Ominide 654 punti

Il periodo medievale

Nel Medioevo la natura era svalutata, insieme alla dimensione terrena, perché veniva privilegiata esclusivamente la dimensione spirituale. Nell'Umanesimo e nel Rinascimento, oltre alla riconsiderazione della figura dell'uomo, c'è anche una nuova considerazione della natura e del posto in cui l'uomo vive. L'uomo viene considerato un essere naturale in quanto il suo comportamento ne fa di lui un essere naturale. Invece la natura viene valutata non a partire da considerazioni di ordine metafisico, ma in sé stessa; viene studiata in base ai principi che le sono propri, in base ai suoi specifici principi di funzionamento. Questo studio serve non solo alla conoscenza teorica, ma ha pure l'obiettivo di mettere gli uomini nella condizione di esercitare il proprio dominio sulla natura. Questo progetto ispirerà la riflessione di Francesco Bacone: la sua scienza accrescerà le risorse dell'uomo.

Niccolò Cusano

E' un pensatore quattrocentesco, ma che pur lavorerà nel secolo successivo. E' un autore significativo perché propone una visione astronomica che anticipa alcuni concetti della rivoluzione scientifica. Fu un ecclesiastico, vescovo e cardinale. Il suo nome è stato italianizzato da Crebs (da cui poi Cusa, Cusano). Scrisse alcune opere, tra cui: La dotta ignoranza (che è anche la sua opera principale), L'idiota (che però non ha una rilevante importanza). Cusano sostiene che la conoscenza può esserci soltanto se c'è proporzione tra il soggetto e l'oggetto, ovvero tra chi ricerca l'oggetto e l'oggetto ricercato. Quando questa proporzione non sussiste, non si può essere la conoscenza. Il discorso di Cusano si giustifica in relazioni alle indagini su Dio, per il fatto che non c'è proporzione tra infinito (Dio) e finito (uomini); infatti, l'uomo non potrà mai conoscere Dio, tuttavia può cercare di avvicinarglisi senza, però, poter mai raggiungere una conoscenza piena. Dunque, l'atteggiamento più responsabile sarà quello di conoscere l'inevitabilità di questo difetto e quindi l'inevitabilità della nostra ignoranza. Niccolò Cusano la chiama la dotta ignoranza perché innanzitutto l'ignoranza stimola l'acquisizione di sempre maggiori conoscenze, e dotta perché ne siamo consapevoli.
Se noi non possiamo conoscere Dio, non possiamo nemmeno definirlo in quanto definire sarebbe racchiudere dentro confini, e quindi limitare, ciò che è infinito (Dio). Tuttavia è possibile dire che Dio è coincidentia oppositorum, ossia che in lui solo sono contenute e coinciliate tutte le cose e tutti gli opposti. Cusano è un platonico (neoplatonico per l'esattezza) e secondo lui l'universo è explicatio di Dio, cioè esplicazione, come se Dio fosse una fonte sorgiva inesauribile da cui scaturisce l'universo; quindi Dio è l'implicatio dell'universo. Se l'universo deriva da Dio e dalla sua inesauribile fonte creatrice, l'universo non può avere confini; di conseguenza non c'è una circonferenza come limite dell'universo e non c'è nemmeno un centro in quanto non c'è un limite.

Così ne deriva che la Terra non è al centro dell'universo e ciò va a colpire quella che era la concezione aristotelico-tolemaica dell'universo, recepita dal cattolicesimo, secondo la quale la Terra sia al centro dell'universo. Cusano dice anche che la terra non è immobile e si muove di moto circolare e che sugli altri corpi celesti dell'universo, che, secondo Cusano, non hanno una composizione diversa da quella della Terra e che con la Terra non si differiscono né per costituzione né per valore, possono esservi anche esseri viventi.

