Karl Marx


Vita

Karl Marx nacque a Treviri nel 1818 da una famiglia di origine ebraica.
Il padre esercitava la professione di avvocato e a tali studi avviò anche il figlio, iscrivendolo alla facoltà di legge di Bonn.
Ma dopo un anno di studi per niente brillante, Marx si trasferisce, per volontà del padre, all’Università di Berlino, dove l’ambiente è assai più austero e gli studi più severi.
A Berlino Marx è profondamente interessato alla disputa tra la scuola storica del diritto rappresentata da Savigny e la scuola hegeliana di Gans; quest’ultimo applicava al diritto il metodo dialettico hegeliano.
Gans esercitò una vivace influenza sul giovane Marx che ricevette da lui il primo impulso allo studio di Hegel, dal quale egli trasse la decisione di abbandonare gli studi giuridici per dedicarsi alla filosofia.
Entrato così in contatto con i “giovani hegeliani”, medita in un primo tempo di intraprendere la carriera universitaria.
Alla morte del re di Prussia Federico Guglielmo III, gli succede il figlio Federico Guglielmo IV.
Il reazionario Eichorn, nuovo ministro assunto da Federico Guglielmo, che sostituì Altenstein, provvide ad allontanare Gans da Berlino, chiamando Schelling come antidoto all’hegelismo.
Successivamente, fu allontanato anche Bauer: questo fatto colpì Marx, il quale rinunciò definitivamente alle sue ambizioni accademiche per dedicarsi alla politica attiva e al giornalismo.
Nel 1842 Marx ha un primo breve incontro con Engels nella redazione della “Gazzetta renana”, della quale è divenuto nel frattempo redattore capo; ma la nuova linea della Gazzetta suscita ben presto la reazione delle autorità che infatti ne proibirono la pubblicazione.
Marx si reca così in volontario esilio a Parigi con l’intento di continuare l’opposizione politica avviata a Berlino, al riparo dalla censura prussiana.
In questi anni Marx stringe amicizia con il russo Bakunin e inizia un fitto carteggio con Engels.
Nel corso del 1844 Marx aveva collaborato al giornale socialista “Avanti!” che si stampava a Parigi in lingua tedesca, attaccando violentemente l’assolutismo prussiano.
Il governo prussiano ottenne allora dalla Francia, dopo varie pressioni, l’espulsione di Marx, che fu costretto a rifugiarsi con la famiglia a Bruxelles.
Nel 1847 si riunisce a Londra il primo Congresso della Lega dei Comunisti.
Marx, impossibilitato a recarvisi, si fa rappresentare da Engels.
Durante il Congresso, la Lega decide di abbandonare la linea dei socialisti francesi, per avvicinarsi alle posizioni apertamente rivoluzionarie sostenute da Marx ed Engels.
Essi vengono incaricati di preparare un manifesto programmatico del Partito e nel febbraio del 1848, l’anno dei grandi moti europei, compare a Londra il Manifesto del Partito Comunista.
Ai primi di marzo un ordine del re fa espellere dal Belgio Marx, che viene accompagnato dalla polizia alla frontiera francese.
Pochi giorni dopo egli viene eletto a Parigi presidente del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti.
Approfittando della rivoluzione che sconvolge Vienna e Berlino, Marx riesce a tornare in Germania, dove fonda la “Nuova Gazzetta renana” e tiene alcune conferenze.
Ma nel giro di qualche mese si avviano contro il giornale di Marx vari procedimenti giudiziari per “offese al governo” e “incitamento alla ribellione”.
Benché Marx riesca a ottenere in un primo momento la completa assoluzione, la fine della “Nuova Gazzetta renana” è solo rinviata, mentre i moti rivoluzionari vanno incontro al fallimento in tutta Europa e le potenze della reazione riprendono progressivamente il controllo della situazione.
Nel maggio del 1849 Marx viene nuovamente espulso dal governo prussiano e rifugiatosi a Parigi, viene subito invitato a lasciare il paese.
Si trova perciò costretto a trasferirsi a Londra dove trascorrerà il resto della sua vita.
A Londra Marx tenta di riorganizzare la Lega dei Comunisti, che però verrà sciolta entro breve tempo.
Negli anni che seguono, pur mantenendo i contatti con le varie organizzazioni di ispirazione comunista, Marx si ritira dalla politica attiva e si dedica ai suoi studi di economia.
