Vita

Kierkegaard nasce nel 1813 a Copenhagen in una famiglia dominata dalla religiosità che gli infonde un vivo senso del peccato. Egli fu l’ultimo di 7 figli, concepiti dal padre con la domestica. Viene, per questo, considearato il figlio della vecchiaia. Egli vive la sua vita con la convinzione che sulla sua famiglia fosse caduto il castigo di Dio per una colpa compiuta dal padre, probabilmente il fatto di aver avuto 7 figli con la domestica. Si scrive presso la facoltà di teologia e dopo la morte del padre decide d’impegnarsi negli studi. Si fidanza con Regina Olsen ed entra nel seminario pastorale per diventare pastore della chiesa luterana. Questo sentirsi costantemente perseguitato dal peccato lo porta avere una personalità debole che non gli consentì di fare delle scelte in quanto viveva con la paura di peccare. Infatti, quando si stava per sposare con Regina Olsen della quale era molto innamorato decide di non farlo; lascia il seminario e non riesce a realizzarsi nemmeno come scrittore.

Opere: “Aut – aut”; “Timore e Tremore”; “Il concetto dell’angoscia” e “La malattia mortale”.

Pensiero

Si laurea con una tesi molto importante “Il concetto dell’ironia socratica” (Socrate utilizzava l’ironia come metodo per interloquire con i suoi alunni, con il quale poneva delle domande fino a condurli al sapere di non sapere: la consapevolezza che il vero sapiente non è colui che dice di conoscere, ma colui che è consapevole che la conoscenza non ha mai fine. Socrate, quindi, si rifiuta di trasmettere una dottrina bella e fatta ma aiuta a ricercare la verità). Quest’opera segna il distacco da Hegel. Secondo Kierkegaard la ricerca continua del sapere apre all’uomo finito un’altra dimensione, ovvero l’uomo non si accontenta del finito ma cerca una realtà infinita. L’infinito, per Kierkegaard, non è né quello del Romanticismo ( infinito = rivalutazione della natura e dei sentimenti) e né quello di Hegel ( infinito = ragione infinita in quanto creatrice di realtà / Kant vedeva l’io – penso finito in quanto legato al soggetto, Hegel vedeva l’io – penso infinito.), ma per infinito egli intende le infinite possibilità che l’uomo ha difronte a sé nella sua vita. Kierkegaard viene considerato il precursore dell’esistenzialismo in quanto è il primo a rivalutare l’uomo come essere “ singolo “ ed “ esistente “. L’uomo fa parte del processo dialettico di cui parla Hegel, ma al contrario egli non vedo l’uomo solo come una tappa del processo, ma come protagonista del processo. Il processo dialettico esiste perché esiste l’uomo, per Hegel, invece, il processo dialettico esisteva indipendentemente dall’uomo. Hegel fa una riflessione oggettiva basata sulla ragione (=spirito assoluto); Kierkegaard fa una riflessione soggettiva basata sull’interiorità dell’uomo, cerca i sentimenti che caratterizzano la vita dell’uomo. Anche Schopenhauer rivaluta l’uomo nella sua interiorità con il concetto di volontà di vivere, ma egli rivaluta il corpo che è lo strumento per accedere all’interiorità.

