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Disposizione egoistica


I singoli enti non sono mai oggettità adeguata alla e della Volontà, ma una sorta di turbamento. I singoli oggetti, le cose particolari, le individualità, sarebbero oggettivazione adeguata della Volontà solo e nella misura in cui si auto-negassero come tali. Cioè se si manifestassero tendenzialmente come universali. Ma ciò non è possibile perché la Volontà si scinde sempre nelle diverse finitezze del modo in cui diviene mondo. Scompare l’essere universale e si afferma il plurale definito nelle diverse individualità che tendono a fare se stesse l’universale, negandosi reciprocamente. Da ciò ne consegue la disposizione egoistica (concetto trans-morale) che è la realtà tipica di ogni cosa nella natura, l’espressione del dissidio da cui è tormentata la Volontà di vivere. E da cui viene il dolore. Nondimeno, in risposta alla seconda domanda, il manifestarsi della Volontà in una pluralità di enti non riguarda la Volontà in sé ma soltanto i suoi fenomeni mondani. La Volontà in sé è assolutamente quieta, ciò che è inquieto sono soltanto le sue manifestazioni. Dunque il processo di liberazione terapeutico dell’Essere non significa un uscirne fuori, un fuoriuscire dalla Volontà, bensì uno sprofondamento in essa, cogliendone le intime strutture. Prima di tutto ciò vuol dire cogliere le forme universali, le idee, gli archetipi (e.g. l’essere l’uomo dell’uomo).
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