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La morale; scritti: Giulia/La Nuova Eloisa [romanzo epistolare] (1761); Emilio (1762)
In entrambi i suoi scritti afferenti alla morale (la cui deliberazione rimane comunque scarna ed affine in parte alla tradizione classica), Rousseau sostiene che Dio ci abbia dato la RAGIONE per discernere cosa è bene, la COSCIENZA per amarlo, la libertà per sceglierlo. La ragione discerne i beni che sono voluti dalla coscienza (corrispondente alle tradizionali virtù etiche), dunque la prima ha un valore sussidiario perché senza la coscienza non potrebbe stabilire alcuna legge morale, essa fornisce la conoscenza ed i fatti ma è la coscienza che se ne appropria e li attiva, che ci spinge ad amare ciò che la ragione ci ha fatto conoscere (vale a dire il sentimento che è di per sé è innato). Cruciale per Rousseau è il concetto di coscienza per comprendere il quale occorre partire da quello di pietà. La pietà consiste nell’ immedesimarsi nella sofferenza altrui grazie all’immaginazione che ci permette di porci al posto di colui che soffre (Emilio); pertanto la pietà ha due differenti valenze:

A. Confronto immaginativo: la sofferenza degli altri è trasferita in noi tramite lo sguardo altrui, tramite un confronto.
B. La pietà nasce nella coscienza (ciò che per la tradizione è il cuore di colui che compatisce), la coscienza è il luogo in cui si sviluppa la pietà e di conseguenza il sentimento morale, pertanto la coscienza nello specifico non dipende dallo sguardo o dal giudizio altrui, è un luogo in cui noi ritorniamo in noi stessi, ci isoliamo dal mondo circostante, e dunque da qualunque giudizio esterno. Questo ripiegamento è prerogativa fondante della coscienza (tutto ciò si ricollegherà al rapporto tra uomo e natura), nel momento in cui ridiventiamo noi stessi circoscriviamo la nostra anima con gli stessi limiti che la natura ha dato al nostro essere ( infatti gli uomini dello stadio primitivo erano conchiusi e completi in sé stessi, privi di riflessione e soli). Tuttavia il sentimento che si origina nella coscienza è di natura morale e di conseguenza non può che nascere dal confronto con gli altri, ma una volta nato esso non può a sua volta essere oggetto di una riflessione sentimentale, poiché una tale riflessione si origina dal sentimento morale e non lo può giudicare. Per questa ragione il sentimento morale è frutto dell’educazione (abbiamo detto che la ragione discerne ciò che è bene, anche se è la coscienza che lo spinge ad amarlo), ma questa non deve essere affidata alla società, poiché il sentimento morale che concorre a formare non può operare sotto lo sguardo altrui.
La pietà viene messa al centro della vita dei sentimenti morali e Rousseau pone alla base tre massime dell’immaginazione morale partendo dal presupposto che ci affezioniamo non in seguito alla condivisione dei piaceri, ma a quella delle sofferenze, poiché un uomo felice ispira invidia piuttosto che amore.
1. È proprio dell’uomo non vedersi mai al posto di chi è più felice di lui
2. L’uomo compiange agli altri solo quei Mali da cui non si crede immune
3. La pietà che proviamo per qualcuno non è proporzionata alla grandezza del suo male ma al suo grado di sensibilità da noi attribuitogli.
Attraverso queste massime l’immedesimazione agisce guidata dal senso di comunanza che non si spinge oltre ciò che immaginiamo possa riguardare noi stessi, esula dunque dagli eventi del mondo che corrompono l’anima e fanno vivere nell’indigenza; si fa dunque riferimento ad una condizione media della vita, quella che esiste nelle società moderne, per quanto Rousseau critichi i processi che le hanno formate.
Nell’Emilio pone al centro la pietà ma intorno all’educazione della quale Rousseau vuole tessere un insieme di inclinazioni virtuose che la estendono è trasformano. Nella Nuova Eloisa dice che le passioni legate all’amore amicale, depuratore del lato passionale, siano un mezzo attraverso il quale godiamo della felicità altrui e ne abbiamo bisogno per trovare la nostra.
Nell’Emilio dice che riflettendo sulle inclinazioni dell’uomo, con un lungo lavoro morale, è possibile rivolgere queste dolci passioni all’idea astratta di umanità formando così l’idea di giustizia (la tradizione giusnaturalista invece aveva sempre diviso la benevolenza dalla giustizia.
Per Rousseau è fondamentale l’idea di equilibrio, l’amore di sé deve essere equilibrato per non degenerare in amor proprio, ciò che la natura ci vieta è di estendere i nostri vincoli d’affetto oltre quella che è la portata delle nostre forze; Ie aspirazioni del cuore devono essere tenute entro i limiti Dell condizione di ognuno (Emilio). La felicità deriva dunque dall’equilibrio che la coscienza trova tra il desiderio e la sua realizzazione, rapporto problematico in quanto egli dice (Nuova Eloisa) che la felicità si prova solo quando si ottiene qualcosa e non quando la si desidera. La felicità appare come qualcosa che sfugge alla complessa costruzione di equilibrio naturale all’interno della condizione sociale e morale garantita dall’educazione. La felicità dell’io appare un al di là irriducibile.
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