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L’opera più importante di Locke è il Saggio sull’intelletto umano (1690). Le ricerche qui condotte non hanno un’origine prettamente speculativa, ma si prefiggono di stabilire le condizioni, i limiti e le possibilità della conoscenza. Le opinioni degli uomini sono straordinariamente diverse, vengono difese con grande passione, tanto che si può sospettare o che non esista ciò che chiamiamo verità o che gli uomini non abbiano mezzi sufficienti per giungere a conoscerla con certezza. L’indagine sulla natura dell’intelletto consentirà di scoprire quali siano i suoi poteri e fin dove si estendano. Impareremo ad accontentarci delle conoscenze che possiamo conseguire, senza che ci si debba sentire costretti, per questo, a svalutarle: dubitare di ogni cosa per il fatto che non ci è dato di conoscere tutto con certezza è irragionevole.
L’opera si divide in quattro parti. La prima è dedicata alla confutazione dell’innatismo; la seconda all’analisi delle idee e dell’esperienza; la terza all'esame delle parole e del linguaggio; la quarta alla trattazione della conoscenza e della probabilità.

• Il rifiuto del dogmatismo innatistico
L’innatismo consiste nell'opinione secondo cui nell'intelletto ci sarebbero, impressi fin dall'inizio, certi principi innati. Locke ammette l’esistenza di inclinazioni naturali nell’uomo, ma nega l’esistenza di idee e principi innati. Nega che siano innati i principi speculativi, i principi pratici, cioè morali, e le idee che formano questi principi. L’argomento principale usato a favore dell’innatismo è il consenso universale, cioè che ci sarebbero verità sulle quali tutti sono d’accordo. Ma ciò prova invece l’esatto contrario, perché in realtà non c’è nessun principio a cui tutti gli uomini diano il loro assenso. Sarebbe poi contraddittorio affermare che ci sono verità impresse nell’anima e non percepite o comprese dall'anima stessa, dato che l’impressione non può essere altro che il far sì che certe verità siano percepite.
L’assenso che si dà a certe verità dipende dall'avere idee chiare e distinte del significato dei termini, non dalla loro innatezza. Non esiste quindi un consenso universale sui principi speculativi. A maggior ragione non esisterà sui principi pratici. Le massime speculative hanno in sé la propria evidenza, vale a dire non hanno bisogno di prova. I principi morali, invece, esigono ragionamenti perché venga scoperta la loro verità. Chi propone ha l’obbligo di dimostrare la verità e la ragionevolezza. Non è quindi innata: se lo fosse, non richiederebbe una prova, ma dovrebbe essere ammessa come verità incontestabile e indubitabile non appena si sente enunciare. Non è innata l’idea di Dio e non lo è quella di adorazione.
Rifiutare l’innatismo significa rifiutare il dogmatismo. Quando sono state trovare proposizioni generali che, una volta comprese, non poteva essere messere in dubbio, si è concluso che fossero innate. Ma dire che esistono principi innati equivale a imporli, significa distogliere l’uomo dall’uso della ragione incoraggiandolo a credere ciecamente a essi.

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