La Rivoluzione Scientifica

Nel corso del 1500 cambia il modo di guardare alla natura. La natura appare un ordine oggettivo, ossia la natura è costituita non da qualità o da animazioni misteriose, ma da fenomeni materiali che possono essere studiati oggettivamente e scientificamente. Questo ordine oggettivo è retto da rapporti di natura causale che possono essere tradotti in leggi nelle quali si esprime la regolarità dei fenomeni, ossia il fatto che essi si producono sempre secondo le stesse modalità. Il codice in cui è scritta una natura è la matematica e attraverso la matematica si ottiene un sapere scientifico intorno alla natura che è controllabile, condiviso dalla comunità degli scienziati in quanto sapere pubblico e empiricamente controllabile. Il terreno sul quale nacque la rivoluzione scientifica è quello dell'astronomia: fino a quel momento l'universo era stato concepito come chiuso, delimitato, finito, suddiviso in due zone di diversa costituzione (zona sublunare, composta dai quattro e elementi e abitata da esseri corruttibili; e zona celeste, composta da etere e abitata da esseri incorruttibili) e nell'universo i corpi celesti si muovono infissi in cieli cristallini.

La tenuta di questa visione dell'universo nel tempo fu possibile grazie all'accordo con l'esperienza comune e all'accordo con la lettera del testo biblico (infatti alcuni passi della Bibbia, tra cui quelli di Giosué, sembrano confermare la descrizione dell'universo fatta da Aristotele e Tolomeo). Si pensava che qualunque teoria sull'universo contrastante con quella "tradizionale", andasse contro il testo sacro, e quindi la fede, in una visione complessiva. Nel mondo antico erano emerse posizioni contrarie al geocentrismo, per esempio quelle dei pitagorici; queste posizioni erano state sconfitte dalla presenza dominante della linea aristotelica-tolemaica. Nel corso del '500, a rimettere in auge l'eliocentrismo fu Niccolò Copernico: egli non compì osservazioni astronomiche, ma le sue posizioni sono definite su un piano teroico; egli arrivò a mettere in discussione il geocentrismo sulla base di un pregiudizio, ossia della condizione per la quale la struttura dell'universo doveva essere più semplice e che il sistema aristotelico-tolemaico era troppo complesso per essere corretto: doveva esistere, infatti, una struttura più semplice di quella precedente. Per poter semplificare questa struttura, Copernico si convinse che era opportuno ipotizzare l'eliocentrismo. Questa posizione è descritta nella principale opera di Copernico del 1543 (De Rivolutionibus Orbium Coelestium).
Il 1543 è anche l'anno della morte di Copernico; quando la sua opera venne trasmessa in occidente fu accompagnata da una prefazione scritta da un teologo luterano, Andreas Osiander. In questa prefazione, egli sostenne che quello che era scritto nell'opera da Copernico non doveva essere considerato come una descrizione fisica dell'universo ma come una semplice ipotesi matematica. Osiander lasciò anonima questa prefazione così da far intendere che fosse stata Copernico stesso a scriverla e quindi che fosse stato egli stesso a ridimensionare l'intera portata della sua ipotesi. Peraltro il copernicanesimo aveva delle debolezze a livello di affermazioni scientifiche perché risultava inadeguato a soddisfare l'esigenza della semplicità, anche perché l'eliocentrismo i conti non tornavano perché bisognava aggiungere altre sfere, oltre quelle principali, che giustificassero il sistema di Copernico. Risultava, infatti, complicato quasi quanto quello aristotelico-tolemaico, oltre al fatto che Copernico non aveva ancora descritto le conseguenze che comportava il suo stesso sistema. Il copernicanesimo diventò un termine di riferimento degli studi economici e si tentò di correggerlo: per primo ci provò un astronomo danese, Tycko Braye; egli elaborò un sistema (chiamato Tyckonico) che era un sistema di mediazione rispetto le ipotesi eliocentrica e geocentrica. Egli diceva che nell'universo ci sono due centri di rotazione: la Terra, che è immobile ed è al centro dell'universo, e il Sole, che ruota attorno alla Terra, i pianeti attorno al Sole e i pianeti, a loro volta insieme al Sole, attorno alla Terra. Tycko ha un merito importante perché ha negato la consistenza fisica delle sfere considerandole come delle orbite, tracciati matematici.
L'eliocentrismo non poteva essere accettato perché Copernico aveva commesso un errore, che era quello di immaginare le orbite circolari. La correzione di questo errore si deve a Keplero: anche lui fa scienza partendo da formulazioni extra-scientifiche; egli pensa che il Sole deve stare al centro in quanto astro perfetto, però accompagna a questa premessa delle osservazioni che la giustificano e corregge Copernico dicendo che le orbite hanno una forma ellittica; di questo argomento scrive, infatti, due leggi che descrivono il movimento dei pianeti in relazione alla distanza dagli altri pianeti. Queste leggi compaiono nel '600 inoltrato, quando si sta combattendo la battaglia astronomica, che vede in primo piano, a difesa della tradizione, la chiesa cattolica, fortemente repressiva verso le nuove teorie e che le considerava un attacco alla dottrina (infatti Keplero venne imprigionato); la chiesa, infatti, si poneva di contrastare le nuove teorie astronomiche e di mettere il silenzio (come nel caso di Giordano Bruno e Galilei).
Gli scienziati della rivoluzione astronomica concepivano l'universo proponendo l'immagine di esso come un universo chiuso, cioè delimitato da confini entro i quali si individua un centro e una periferia. Nel mondo antico erano state avanzate delle teorie sull'infinità dell'universo e sulla pluralità dei mondi in esso contenuti: questa linea però era stata sconfitta con l'imposizione della teoria aristotelico-tolemaica. Questa teoria dell'universo infinito tuttavia riemerge in Cusano e viene ripresa da Giordano Bruno. L'argomento con cui Bruno sostiene la tesi è un argomento che inizialmente verrà respinto dalle autorità ecclesiastiche e poi ripreso e riutilizzato per giustificare l'adesione della chiesa alla nuova immagine del cosmo, quando questa si imporrà in modo innegabile. Dio è un essere di infinita potenza, di virtù infinita e quindi il prodotto di un ente infinito non può essere altro che infinito (l'energia creatrice che non si esaurisce mai). Questa è un'argomentazione semplice, ma non scontata.
Il pensiero di Bruno, quindi, ha un esito panteistico. Secondo Bruno l'universo ospita un infinito numero di corpi celesti, i quali ospitano, a sua volta, creature razionali: Bruno dice esplicitamente "Solo così si magnifica l'eccellenza di Dio e la grandezza dell'universo". Sul momento le tesi di Bruno furono doppiamente combattute dagli astronomi, che imputavano l'impianto extrascientifico Bruno; e vennero contrastate ancor più dalle autorità religiose che reagirono in modo diffidente e repressivo. In realtà la scienza moderna, pur non aver detto nulla di certo, è più incline all'idea di un unverso infinito. Questa posizione di chiusura della chiesa sulla novità scientifica del tempo, trova il suo caso più clamoroso nel caso di Galilei. Tuttavia Bruno è una delle vittime più imputate della chiesa: verrà infatti imputato e ucciso al rogo.