La situazione economica di Marx e della sua ormai numerosa famiglia è però assai grave e solo il generoso aiuto dell’amico Engels, dopo che Marx avrà invano cercato di ottenere un impiego presso le ferrovie inglesi, gli consentirà di non precipitare nella più nera miseria.
In questi anni difficili inizierà tuttavia il lavoro che dovrà portare alla stesura del Capitale, testo fondamentale della dottrina marxiana.
L’attività politica di Marx negli anni della composizione del Capitale ha le sue più importanti manifestazioni in seno alla Prima Internazionale, dove Marx si scontra con le due opposte influenze di Proudhon e di Bakunin: il primo, refrattario all’impostazione rivoluzionaria della teoria di Marx; il secondo, a capo della corrente anarchica, propenso a una forma di rivoluzione che eliminasse immediatamente qualsiasi forma di Stato, senza passare attraverso le fasi intermedie ritenute da Marx necessarie.
In quest’ultimo periodo della sua vita, mentre lavora febbrilmente ai successivi volumi della sua opera maggiore, Marx si trova a dover prendere le distanze da interpretazioni riduttive e svianti del comunismo.
Nel 1882 le cattive condizioni di salute costringono Marx a un soggiorno ad Algeri e a Montecarlo.
La sua esistenza travagliata si concluse nel marzo del 1883.
Tra le sue ultime battaglie, vi fu quella nei confronti delle correnti positivistiche, di cui attaccava il materialismo meccanicistico.

Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico

Marx rappresenta la sintesi tra la filosofia tedesca, la politica francese e gli economisti inglesi, inserendosi in tutti e tre i campi in modo critico.
In quest’opera, Marx mette in luce quello che egli chiama il “mistero” della filosofia di Hegel.
Tale “mistero” consiste nell’inversione dei rapporti tra l’Idea e la realtà: per Hegel, reale è l’Idea, mentre i fatti empirici sono solo “fenomeni”, apparizioni inessenziali e accidentali dell’Idea.
Questo atteggiamento conduce da un lato a una sorta di “misticismo logico” (ciò che è reale è razionale), da un altro lato fa sì che la realtà empirica venga assunta così com’è, senza critica, e perciò comunque giustificata (si giustifica tutto ciò che è reale, in quanto è razionale, e quindi necessario).
Qualcuno ha sintetizzato Marx con questa formula: Marx critica Hegel con Feuerbach e Feuerbach con Hegel:
- Marx recupera, reinterpreta e condivide la visione materialistica di Feuerbach, il primo ad essersi messo in una posizione profondamente critica con Hegel: condivide la critica di Feuerbach ad Hegel sul fatto che l’impianto hegeliano sia in realtà teologico (teologia mascherata).
Quello che Marx critica di Hegel, sulla scia di Feuerbach, è soprattutto il metodo e quello che lui definisce misticismo logico (che Feuerbach aveva definito teologia mascherata), cioè il capovolgimento tra il soggetto e il predicato (sempre prendendo dalla critica di Feuerbach).
Hegel, ad esempio, parte dal concetto di monarchia, di Stato, e scende giustificando lo stato prussiano e la monarchia stessa; questo è giustificazionismo derivato dalla formula hegeliana tutto ciò che è razionale è reale.
Tutto diventa quindi determinazione necessaria della realtà, che viene giustificata: dunque la posizione di Hegel non può che essere conservatrice.
- Il rapporto con Hegel è stretto, in quanto Marx recupera da Hegel il senso della storia, il movimento, ma soprattutto la fondamentale dialettica: Marx interpreta con occhi dialettici la realtà.
In un passaggio dell’ideologia tedesca in cui viene fondata la visione del materialismo storico, Marx dice che Feuerbach è materialista quando non è storico e quando è storico non è materialista.
Feuerbach ha infatti avuto il merito di parlare in termini materialistici dell’uomo, ma così facendo ha dimenticato la storicità dell’uomo.
Secondo Marx, l’uomo non è solo un ente naturale predefinito, ma è anche storico.
L’essenza dell’uomo su specifica volta per volta in relazione alla società nella quale egli si trova a vivere, vale a dire nelle sue relazioni lavorative ed economiche con gli altri uomini; l’uomo è la risultante dei rapporti sociali.
Marx afferma che non è la coscienza a determinare l’essere sociale di ciascuno, ma è il nostro essere sociale a determinare la nostra coscienza; la nostra visione del mondo è perciò condizionata dal ruolo che si ha all’interno della società.
