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L’uomo è desiderio e ciò converge nel desiderio di senso. L’uomo è fatto per desiderare e per ricercare. C’è però il problema che la risposta a questo desiderio non c’è. La volontà si identifica nell’uomo nel desiderio (mangiare, riprodursi ecc.). Da una parte c’è questa natura fatta di desiderio, dall’altra c’è il fatto che a questo desiderio non c’è risposta, perché la volontà non ha senso, è inconscia e non ha significato. Altra grande dimensione dell’uomo è quindi il dolore. Il desiderio c’è perché mi manca qualcosa, perché l’uomo ha una necessità. Questo qualcosa, però, non esiste. Siccome la radice dell’uomo è il desiderio ed egli desidera continuamente, c’è un problema: questa natura non ha un appagamento. L’uomo continuamente desidera qualcosa, e quando lo ottiene (se lo ottiene), l’appagamento che ne consegue è illusorio, non dura. Desidererò sempre qualcos’altro. A questo punto questo desiderio insoddisfatto si traduce in una condizione di dolore esistenziale. Il problema non è non avere qualcosa ma il non trovare risposta al senso della vita. Il piacere quindi non è altro che una cessazione del dolore che, per sua stessa natura, non dura nel tempo. Il dolore è un dato primario del vivere, mentre il piacere deriva dal dolore. Inoltre il dolore è durevole, mentre il piacere è momentaneo e illusorio, perché mi porta in uno stato ancora peggiore: la noia (momentanea sospensione del desiderio). Ad un certo punto questa cessa perché fa spazio a nuovi dolori. La vita è un pendolo che oscilla incessantemente tra dolore e noia, passando attraverso un fugace piacere.

Da Socrate in poi si è sempre detto che la volontà viene dominata dalla ragione. Per la prima volta con Schopenhauer è la volontà a dominare la ragione.
Schopenhauer a partire da questo pessimismo, prende di mira tutte le forme di ottimismo della storia e che dominavano un certo periodo storico. L’idea che la realtà sia ordinata secondo un fine ultimo – come Dio nella religione – è illusoria. La fiducia nel progresso scientifico è anch’essa illusoria. In quel periodo non viene dato credito a questa teoria in quanto si stava vivendo il passaggio tra la prima e la seconda rivoluzione industriale. Anche l’idea che la politica e l’ottimismo portato da essa possa risolvere la situazione drammatica dell’uomo è illusoria. Tutta la realtà è negativa e senza un senso. Questa condizione disperata, di forte pessimismo, impone una via d’uscita. L’uomo tenta o di illudersi o di fuggire, di liberarsi. L’unico modo per non soffrire non è curare i sintomi ma attaccare il male alla radice. Ogni tentativo di lavorare sui sintomi è vano. Bisogna eliminare il cancro che porta a questo male. Esso si chiama volontà, quindi bisogna eliminare la volontà. Il suicidio per Schopenhauer è la soluzione peggiore; è la forma più alta della volontà dell’uomo (desiderio di togliersi la vita) e la volontà continua ad esistere, riconfigurandosi in qualcos’altro. Schopenhauer afferma 3 teorie per eliminare il male, tutti e tre fondati sull’eliminazione della volontà: estetica (arte), morale (compassione, pietà) e ascesi.
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