Galileo Galilei

Galilei è in prototipo dello scienziato moderno e alcune delle sue teorie risultano fondative. La chiesa lo costrinse ad abiurare le sue tesi. Nacque nel 1564, studiò prima a Firenze, poi a Pisa, dove divenne docente; gli studi pubblicati all'inizio del '600 e riguardanti l'uso del cannocchiale (come il trattato "sidereus nuncius"), per un verso gli diedero notorietà nell'ambito scientifico, ma cominciarono a metterlo in urto sia con gli aristotelici che con la chiesa. Questo critico rapporto con la chiesa si acuì nel corso del '600. Stampato nel 1632, il Dialogo sui due massimi sistemi del mondo guadagnò a Galilei l'attenzione delle autorità del Sant'Uffizio, abiuro e condanna agli arresti domiciliari in una sua villa in Toscana, dove continuò i suoi studi pur essendo molto malato. Di conseguenza, prima degli effettivi risultati, il contributo di Galilei consentì la battaglia esplicita che portò contro il principio di autorità nel suo duplice aspetto: nella condizione per cui fosse indiscutibile l'autorità intellettuale di Aristotele, e sul piano religioso, secondo cui non si potessero avanzare teorie in contrasto con quanto scritto nei testi sacri.
Sul fatto che fosse indiscutibile l'autorità intellettuale di Aristotele, di questo si parla, in più momenti, nel dialogo sui due massimi sistemi del mondo. Il dialogo si svolge fra tre interlocutori: due sono personaggi già esistiti e, a quel tempo, già morti, Salviati e Sagredo, arbitro della contesa che Salviati interroga insieme al terzo interlocutore, Simplicio, impersonificazione dell'aristotelico dogmatico. In un passo del dialogo, Simplicio dice una frase esemplare: "Quello che mi mostrate sembra così convincente che se Aristotele non avesse scritto teorie opposte, vi crederei pure io"; ciò dimostra quanto fossero ottusi e pedissequi i moderni aristotelici che avrebbero creduto al torto pur di seguire Aristotele anche davanti all'evidenza, e ciò, quindi, mette in evidenza il fattore antiscientifico dei moderni pensatori aristotelici: infatti i veri antiaristotelici erano coloro che tradivano il metodo di Aristotele professandosi come loro seguaci. Per quanto riguarda l'altro aspetto: Galilei procede diversamente, recuperando un'impostazione del passato e riproponendola. Galilei dice che, come la Bibbia, anche la Natura è un libro scritto da Dio e quindi, provenienti dalla stessa fonte creatrice, non possono essere in un rapporto di contraddizione.
Tuttavia appare che ci sia un contrasto tra Bibbia e Natura perché, per quanto riguarda gli aspetti scientifici, la Bibbia deve essere necessariamente interpretata; infatti lo scopo del testo sacro è quello di fornire indicazioni, verità di natura morale e spirituale che devono essere prese alla lettera; ma ciò in cui parla della dimensione della Natura, in quanto non suo campo d'azione, la Bibbia non fornisce indicazioni e riferimenti specifici, ma deve essere interpretata e queste parti, inoltre, non devono essere prese alla lettera. Perciò, laddove nel testo sacro compaiono riferimenti sulla natura fisica, bisogna prendere questi in senso metaforico, in quanto alla Bibbia va dato l'ultimo luogo. Ciò appare inaccettabile alle autorità religiose, le quali volevano un approccio diretto con i testi sacri; tuttavia fu poi la chiesa a far coincidere e adattare le proprie verità con le scoperte scientifiche quando queste si sono rese evidenti e innegabili, accettate e riconosciute come tali da parte della chiesa.

La filosofia naturale e la magia

Allo studio della natura sono state ricondotte la magia e la filosofia naturale: agli esordi del mondo moderno alcuni concetti della magia, infatti, sono comuni anche agli altri approcci dello studio della natura per esempio, l'aspetto secondo cui la natura è percorsa da forze individuabili e tra loro interagenti il cui controllo può consentire all'uomo di dominare la natura. Ciò significa pensare che la natura sia intrinsecamente animata da forze che agiscono nell'uomo e collegate da una sorta di simpatia, interazione. Tuttavia il modo con cui le diverse discipline si approcciano è molto diverso perché la magia si propone di cogliere immediatamente queste forze, facendolo con procedure oscure e mantenendo segreti questi metodi; mentre alla base della scienza moderna c'è la formalizzazione delle procedure comuni; il mago ci tiene a tenere per sé i suoi segreti, anzi, la sua forza deriva proprio dal fatto che il mago occulta i propri segreti, rendendoli inaccesibili. Diverso da questo è l'approccio dei pensatori naturalistici, dei quali i principali esponenti sono: Bernardino Telesio, Giordano Bruno e Tommaso Campanella.