Ecco che l’uomo è prodotto storico e relazionale (la nostra visione del mondo dipende dall’epoca in cui viviamo e dal ruolo sociale che abbiamo).
Inoltre Feuerbach non ha colto che l’alienazione religiosa è una derivata dall’alienazione economico-sociale: l’uomo che si affida all’illusione religiosa non è un individuo generico posto fuori della storia, ma è un individuo che appartiene a una determinata forma sociale, è un uomo sfruttato, asservito, avvilito che, di fronte alle insufficienze del mondo storico nel quale è materialmente reso schiavo di un altro uomo, è indotto a consolarsi astrattamente nella speranza di un altro mondo, dove regnino eguaglianza, giustizia e libertà.
Feuerbach parla invece della religione e dell’uomo come prodotto naturale astorico.
L’uomo si inventa quindi un altro mondo per poter sopportare la vita, fuggendo dalla realtà, e la religione è un prodotto dell’uomo, è il gemito della creatura oppressa: l’alienazione economico sociale porta all’alienazione religiosa.
L’alienazione religiosa non è quella principale, ma una derivata: l’alienazione principale è infatti quella economico-sociale, cioè quella dello sfruttamento che il proletario vive.
In tal senso, la religione è l’oppio dei popoli, la consolazione necessaria a rendere tollerabile una condizione di vita deprivata e immiserita.
In Marx c’è però una duplice lettura: il proletario si crea un Aldilà fantastico per poter sopportare lo sfruttamento capitalistico, ma il prete e il capitalista utilizzano questo come strumento di dominio.

L’ideologia tedesca e Manoscritti economico-filosofici del 1844

- Il lavoro: Marx afferma che l’uomo si può distinguere dagli animali per la coscienza, per la religione, ma cosa più importante, gli uomini cominciarono a distinguersi dagli animali perché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza: cominciarono quindi a lavorare.
È dunque attraverso il lavoro che l’uomo è creatore del suo modo d’essere o della sua esistenza specifica, come capacità di espressione o di realizzazione di sé.
Marx ha due letture del lavoro: una positiva, poiché il lavoro è progettualità e trasformazione della natura; un’altra negativa, data dal fatto che questo lavoro è però parcellizzato, sfruttato e non rispettato.
Il lavoro è pertanto, secondo Marx, una manifestazione, anzi l’unica manifestazione della libertà umana cioè della capacità umana di creare la propria forma di esistenza specifica.
- Struttura e sovrastruttura: In Marx si prefigura, inoltre, il rapporto tra struttura e sovrastruttura: con struttura si intende la base economica, l’organizzazione sociale della società, mentre con sovrastruttura si intende la sua apparenza o fenomeno; la prima riguarda i rapporti economici che esistono tra i membri o le classi di una determinata società, mentre la seconda riguarda una sorta di riflesso della prima, sul piano delle istituzioni e delle idee.
Il capitalismo, che è da considerarsi come struttura, ha un modo di produrre i beni: a seconda di questa struttura si sviluppa la società e l’individuo sviluppa un modo di vedere e intendere le cose, quindi la cultura, lo Stato e le istituzioni sono in Marx sovrastrutturali.
La base economica determina le visioni che ne scaturiscono, non viceversa.
Marx è maggiormente interessato all’alienazione della classe operaria: siamo in piena rivoluzione industriale nel contesto inglese.
Secondo Marx ci sono quattro tipologie di alienazione:
- Il lavoratore è alienato rispetto al prodotto della sua attività in quanto egli in virtù della sua forza lavoro produce un oggetto che non gli appartiene e che si costituisce come una potenza dominatrice nei suoi confronti.
Sullo sfondo c’è l’idea che sia il lavoro a produrre ricchezza, a trasformare la realtà.
Secondo Hegel, il servo si emancipa dalle cose poiché il padrone ne diventa dipendente.
Nel sistema capitalistico, però, Marx afferma che il prodotto del lavoro viene sottratto all’operaio; non solo, ma la produzione gli si contrappone come qualcosa di autonomo.
Infatti, il processo di riduzione dell’operaio a “merce”, aliena il lavoratore, rendendogli estranei (ovvero “alieni”) i prodotti del suo stesso lavoro.
Ciò che l’operaio produce, infatti, non lo produce per sé ma per un altro, che diviene così il proprietario del suo stesso lavoro.