“Il concetto dell’angoscia”: L’esistenza dell’uomo è caratterizzata dalla possibilità, ogni atto ed evento dipendono dalla libera scelta del singolo. Dinanzi alle infinite possibilità di scelta l’uomo prova un senso di vertigine. Il sentimento che caratterizza sia la vita che l’opera di Kierkegaard è l’angoscia, cioè lo smarrimento di fronte a possibilità dagli esiti ignoti. L’angoscia è tipica di un essere libero come l’uomo, è la condizione che precede la scelta. Quando l’uomo deve scegliere tra le diverse possibilità che gli si presentano davanti, si paralizza e si ritrova ad un punto 0, ovvero d’indecisione permanente. L’angoscia consiste nello scegliere ed è legata alla libertà dell’uomo di scegliere tra le possibilità che sono davanti a lui. La scelta è il momento più difficile nella vita dell’uomo in quanto fare una scelta di una strada implica l’esclusione di un’altra.
“Aut – aut”: In quest’opera Kierkegaard si pone la domanda già posta in precedenza da Aristotele “Come dovremmo vivere?”. La scelta fra le due vie è il tema principale dell’opera. Riprende il processo dialettico di Hegel che sostiene che la vita è un processo fatto di tappe contrastanti. Per Hegel queste tappe trovano una sintesi, al contrario per Kierkegaard le contraddizioni presenti nell’esperienza umana non sono risolvibili in una sintesi, ma richiedono una scelta, ovvero pongono un “aut – aut”. In quest’opera egli delinea due stadi dell’esistenza:
• VITA ESTETICA: Con il termine “estetica” (ripreso dal suo significato originario di “ciò che concerne la sensibilità”) egli designa la vita incentrata sul piacere effimero dei sensi senza preoccupazione del futuro. L’esteta conto della morale, si accetta così com’è e vive alla giornata. Simbolo di questo modello di vita è don Giovanni (che si può ritrovare anche in Mozart e nelle opere letterarie di Moliare) che seduce molte donne senza amarne nessuna. L’esteta, spinto dal puro desiderio fisico e incapace di stabilire un legame affettivo, è condannato a ripetere atti sempre uguali. Di qui la noia che sfocia infine nella disperazione a causa della scelta di una vita infelice contrassegnata da una continua ricerca dell’ “attimo glorioso” che non si appagherà mai.
• VITA ETICA: La vita etica è basata su stabilità, serietà e rispetto di valori. L’uomo etico non si abbandona agli eventi, ma cerca di formarsi una personalità. Simbolo di questo modello di vita è un uomo come tanti, il giudice Wilhelm, la cui esistenza è incentrata su matrimonio, famiglia, serietà professionale e fedeltà allo Stato. Mentre l’esteta vive nell’attimo, egli riconferma nei vari momenti della sua esistenza la scelta iniziale, fedele ai suoi impegni nella vita pubblica e privata. Alla ricerca di ciò che è piacevole egli sostituisce l’universalità del dovere; all’assenza di passato e futuro che l’esteta sacrifica al presente, egli sostituisce la durata nel tempo. Di conseguenza, anche la vita etica è destinata all’infelicità in quanto tutto si trasforma in monotonia.
L’unica via di salvezza a tutto questo è rappresentata dalla fede, ovvero dalla vita religiosa. Anche essa, però, è una possibilità che l’uomo può scegliere come non può scegliere.
• VITA RELIGIOSA: ne parla in “Timore e tremore”. I termini “timore” e “tremore” configurano la scelta religiosa come uno stato di inquietudine che pone l’uomo di fronte a Dio. La scelta di abbandonarsi a Dio non è frutto di ragionamento, ma è un salto, ovvero una scelta immotivata dal punto di vista razionale, libera e incodizionata. Simbolo dello staadio religioso è Abramo. Secondo la bibbia, Dio lo spinge ad abbandonare la terra d’origine e a ricercarne una nuova; poi gli promette un figlio che avrebbe unificato le nazioni, ma per molto tempo non mantiene la promessa; solo quando Abramo e la moglie Sara sono vecchissimi fa arrivare loro il figlio tanto atteso, Isacco; infine Dio ordina ad Abramo di sacrificarlo. Abramo non perde mai la fede in Dio, nemmeno di fronte alla richiesta orribile. Ma Dio non vuole la morte di Isacco, che infatti salva: egli vuole mettere alla prova la fiducia dell’uomo. La fede è una certezza che non si giustifica razionalmente, è un paradosso (riprende Pascal*) è qualcosa di inspiegabile dal punto di vista della ragione umana, è qualcosa che riguarda il rapporto intimo tra l’uomo e Dio. Abramo ubbidisce sempre e proprio la sua fede gli restituisce Isacco e lo riconcilia con Dio. La riflessione sul rapporto tra filosofia e religione mette in luce ancora di più la distanza fra Kierkegaard ed Hegel. Per Hegel la fede è una verità espressa in forma inadeguata, che solo nella filosofia si dispiega completamente. Hegel crede che la filosofia possa penetrare nei misteri di Dio e crede che la religione sia razionale in quanto, appunto, la concilia con la filosofia e la differenza sta nel fatto che la filosofia parla di Dio attraverso i concetti, mentre la religione attraverso la rappresentazione. Per Kierkegaard la religione non ha invece alcun rapporto con la filosofia: è pura fede che nasce da una certezza immediata. La fede è riufiuto della razionalità e da qui nasce la sua verità: la fede è vera perché tesa a cogliere ciò che sta oltre il limite, ignoto perché irriducibile a qualsiasi cosa conosciuta, ovvero Dio. Perciò la verità espressa dalla fede è diversa da quella relativa alle conoscienze scientifiche: è una verità soggettiva, che coinvolge il singolo. La fede che salva è la fede in Gesù Cristo.
“La malattia mortale”: un altro stato d’animo connesso alla libertà è la disperazione che Kierkegaard definisce la “malattia mortale”. Se l’angoscia è la condizione dell’uomo nel suo rapporto con il mondo, proprio perché esso è caratterizzato da infinite possibilità tra le quali l’uomo deve scegliere, la disperazione riguarda il rapporto del singolo con se stesso ed è un rapporto caratterizzaro dall’incapacità di accettare se stessi fino in fondo. La disperazione nasce perché l’uomo si rende conto che quella libertà che gli ha consentito di prendeere una scelta, dopo averla fatta lo rende un essere limitato in quanto prendendo una strada ha escluso tutte le altre. La disperazione, quindi, nasce dopo aver fatto una scelta. Di fronte ad essa ci sono due vie: suicidio o fede.
La via di salvezza alla disperazione è la fede in quanto Dio rappresenta per Kirkegaard colui a cui tutto è possibile (l’uomo deve scegliere fra le varie possibilità, mentre Dio non deve scegliere). Dio rappresenta un punto di riferimento, di stabilità in un mondo pieno di possibilità e che quindi pone l’uomo in una situazione di precarietà che lo rende infelice. (mondo = possibilità = angoscia e disperazione).

[Storia dell’arte -> con Schopenhauer e Kierkegaard è l’urlo di Munche che urla la sua disperazione che gli causa un viso non definito.
Letteratura-> Madame Bovary in cui Emma sceglie la vita etica che la porta all’infelicità]

*Approfondimento : Pascal sottolineava il paradosso di fondo della fede, e in questo sarà ripreso da Kierkegaard duecento anni dopo; secondo lui, la fede si manifesta come “scommessa”. Diceva Pascal, ammettendo la possibilità che abbiano ragione gli atei, a ciascuno è offerta la possibilità di scegliere: o godersi la vita terrena nella convinzione dell’inesistenza dell’aldilà, oppure sacrificare la vita terrena (relativamente breve) dato che la posta in gioco è etsremamente più pregevole e importante, ovvero l’eternità. Dinanzi a tale scommessa, Pascal ha optato per la via della fede.

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