Bernardino Telesio

Era originario della Calabria e studiò a Padova, in una delle più prestigiose università del tempo. Il suo principale contributo filosofico è nell'opera "La natura secondo i principi che le sono propri", nella quale Telesio diceva che la natura è un mondo oggettivo che si regge su specifici principi che vanno studiati in quanto tali, escludendo forze di natura metafisica. La natura ha una sua fisionomia; il suo studio va affrontato individuando i principi che la caratterizzano e il metodo per conoscere la natura è la sensibilità perché i sensi sono ciò che accomunano gli uomini e gli animali. Telesio individua tre principi fondamentali con cui approcciarsi: sono il caldo e il freddo, il primo, responsabile della dilatazione delle cose che diventano più leggere e mobili, l'altro della condensazione delle cose che le rende più pesanti e ne ostacola il movimento. Questi due principi agiscono su una massa corporea, che è il terzo principio naturale; tuttavia il concetto di base secondo cui la natura ha una fisionomia propria è in sintonia con la scienza moderna. Telesio è tra quelli che contestano la fisica aristotelica: secondo Telesio Dio non è il primo motore immobile, Dio è invece l'artefice dell'ordine della natura; è garante anche della conservazione degli esseri naturali: ogni essere naturale agisce per la conservazione di sé stesso.
Questi concetti, Telesio li trasferisce anche in ambito morale: ogni essere tende all'autoconservazione e il bene supremo è la conservazione della vita dell'uomo; in relazione a ciò vengono misurati e definiti i piaceri e i dolori, nel senso che ogni essere prova piacere per tutto ciò che favorisce la sua conservazione e viceversa. La virtù, inoltre, è la misura che tiene lontano gli uomini da passioni eccessive. Questi principi bastano a spiegare la vita morale e intellettuale degli uomini, ma non sono sufficienti a spiegare la tensione religiosa che si rivolge ad un bene diverso a cui tendono i sensi. Questo anelito deriva da un'anima, infusa negli uomini, e che Telesio chiama "Superaddita", cioè è un'anima che proviene direttamente da Dio e aspira a Dio e, in virtù di ciò essa può orientare l'uomo a scegliere il bene supremo a preferenza del bene naturale, ossia quello a cui aspirano gli uomini.

