pexolo di pexolo
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Commonwealth


Se lo stato di guerra è qualcuno che ha un potere assoluto su di me, fino al potere della vita, la politica non può essere soltanto un potere assoluto con il limite della salvaguardia della vita (Hobbes), non può essere un potere assoluto. Il patto deve generare un esercizio di libertà, garantendo la proprietà; deve essere ciò che fa principalmente la gestione di due aspetti: deve garantire la libertà e la proprietà. Per questo nasce il Commonwealth: il patto diventa lo strumento con cui lavorare sulle due forme di mutevolezza (la prima che rende assoluto un potere, la seconda che ammette l’accumulo). Il patto diventa una garanzia: è un artificio in grado, secondo Locke, di correggere la natura umana.

Mutevolezza della natura umana


Locke pensa di poter arrivare a fare una costruzione di certezza su ciò che è mutevole: potremmo godere del nostro potere reciproco senza che nessuno lo eserciti assolutisticamente su un altro e godere di una proprietà senza che nessuno la rivendichi o senza costruire accumulo, ma questo è difficile. Il patto è il tentativo artificiale di costruire una sorta di “godimento della certezza di godimento”, cioè di oltrepassamento del limite di godimento per renderlo certo e per poter vivere contenti di questa certezza. La natura umana, infatti, ci consegna una mutevolezza che non permette un ordine certo; la novità, rispetto ad Hobbes, è significativa: non stiamo decidendo e costruendo una certezza immediata, ma stiamo lavorando per non rendere più mutevole quello che è già di per sé mutevole, o meglio, per darci delle ampie garanzie per cui, se persino quella mutevolezza restasse, l’abbiamo comunque messa dentro ad un cordone sanitario. Il patto di Locke è un patto di fiducia, perché essa come si dà si revoca, ma se io non la considero illimitata e la incornicio e la proteggo entro una serie di condizioni proteggo la dimensione di certezza che la fiducia porta con sé. La politica è garanzia e non compimento della natura umana: siamo già società nello stato di natura, la politica aggiunge la protezione alla mutevolezza, non fa morire l’uomo ma ne migliora la mutevolezza.

Diritto di punire


Il diritto di punire, che è la risposta alla violazione della legge di natura, e l’istituzione della proprietà sono due caratteristiche, in Locke, che non richiedono il patto: sono due istituti tipici dello stato di natura. Nello stato di natura l’uomo si fa giustizia da solo ed ha diritto alla proprietà: non c’è immediatamente necessità del patto per punire chi vìola la legge di natura (→possibilità di uccidere chi uccide) e non serve il patto per istituire la proprietà. Esso serve, e diventa necessario, quando l’esercizio naturale di questi due istituti incappa in un difetto, in una problematicità, rischiando di essere tradito per una forma di accensione della nostra brama acquisitiva. Locke pensa che c’è una motivazione razionale che sorregge e rende possibile il fatto che si accetti che nessuno deve recare danno alla vita di altri: è un principio razionale e quindi immediatamente comprensibile da tutti quelli che esercitano liberamente la propria ragione. Ma c’è qualcuno che, rispetto a questa legge naturale, si può mettere nella condizione di violazione; ma è come se a Locke questo non crei problemi, perché non è quello che fa generare lo stato di guerra: rispetto a quello gli individui sono naturalmente attrezzati per intervenire. Ciò che, a suo avviso, può diventare problematico è la punizione di coloro che trasgrediscono la legge naturale: chi giudica può avere giudizi partigiani, può non avere la forza sufficiente o la capacità di misurare adeguatamente la punizione. Da un lato questo ci rivela una particolarità del pensiero lockeano: in realtà, lo stato di guerra nasce come problema dell’esercizio del potere e non come un problema della natura; lo stato naturale non è disordinato, non diventa stato di guerra quando qualcuno tradisce la legge naturale, ma quando non siamo in grado di esercitare un potere di punizione rispetto a quei traditori. Il problema è che si perde la capacità di rimettere ordine, potremmo non essere in grado di ricostituirlo; in prospettiva, ci sono già le premesse della riflessione sulla divisione dei poteri: se uno dei problemi potrebbe essere individuare la misura della punizione, per cui un uomo che ruba una pagnotta potrebbe essere impiccato, mentre un altro potrebbe essere semplicemente multato, allora Locke si sta preparando per affrontare la questione del «terzo» e della divisione dei poteri. Locke sta individuando la necessità di un’istanza terza, che è l’istituzione (l’unica istituzione che c’è nello stato di natura è la proprietà), tant'è che Bobbio definisce Locke come quell'autore che, tra tutti i contrattualisti moderni, chiede meno sacrificio al soggetto (non rinuncia alla libertà come in Hobbes, non accetta la volontà degli altri come propria, in Rousseau), a cui si sta chiedendo soltanto di rinunciare al diritto di punire e fare punizione da sé.

Proprietà


In primo luogo Locke si distanzia ulteriormente da Hobbes: la proprietà non ha nulla a che fare con la politica, in quanto è qualcosa che all’essere umano spetta come diritto naturale. In secondo luogo, Locke distingue tra una proprietà comune e una proprietà esclusiva: quella esclusiva è la proprietà di me stesso, della mia propria persona, perché su di me nessuno ha diritto di proprietà; c’è invece una proprietà comune, che è la realtà nella quale viviamo, che appartiene a tutti: come si può legittimare che la proprietà non sia un artificio, ma qualcosa di naturale, trovando un ponte che colleghi proprietà esclusiva e comune? Come faccio, tra queste due realtà, a poter legittimamente distinguere tra “mio” e “tuo” senza una figura terza o senza un accordo tra i due? Questo è possibile nello stato di natura perché a far da ponte tra ciò che è esclusivamente mio e ciò che è di tutti c’è il lavoro. Esso è quell'esercizio facente sì che su ciò che è di tutti, esercitandosi soltanto ciò che è mio (applicandomici io, con le mie forze), io possa fare “mio” qualcosa: lo acquisisco rimovendolo dallo stato comune in cui la natura lo ha posto.

Lavoro


Il lavoro, l’esercizio naturale di noi stessi, costruisce una proprietà perché fa nascere ciò che prima non c’era e lo toglie dalla dimensione naturale di comune appartenenza. Questa proprietà, che si genera così, è artificiale o naturale? Nell'ottica lockeana non è artificiale perché non implica accordo, cioè perché non c’è la necessità di una figura terza: quello che lavoro diventa mio non perché c’è accordo, ma perché è la naturale modalità di togliere le cose dal naturale. Noi lavoriamo quello che ci serve, cioè quello che ora ci serve e che, se non fosse lavorato da noi, andrebbe sprecato. Qui c’è la premessa per la sua lettura del denaro: c’è già qui una condanna esplicita ad ogni dimensione di accumulo. Il problema nasce quando ci mettiamo nell'ottica dell’accumulo.
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