. Infatti l’essenza profonda del nostro io è la volontà di vivere, cioè un impulso che ci spinge a esistere e agire. Essendo al di là del fenomeno, la volontà di vivere, si sottrae alle forme alle forme proprie di quest’ultimo (spazio, tempo, casualità) e quindi risulta:
• Inconscia: poiché è vista come energia o impulso;
• Unica: poiché esiste al di fuori dello spazio e del tempo;
• Eterna e Indistruttibile: poiché è un principio senza inizio né fine;
• Incausata e senza scopo: essendo al di là della casualità, la volontà si configura come una forza libera e cieca, ossia come un’energia senza un perché e senza scopo.
Miliardi di esseri non vivono dunque che per vivere e continuare a vivere, e questa, secondo Schopenhauer è la crudele verità sul mondo che gli uomini hanno cercato di colmare con l’esistenza di Dio.
Il Pessimismo
Per Schopenhauer la vita è dolore. Infatti, volere significa desiderare, e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa. Per di più, ciò che gli uomini chiamano godimento (fisico) o gioia (psichica) non è altro che una cessazione momentanea del dolore, infatti per far sì che ci sia “piacere” avevamo bisogno di una situazione di dolore o tensione. Accanto al dolore (che caratterizza la nostra vita) e al piacere (momentaneo) esiste la noia che subentra quando il nostro desiderio viene esaudito: La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia. Ma questa situazione non riguarda soltanto l’uomo, ma caratterizza tutti gli esseri viventi, ed è più accentuata nelle persone più intelligenti, poiché hanno una maggiore sensibilità. Da queste sue teorie nasce il Pessimismo cosmico (il male non è solo nel mondo, ma nel principio stesso da cui esso dipende). Anche l’Amore è visto dal filosofo in maniera pessimista, poiché non c’è amore senza sessualità, il fine dell’amore è solo l’accoppiamento. L’unico e vero amore è quello disinteressato della pietà.
Le vie di liberazione dal dolore
Si potrebbe pensare che il sistema di Schopenhauer mette capo ad una “filosofia del suicidio universale”. Invece Schopenhauer rifiuta e condanna il suicidio per due motivi di fondo:
• Il suicidio non è negazione della volontà, ma atto di forte affermazione della volontà stessa
• Il suicidio sopprime l’individuo, ossia una manifestazione fenomenica della Volontà di vivere, la-sciando intatta la cosa in sé. Di conseguenza, la vera risposta al dolore del mondo non consiste nell’eliminazione, di una o più vite, ma nella liberazione dalla stessa Volontà di vivere.
Dalla presa di coscienza del dolore e dal disinganno di fronte alle illusioni dell’esistere, nascono le varie “tappe” della liberazione. Schopenhauer articola l’iter salvifico in tre momenti essenziali: l’arte, la morale e l’ascesi.
• L’Arte: secondo Schopenhauer, è conoscenza libera e disinteressata, che si rivolge alle idee, ossia alle forme pure delle cose. Ciò accade perché nell’arte questo amore, questa afflizione e questa guerra diventano l’amore, l’afflizione e la guerra, ovvero l’essenza immutabile di tali fenomeni. Il soggetto che contempla le idee non è più l’individuo naturale, ma il puro soggetto del conoscere, il puro occhio del mondo. Proprio per questo suo carattere, l’arte sottrae l’individuo dai bisogni e dai desideri quotidiani. La musica non riproduce le idee, come le altre arti, ma si pone come immediata rivelazione della volontà a sé stessa. Si configura come l’arte più profonda e universale, capace di metterci a contatto con le radici stesse della vita e dell’essere. Ogni arte è quindi liberatrice: poiché il piacere che essa procura è la cessazione del bisogno. Ma la funzione liberatrice dell’arte è temporanea e parziale e ha i caratteri di un gioco effimero o di un breve incantesimo. Di conseguenza essa non è una via per uscire dalla vita, ma solo un conforto alla vita stessa.

• La Morale: la morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. Infatti è un tentativo di superare l’egoismo e di vincere quella lotta incessante degli individui fra di loro, che costituisce l’ingiustizia e che rappresenta una delle maggiori fonti di dolore. Schopenhauer sostiene che letica non sgorga da un imperativo categorico dettato dalla ragione, ma da un sentimento di “pietà” attraverso ciò avvertiamo come nostre le sofferenze degli altri. Di conseguenza, la pietà non nasce da un ragionamento astratto, ma da un’esperienza vissuta. La morale si concretizza in due virtù:

• Giustizia: primo freno all’egoismo, ha un carattere negativo, poiché consiste nel non fare il male e nell’essere disposti a riconoscere negli altri ciò che siamo pronti a riconoscere in noi stessi
• Carità: volontà positiva e attiva di fare del bene al prossimo. Diversamente dall’eros, è vero amore. Ai suoi massimi livelli la pietà consiste nel far propria la sofferenza di tutti gli esseri passati e presenti e nell’assumere su di sé il dolore cosmico.

• L’Ascesi: L’ascesi nasce “dall’orrore”. È l’esperienza per la quale l’individuo si pro-pone di estirpare il proprio desiderio di esistere di godere e di volere. Il primo passo dell’ascesi è la “castità perfetta”. La soppressione della volontà di vivere, di cui l’ascesi rappresenta la tecnica, è l’unico vero atto di libertà. Infatti l’individuo è un anello della catena causale ed è necessariamente determinato dal suo carattere. Ma quando egli riconosce la volontà come cosa in sé, si sottrae alla determinazione dei motivi che agiscono su di lui come fenomeno. In altre parole la coscienza del dolore come essenza del mondo non è un motivo, ma un quietivo del volere, capace di vincere il carattere stesso dell’individuo e le sue tendenze naturali. Quando succede ciò, l’uomo diventa libero, si rigenera ed entra in quello stato che i cristiani chiamano di grazia. Tuttavia, mentre nei mistici del Cristianesimo l’ascesi si conclude con l’estasi, nel misticismo ateo di Schopenhauer il cammino nella salvezza mette capo al nirvana buddista, che è l’esperienza del nulla, un nulla relativo al mondo, e rappresenta la negazione del mondo stesso.

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