Le scoperte di Galileo Galilei

Le scoperte che fece Galileo Galilei in ambito scientifico avevano come bersaglio la fisica aristotelica, della quale contribuiscono a smantellare l'edificio.La fisica aristotelica era basata su luoghi naturali: ogni elemento tende a raggiungere il proprio luogo naturale, in cui vi permane in uno stato di quiete. Per Aristotele, la condizione naturale dei corpi era la quiete; per Galilei, una condizione altrettanto naturale è il moto rettilineo uniforme, sicché Galilei, in questo modo, giunge a intuire il principio di inerzia. Il principio di inerzia è quello secondo cui un corpo tende a mantenere il proprio stato di quiete, o moto rettilineo, finché non intervengono forme esterne che mutano questo stato. Questo principio è importante perché consentì a Galilei di spiegare per quale ragione il movimento dei corpi celesti potesse rimanere inalterato. L'altra scoperta di Galilei riguardò la caduta dei gravi: secondo la fisica aristotelica, i corpi cadono con velocità proporzionale al loro peso; in realtà non è così, Galilei dimostra, infatti, con un esperimento mentale che la velocità dei corpi non dipende dal loro peso, ma dalla loro distanza dal suolo. Galilei, quindi, non aveva strumenti tecnici per produrre il vuoto (che verranno scoperti e inventati da Torricelli), tuttavia, con un esperimento mentale poté individuare questo principio.
L'altro campo in cui gli esperimenti di Galilei furono decisivi fu l'astronomia: in questo ambito Galilei trasformò il cannocchiale e lo usò come un telescopio; ciò suscitò grandi polemiche perché si pensava che guardare il cielo attraverso uno strumento potesse distorcere la vera visione del cielo. Tuttavia Galilei fece una scoperta riguardo la negazione della etereogeneità del mondo terrestre e lunare: notò che la superficie della luna non era levigata e perfetta, come aveva previsto la teoria aristotelica, anzi, era fortemente irregolare; osservò anche le macchie solari, nonché fenomeni di alterazione della superficie del sole, e osservò intorno a Giove alcuni pianeti (soprannominati poi "pianeti medicei") che dimostravano definitivamente non solo che la terra non era l'unico centro di rotazione, ma anche la non-esistenza delle sfere celesti e cristalline. (Infatti se Giove si fosse trovato infisso in una sfera cristallina, i suoi satelliti l'avrebbero distrutta). Tutte queste scoperte segnavano il "funerale" della vecchia filosofia, ma suscitarono grandi discussioni e violente reazioni alle quali Galilei volle replicare dedicando un dialogo a confronto dell'aristotelismo-tolemaico e copernicanesimo, chiamato "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo" che scrisse nel corso del 1632, confidandosi con il papa Urbano VIII. Galileo aveva frequentato questo pontefice pure prima della sua elezione e aveva avuto l'impressione che fosse tollerante verso questo nuovo sistema.
Il dialogo si svolge in quattro giornate fra tre personaggi: quello che rappresenta l'aristotelico dogmatico, legato alla tradizione comune, difensore di Aristotele anche di fronte l'evidenza, personaggio inventato (Simplicio), anche se si pensa che fosse un interlocutore di Galileo realmente esistito; poi vi è Salviati (l'altro ego di Galilei), accademico della Crusca e dei Lincei che svolge la funzione del portavoce di Galilei; e poi Sagreto, il quale è una specie di arbitro, chiamato in causa per moderare la situazione; era stato un nobile veneziano. Sia Salviati che Sagreto erano già morti prima della composizione del dialogo. Intestare loro come figure del dialogo era una forma di omaggio nei loro confronti da parte di Galilei.
