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Riprendendo il tema generale della seconda meditazione, Cartesio con un atto di auto-riflessione scopre un nucleo di indistruttibile certezza, l’Io, perché l’unica indiscutibile certezza, l’unica di cui non posso dubitare è il pensiero, in quanto sono cosa pensante, definita precisamente “res cogitans”, cosa che pensa.
Un’altra critica molto dura che se accolta avrebbe distrutto tutta la meditazione è quella di Pierre Gassendi: il filosofo suo contemporaneo si chiede se l’argomentazione utilizzata non è forse una ragionamento deduttivo, e non sia forse realizzata attraverso un sillogismo.
In qualche modo, tutto il discorso sulla filosofia aristotelica, sula logica, dapprima ripudiato perché non ragionato, non è stato infine utilizzato? Se Gassendi avesse ragione ci troveremmo davanti a un sillogismo camuffato, dal quale non risulta evidente una premessa maggiore ma chiaramente una premessa minore e una conclusione. La prima, la premessa maggiore, seppur celata, secondo il critico c’è, ed è l’esistenza di tutto ciò che pensa, la quale non viene dimostrata ma è data per evidente. Questa obiezione mina non solo l’autenticità del lavoro del filosofo ma la sua stessa ragione. Ecco la risposta immediata di Cartesio: il mio cogito ergo sum non è un ragionamento che si basa su una premessa e una conclusione, in quanto è intuizione immediata, giacchè pensare ed essere non sono due momenti distinti e separati di una successione discorsiva, anche se c’è l’ergo che congiunge cogito e sum. Da Cartesio sono indicati come due aspetti in una unica esperienza intuitiva. Finchè continuo a pensare sono certo di esistere.

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