Mongo95 di Mongo95
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• Le parole
Per esprimere i nostri pensieri ci serviamo delle parole, che sono i “segni” delle idee. Tra parole e idee non sussiste una connessione naturale. Il legame è invece frutto di una convenzione. Usiamo i segni per due scopi: registrare i pensieri, come aiuto alla nostra memoria; oppure per comunicare. Nel caso in cui parliamo con gli altri, il linguaggio è efficace soltanto se la parola che pronunciamo suscita in chi ci ascolta la stessa idea rappresentata nella nostra mente. L’incertezza del significato dei suoni è causata dalle idee rappresentate più che dall’incapacità dei suoni di significare una data idea; a produrre incertezza nel significato di certe parole è la differenza delle idee che esse significano. Vi è quindi nel linguaggio un’imperfezione naturale. Può quindi essere utile seguire alcuni suggerimenti che possono, seppur in parte, porre rimedio ai difetti del linguaggio.
Tentare una perfetta riforma delle lingue, o anche soltanto di una lingua, è “ridicolo” e utopistico. Non è possibile attendersi che gli uomini usino le parole sempre nello stesso senso, come se avessero tutti le stesse nozioni e dovessero parlare soltanto di ciò di cui hanno idee chiare e distinte.

• La conoscenza e la probabilità
Ricaviamo le idee dall'esperienza, ma l’esperienza non è la conoscenza. La mente ha come oggetto immediato le proprie idee, quindi la conoscenza non sarà altro che la percezione del legame e concordanza, o della discordanza e contrasto, tra idee nostre quali che siano. Ma se la conoscenza è riducibile alla percezione delle concordanza o discordanza tra le idee, è chiaro che non potrà estendersi oltre le idee che abbiamo. Dobbiamo accettare il fatto che la nostra ignoranza è “infinitamente maggiore” della nostra conoscenza.
Ci sono diversi tipi di concordanza o discordanza: identità o diversità; relazione; coesistenza; esistenza reale. In questi è racchiusa tutta la conoscenza che possiamo avere. Ci sono però diversi modi con cui la mente percepisce la concordanza o la discordanza tra le idee. Le può percepire immediatamente, quindi si ha conoscenza intuitiva, da cui dipendono per intero la certezza e l’evidenza della nostra conoscenza; oppure è costretta a servirsi di altre idee, quindi si ha una conoscenza dimostrativa. Questa, ottenuta per mezzo di idee intermedie chiamate prove, non è così evidente come quella intuitiva, dato che richiede che si proceda per gradi; tuttavia è certa, e questa certezza dipende dal fatto che ciascun passaggio del ragionamento è, e non può non essere, un’intuizione.
Si ha però anche la conoscenza sensibile, quella che la mente ha dell’esistenza di particolari oggetti esterni, e che viene acquisita con la percezione dell’ingresso nella mente di idee provenienti da tali oggetti.
Locke si pone il problema della realtà della conoscenza stessa. Qualcuno potrebbe sostenere che, se tutta la conoscenza risiede nella percezione della concordanza o discordanza tra le idee, le visioni di un fanatico e i ragionamenti di un uomo equilibrato saranno ugualmente certi. Locke risponde che la conoscenza è reale soltanto in quanto c’è conformità tra le idee e la realtà delle cose, nonostante la mente percepisca soltanto le proprie idee, ha la capacità di sapere se queste concordano con le cose.
Ci sono tre ordini di realtà. La nostra esistenza, che percepiamo intuitivamente con tale evidenza che non è necessaria nessuna prova. L’esistenza di Dio, che invece deve essere dimostrata: il nulla non può produrre nulla, e allora l’esistenza di esseri reali dimostra l’esistenza di qualcosa che esiste dall’eternità, perché ciò che non è esistito dall’eternità ha avuto un principio, e ciò che ha avuto un principio deve essere stato prodotto da qualcos’altro. L’esistenza di qualunque altra cosa ci è nota soltanto mediante la sensazione, cioè possiamo conoscere l’esistenza di un altro essere soltanto nel momento in cui questo fa in modo di essere percepito da noi. Attraverso la memoria, siamo certi che prima di ora sono esistite cose che anno agito sui nostri sensi.
Oltre tutto ciò si estende la conoscenza probabile. Ci riferiamo quindi a proposizioni di cui non abbiamo nessuna certezza, ma soltanto qualche buon motivo per considerarle vere. La probabilità si fonda sulla conformità di una cosa con la nostra conoscenza, osservazione ed esperienza, e sulla testimonianza altrui. La conoscenza probabile è molto importante perchè la conoscenza certa è molto limitata. Sarebbe impossibile vivere se dovessimo fare affidamento unicamente su conoscenze certe.
La facoltà che ci giuda in tutte le conoscenze è la ragione. Essa ha sicuramente molti limiti, per esempio viene meno là dove ci mancano le idee. È assurdo contrapporre la ragione alla fede: tutto ciò che Dio ha rivelato è certamente vero, ed è l’oggetto proprio della fede. Ma è la ragione che deve giudicare di volta in volta se si tratta di una rivelazione divina o no. Altrimenti la fede è indistinguibile dall’entusiasmo, il fanatismo. Ci si muove in un circolo vizioso: è una rivelazione, perché lo si crede fermamente, e lo si crede, perché è una rivelazione.
La religione non è necessariamente estranea alla ragione. Ne è una dimostrazione il cristianesimo, che è appunto una religione razionale, alla quale ci si può accostare direttamente, senza la mediazione dell’autorità religiosa. Il nucleo essenziale del cristianesimo nel riconoscimento di Gesù come Messia, cioè come figlio di Dio, e nell'obbedienza ai suoi precetti. Il cristianesimo ragionevole di Locke è un cristianesimo accettabile da tutti coloro che ascoltano la voce della ragione e non si lasciano fuorviare dalle sottigliezze teologiche o dal fanatismo.

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