Galilei si impegna a confutare le obiezioni derivanti dal senso comune nei riguardi del sistema copernicano. Galilei risponde a queste obiezioni formulando il principio di relatività galileiana: questo principio afferma che dall'interno di un sistema privo di rapporti con l'esterno, noi non siamo in grado di stabilire se questo sistema si trovi in stato di quiete o in stato di moto rettilineo uniforme. Questo principio viene esemplificato attraverso l'esperimento mentale, ossia un esperimento immaginato esposto per via logica ma non riproducibile nella realtà. Ciò ci introduce al discorso sul metodo di Galilei che egli descrive in una lettera a Cristina di Lorena, indicando due elementi del suo metodo: le sensate esperienze e le necessarie dimostrazioni; entrambe necessarie e complementari. Le sensate esperienze sono esperienze che si compiono attraverso i sensi, dei quali il più importante è quello della vista, e consentono a partire da casi particolari formulare una legge generale (metodo induttivo); le necessarie dimostrazioni sono i ragionamenti logici che vengono condotti avvalendosi del linguaggio e dei concetti della matematica, quindi consistono nel formulare ipotesi, dalle quali deriva la deduzione dei casi particolari.
Entrambe si implicano vicendevolmente perché secondo Galilei le esperienze sono sempre guidate da una teoria, cioé la natura non ci parla spontaneamente, il compito di colui che indaga è quello di imporre alla natura domande per capirne i metodi di funzionamento; quindi le domande muovono da un ipotesi di partenza, dall'altra parte le necessarie dimostrazioni muovono sempre da una qualche esperienza già fatta. L'aspetto più sorprendente del metodo di Galilei sta nel rapporto con l'esperienza e quindi degli esperimenti mentali; infatti, Galilei scrive in una lettera a Pietro Carcari che l'esperienza non è il criterio ultimo e definitivo considerato a sé stante perché se le leggi scientifiche valgono solamente in condizioni ideali e per la generalità dei fenomeni, le esperienze ci propongono delle situazioni particolari in cui entrano in gioco fattori che possono alterare il risultato dell'esperienza senza confutare il punto da cui si è partiti. Quindi Galilei considerava l'esperienza come uno degli elementi del metodo scientifico, ma non come l'elemento decisivo. L'esperimento si svolge attraverso procedimenti particolari e l'esperienza risente di questi procedimenti particolari. Galilei non si limita a descrivere e mettere in opera un metodo, questo metodo si fonda su convinzioni filosofiche importanti: l'idea di fondo è comunque che nella natura non esistono né essenze né finalità (ossia scopi verso i quali la natura è orientata). In ogni caso essi non riguardano la scienza: la scienza riguarda il "come", atteggiamento da cui nasce e prende attuazione la filosofia moderna. Ciò che la scienza si propone di scoprire va dalla legge matematica alla relazione tra fenomeni; legge matematica perché la natura è scritta in termini matematici.
Naturalmente la matematica richiama la filosofia antica e questa struttura matematica del reale si rivela dopo aver colto la differenza tra qualità oggettive (che ineriscono ai corpi, ossia appartengono ai corpi in quanto tali) e qualità soggettive (ossia quelle che non appartengono ai corpi in quanto tali ma al nostro modo di recepirli, quindi ai sensi). Questa natura fatta di strutture geometrico-matematiche funziona secondo rapporti di natura causale. La conoscenza che l'uomo può raggiungere sui singoli aspetti naturali è una conoscenza uguale a quella di Dio, ovvero su singole questioni il nostro sapere e quello di Dio sono identici per qualità e risposte a questioni specifiche; la differenza sta nel fatto che l'uomo vi arriva in maniera argomentativa, Dio per via intuitiva. Dio sa tutto e lo sa per intuizione (conoscenza exstensiva), l'uomo invece ha una conoscenza certa solamente su singoli argomenti.