Il fatto che le merci prodotte vengano considerate come qualcosa di autonomo verrà definito da Marx come feticismo delle merci: il prodotto nasconde lo sfruttamento, e tramite ciò critica Hegel.
- Il lavoratore è alienato rispetto alla sua stessa attività.
- Il lavoratore è alienato rispetto alla sua stessa essenza: Infatti, la prerogativa dell’uomo rispetto all’animale è il lavoro libero e creativo; l’uomo si caratterizza per il lavoro, è lavoro.
- Il lavoratore è alienato rispetto al prossimo, cioè dal capitalista, che lo tratta come un mezzo.
Alienazione rispetto al prossimo, soprattutto perché il prossimo per il proletario dell’800 è il capitalista.

Il Capitale: critica dell’economia politica

Il Capitale è l’opera principale di Marx, il cui sottotitolo è critica dell’economia politica: Marx si pone come critico del sistema capitalistico, tentando di spiegarne il funzionamento.
Nel primo libro vi è l’analisi della merce, considerata da Marx la cellula della società capitalistica.
Marx afferma inoltre che il valore di una merce risiede nel lavoro contenuto in essa: questa teoria è chiamata teoria del valore-lavoro.
In polemica con i principi dell’economia classica, che riteneva di poter individuare leggi economiche universali e sovrastoriche, Marx svolge un’analisi dettagliata degli elementi che determinano la specifica negazione interna della struttura borghese capitalistica, cercando di individuare le leggi tendenziali che ne caratterizzano lo sviluppo.
Innanzitutto, la struttura capitalistica si caratterizza per una generale mercificazione dei rapporti produttivi, che divengono quindi tutti quantificabili secondo il principio del valore di scambio.
Se infatti ogni merce ha per sua natura un valore d’uso relativo alla sua utilità rispetto ai bisogni determinati, la sua circolazione sul mercato si attua in relazione al valore di scambio (una merce legata ad un bisogno primario, come una forchetta usata per mangiare, ha un valore maggiore rispetto ad un pettine), che coincide con la quantità di lavoro necessario a produrla.
Il sistema capitalistico si caratterizza quindi per una “immane raccolta di merci” che mercifica anche la forza-lavoro, innescando il processo di alienazione del lavoratore.
- Il plusvalore: Il processo che caratterizza la produzione capitalistica è quello dell’accumulazione del denaro per cui, diversamente da quanto accadeva nelle società precapitalistiche (in cui si vendeva una merce per comprarne altra con il fine ultimo di soddisfare un bisogno), il denaro, anziché essere strumento per lo scambio e la produzione di merci, è il vero fine della produzione.
In altre parole, il denaro è divenuto strumento di produzione di altro denaro, modificando lo schema tradizionale merce-denaro-merce (M-D-M) e sostituendolo con quello di denaro-merce-denaro aggiuntivo (D-M-D’).
Il ciclo capitalistico infatti consiste nell’investimento da parte del possessore di denaro in una merce, la quale non vale tanto per il suo valore di scambio o per quello d’uso, quanto piuttosto per la sua proprietà di produrre ulteriore denaro.
Bisogna insomma comprendere da dove derivi il D’, il denaro maggiorato.
Apparentemente il D’ deriva dal fatto che la merce venga venduta in termini maggiorati.
Ma in realtà, dice Marx, il D’, l’accumulo di guadagno, non deriva dalla sfera della circolazione delle merci, in quanto anche il capitalista acquista le materie prime ad un prezzo maggiorato.
Il D’, afferma Marx, deriva dallo sfruttamento del lavoro.
Infatti, l’unica merce che ha la particolarità di produrre denaro è quella forza-lavoro che il capitalista acquista come merce umana, ossia l’operaio.
Egli è infatti in grado di produrre più del suo valore di scambio, cioè più del salario che gli viene corrisposto dal padrone della fabbrica affinché possa sopravvivere e riprodursi.
Il plusvalore corrisponde quindi al pluslavoro dell’operaio, che il capitalista non gli retribuisce e che invece accumula in forma di produzione non scambiata.
Tale condizione di sfruttamento è resa possibile dal fatto che l’operaio sia costretto, per sopravvivere, a vendersi al proprietario di fabbrica, in quanto questi soltanto dispone dei mezzi di produzione.
