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La rivoluzione industriale e la fiducia nel progresso

L’evento che ha contribuito in modo decisivo alla nascita della sociologia è senz’altro l’affermarsi, nella società europea, della rivoluzione industriale, avviata in Inghilterra nella seconda metà del ’700: lo scenario storico che fa da sfondo alla nascita della sociologia nell’Ottocento è proprio la centralità della scienza e della tecnica che in questo periodo ricevono un impulso profondo dallo sviluppo dell’industria.
La rivoluzione industriale è stata decisiva per la nascita della sociologia sia per quel vasto e articolato fenomeno culturale che l’ha accompagnata, che va sotto il nome di Positivismo, sia per gli effetti che essa ha generato nel tessuto sociale.
Nel Discorso sullo spirito positivo, (1844) che può essere considerato il manifesto del Positivismo, Auguste Comte (1798-1857) definisce la scienza come l’ambito del positivo. Il termine “positivo” rappresenta tutto ciò che è reale in opposizione al chimerico, l’utile in contrasto con l’inutile, il preciso in antitesi al vago, la fiducia nel progresso contro le forze del regresso. In sintesi, solo il sapere e i procedimenti delle scienze sono concreti e fecondi di risultati (= positivi): l’unica forma di conoscenza valida è quella della scienza.
Il Positivismo si presenta così come la filosofia che sostiene la rivoluzione industriale, una visione del mondo incentrata sulla fiducia nella scienza e nel progresso. Non solo: il sapere scientifico deve diventare anche modello e strumento per la riorganizzazione complessiva della società, in modo che questa, abbandonatele" perstizioni, possa rapidamente svilupparsi e modernizzarsi.
A livello più pratico, al di là dell’enfasi sul progresso materiale e morale dell’umanità, il processo di industrializzazione ha avuto effetti dirompenti sulla vita delle persone: le campagne lentamente si sono spopolate per l’esodo dei contadini nelle città, i contadini trasformati in operai hanno conosciuto la scomparsa dei modi di vita della piccola comunità rurale e la nascita di nuove forme di interazione tra gli individui. Al tempo stesso si è estesa la rete dei traffici e dei commerci che hanno velocizzato le comunicazioni e la medicina ha cominciato a sconfiggere antiche malattie infettive. Tutte queste modificazioni hanno generato una serie di domande aperte: come la scienza e la tecnica potranno contribuire a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori? Come lo sviluppo tecnico può diventare sviluppo civile e morale?
C’è infine un terzo elemento da tenere in considerazione. L’idea di progresso, che per i positivisti francesi costituiva un’ipotesi metodologica, diventa in alcuni positivisti inglesi, come Herbert Spencer (1820-1903), una categoria filosofica generale per spiegare la realtà, sia quella naturale sia quella sociale, secondo il principio del progressivo passaggio da forme di vita omogenee poco definite e incoerenti a forme di vita sempre più differenziate e più integrate tra loro (prospettiva evoluzionista).
Spencer paragona le società umane a organismi viventi: come in un organismo vivente i vari organi sono interdipendenti e contribuiscono alla sopravvivenza dell’organismo, così le varie parti della società (la politica, l’economia, la parentela...) sono anch’esse interdipendenti e funzionano in modo da assicurare la stabilità e la sopravvivenza dell’intero sistema.
Inoltre, per lui, tanto in campo naturale quanto in campo sociale esiste una sola e unica legge: la legge che determina il passaggio delle forme di vita e delle società da forme più semplici a forme più complesse.
Esiste un fondamentale ottimismo circa l’esito finale di questo processo: le forme di vita naturali, come quelle sociali, tendono inesorabilmente verso il meglio; e meglio, in campo sociale, significa “più sviluppato”, “più progredito”, “più modernizzato”, sulla base del modello di crescita industriale dell’Inghilterra del 1800.
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