Giordano Bruno

Era campano, nacque a Nola. Entrò nell'ordine dei domenicani e ne uscì molto presto perché le sue idee erano in contrasto con l'ambiente religioso; fu costretto, inoltre, a viaggiare in tutta Europa per sottrarsi all'inquisizione religiosa. Fu in Francia, Inghilterra alla corte di Elisabetta I, in Germania e, infine, venne invitato da un nobile veneziano, Mocerido, affinché Bruno gli rivelasse i segreti della magia e della mnemotecnica (ossia l'arte di costruirsi una memoria infallibile, sulle orme di Raimondo Lullo -Lullismo-). Tuttavia Mocerido lo denunciò all'inquisizione di Venezia, dalla quale Bruno fu trasferito in quella romana e fu tenuto in carcere per sette anni. Vi furono da parte della chiesa numerosi tentavi di abiurazione da parte della chiesa, tuttavia Giordano Bruno vi si contrapporrà, venendo, in seguito, contattato e bruciato al rogo nella piazza Campo dei Fiori. Bruno scrisse diverse opere, i più importanti sono i dialoghi italiani, i cui titoli sono "La cenere de le ceneri"; "De la causa principio I"; "De l'infinito universo e mondi". Poi, l'altro gruppo di opere sono "Lo spaccio della bestia trionfante" e "Gli eroici furori".
Il tratto della sua filosofia è il naturalismo vitalistico e panteistico: lui considera la natura animata, percorsa da un flusso vitale che si esprime in infinite forme. L'uomo, creatura naturale, avverte anch'egli questa energia e ne è spinto a fondersi con la natura e con il tutto. Il "furor" di Bruno è quest'ansia di far coincidere sé stessi con la vitalità naturale (panismo). Inoltre, questo furor è eroico nel senso di eros, forma di amore inesauribile verso la natura. Rispetto alla natura, Dio è concepito insieme come "mens super omnia", ossia ente trascendente a tutte le cose; ma è considerato anche "mens insita omnibus", cioé come principio immanente nel cui intelletto sono contenute le idee in relazioni alle quali vengono plasmati gli enti naturali. Dio è causa e principio al tempo stesso, e ciò rende unitario l'intero mondo (totalità del reale). Questa concezione è panteistica e le concessioni che Bruno fa all'idea di un dio sopra tutto, sembra un'affermazione di prudenza attraverso la quale Bruno cerca di scagionarsi dalle persecuzioni religiose. Inoltre, si dichiarò seguace della Doppia verità: cioé esisterebbe una verità popolare, quella delle fedi religiose, adatta per il popolo (la religione, infatti, è un instrumentum regni); l'altra verità è quella delle menti elevate e sapienti, come quelle dei filosofi e maghi che vede in Dio l'energia diffusa in tutto l'universo, derivante da Dio a sua volta infinito. Bruno polemizza contro quelle teorie secondo le quali il genere umano avrebbe vissuto all'inizio in un'età dell'oro, periodo felice in cui non c'era il bisogno di lavorare per vivere; dalla quale poi sarebbe decaduto. Bruno pensa che se fosse esistita realmente una possibile età dell'oro, non sarebbe stata un'eta felice perché ciò che eleva l'uomo è proprio il lavoro, ossia la capacità di utilizzare le mani e l'intelligenza per modificare la propria condizione.
L'etica di Bruno, inoltre, non è contemplativa, ma attivistica, che chiama gli uomini ad utilizzare pienamente ciò che permette loro di distinguersi nel creato. Ciò vale soprattutto per gli ingegni elevati, per i pochi che possono elevarsi alla filosofia; per i molti, invece, bastano i preti a professare le varie fedi, che per Bruno non sono altro che superstizioni (come emerge nel dialogo "La bestia trionfante", opera dedicata alla ricerca e alla sconfitta delle superstizioni).