- Il crollo del sistema capitalistico: Il capitale costituito dall’accumulo di plusvalore si distingue però in capitale variabile e in capitale costante; il primo corrisponde al denaro che viene reinvestito nei salari degli operai, il secondo in quello necessario all’acquisto dei macchinari di fabbrica e alle materie prime.
Tale distinzione consente di comprendere la differenza tra plusvalore e profitto.
Se infatti il plusvalore si riproduce in relazione agli investimenti del capitale variabile, il profitto (cioè il denaro che intasca al netto il proprietario della fabbrica) deriva dal rapporto tra il plusvalore e la somma di capitale variabile e capitale costante.
Solo il capitale variabile (cioè il costo dei salari) è in grado di generare altro capitale (cioè il plusvalore, in quanto minore è il salario pagato, maggiore sarà il plusvalore generato dal lavoro degli operai, maggiore sarà il guadagno dell’imprenditore), mentre il capitale costante (ovvero il costo delle macchine) è in grado di produrre merci, ma non plusvalore; ciò implica che non ci sia coincidenza tra plusvalore e profitto.
Lo scarto esistente tra capitale variabile e capitale costante è fondamentale per comprendere una delle tre leggi che, secondo Marx, porteranno al crollo del sistema capitalistico.
1)La caduta tendenziale del saggio del profitto: Lo sviluppo tecnologico e il continuo rinnovamento dei macchinari cui il capitalismo deve tener dietro impone un aumento smisurato del capitale costante, cui non corrisponde un aumento di quello variabile, che, anzi, tende a diminuire, viso che le macchine necessitano di sempre minore manodopera.
Il risultato di tale complesso processo è l’alterazione del rapporto tra capitale costante e capitale variabile.
Questo porta alla graduale diminuzione del profitto, poiché esso deriva attivamente solo dal capitale variabile (teoria valore-lavoro) e non da quello costante.
Perciò, licenziando sempre più lavoratori, non solo si crea il problema sociale e politico per cui quei lavoratori costituiranno l’esercito della rivoluzione, ma il profitto si assottiglierà, in quanto a creare il lavoro non sono le macchine, ma è il plusvalore, lo sfruttamento del lavoro.
2)La separazione fra le forze produttive e i mezzi di produzione: Le forze produttive, cioè il proletariato, non stanno più in quel metodo di produzione.
3)L’anarchia produttiva: Nel sistema di produzione capitalistico, avendo come finalità non dei bisogni ma il profitto, il singolo capitalista produce laddove il guadagno è più immediato e remunerativo, poiché si produce non in relazione al bisogno, ma al guadagno.
Il capitalismo va perciò incontro alla cosiddetta crisi da sovrapproduzione.
Nella storia è stato pensato di mettere freno o correggere l’anarchia produttiva con i famosi piani quinquennali, in cui lo Stato decide la programmazione, cosa si deve produrre e per quanto.
- Il soggetto della rivoluzione: Marx si distingue dagli anarchici per quanto riguarda il soggetto che dovrà guidare la rivoluzione:
-- Secondo Marx, la punta della rivoluzione sarà la classe operaia perché è la classe che maggiormente subisce lo sfruttamento capitalistico delle fabbriche e che conosce meglio lo sfruttamento stesso e il meccanismo capitalistico.
-- Secondo Bakunin, il soggetto principale non è la classe operaia, ma il sottoproletariato o, in alcuni contesti, i contadini.
Un’altra differenza politica si basa sul fatto che, mentre secondo gli anarchici la fonte dello sfruttamento e dell’oppressione è lo Stato, secondo Marx è la proprietà privata, in quanto lo Stato è sovrastrutturale.
- La proprietà privata: Marx afferma che la società borghese alimenta la propria autodistruzione.
Infatti, la società borghese e il suo modello produttivo hanno innescato un processo di cicliche crisi legate agli eccessi e ai disequilibri della produzione; tali crisi determinano una condizione di instabilità che le armi approntate dagli Stati che rappresentano gli interessi della classe dominante (armi consistenti nella conquista di sempre nuovi mercati e allo sfruttamento selvaggio di quelli vecchi) non sembrano in grado di contenere.
Una volta che la classe proletaria avrà raggiunto piena coscienza dell’espropriazione che le è stata imposta dall’economia borghese, il primo obiettivo da perseguire allo scopo di recuperare la propria natura di esseri umani sarà l’abolizione della proprietà privata.
Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email