Isaac Newton

Nacque lo stesso anno in cui morì Galilei, il 25 dicembre del 1642. Con Newton giunge a compimento la Rivoluzione nella scienza e nell'astronomia, durante la quale vengono fissati i capisaldi della fisica che resteranno indiscussi fino alla formulazione della teoria della relatività da parte di Einstein, con la quale le scoperte di Newton faranno parte della "fisica classica". Newton non fu soltanto uno scienziato, ebbe incarichi diversi, come quello di rappresentare in parlamento l'università di Cambridge; di dirigere la Royal Society; e fu perfino direttore della zecca di Londra. La zecca era legata alla banca di Inghilterra che fu la banca centrale in tutta Europa. Successivamente Newton compì degli studi teologici nei quali assunse posizioni anti-trinitaria (Dio ha un ruolo significativo nel sistema di Newton). A Newton è attribuita la scoperta del calcolo infinitesimale, che avvenne contemporaneamente e indipendentemente pure da parte di Leibniz. Per quanto riguarda le scoperte scientifiche: il contributo di Newton è la legge della gravitazione universale; Newton, infatti, fu il primo a distinguere la differenza tra forza e peso.
In virtù di questa legge, e delle altre da lui scoperte, Newton elaborò una spiegazione meccanicistica del cosmo, il quale era una grande macchina funzionante secondo rapporti di causa-effetto, spiegabili secondo leggi esprimibili in termini matematici. Tale universo meccanico aveva bisogno di un impulso iniziale per mettersi in moto e questa era la funzione che Newton attribuiva a Dio. Quindi Dio è l'ipotesi alla quale Newton ricorre e considera necessaria per il funzionamento dell'universo, che, appunto, funziona come una macchina. Così come a questo universo occorrono i concetti di tempo e spazio assoluti, ossia che il tempo e lo spazio esistano a prescindere dagli eventi e dai corpi; spazio e tempo sono, quindi, dei fattori che esisterebbero anche in assenza di fatti e corpi, a differenza delle leggi empiristiche. Quindi, tanto Dio quanto tempo e spazio sono delle ipotesi e questo sembra contrastare con il principio filosofico di Newton, quello secondo cui egli dice di non inventare ipotesi; in realtà, egli vuole dire che procede attraverso ragionamenti matematici e non ipotesi.
Altre scoperte di Newton sono quelle relative al principio della dinamica: il principio di inerzia (secondo il quale ogni corpo permane nel suo stato finché non è costretto a mutarlo in dipendenza a forze impresse); il principio di proporzionalità tra forza e accelerazione e il principio di azione e reazione. Sul piano filosofico quello che è più rilevante sono le regole del filosofare che Newton espone nella sua opera fondamentale: "I principi matematici di filosofia naturale". Queste regole, che sono quattro, sono: 1) bisogna ammettere solo le cause strettamente necessarie alla spiegazione dei fenomeni, e quindi non moltiplicare enti e forze per spigare fatti già spiegati esaurientemente; 2) effetti dello stesso tipo devono essere attribuiti alla medesima causa; 3) le qualità che non sono soggette ad aumento e diminuzione vanno attribuite ai corpi in generale, anche a quelli non soggetti a verifica sperimentale (quindi si può operare induttivamente). Queste regole rispondono ad un criterio generale, quello secondo cui la natura è uniforme e regolare. 4) le leggi che sono state ricavate induttivamente dai fenomeni possono essere confutate soltanto da altri esperimenti e non da ipotesi; il criterio di verifica delle leggi scientifiche è sempre l'esperienza.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email