Ominide 2993 punti

Nasce nel 1813 a Copenhagen (perciò non verrà conosciuto dai filosofi tedeschi), da un commerciante e si avvia agli studi di teologia perché doveva diventare un pastore protestante ma poi decide di dedicarsi alla filosofia. Ha a che fare con la religione, si parla addirittura di autobiografia teologica.
I tre eventi fondamentali della sua vita sono:
1. La colpa del padre: che lui chiama la scheggia nelle carni è convinto che suo padre abbia compiuto un’oscura colpa, ma non si capisce quale sia. Lui ora si sente costretto ad espiare questa colpa. Suo padre aveva 56 anni, e lo incolpa di avergli messo sulle sue spalle il peso della sua vecchiaia. Aveva altri 6 fratelli, ma 5 muoiono.
Probabilmente questa colpa o è una bestemmia, pronunciata dal padre quando era un povero carrettiere. Poi divenne un ricco commerciante per cui Dio prima lo fa diventare ricco, poi lo punisce con la morte della moglie.
Oppure la colpa è che dopo la morte della moglie ha sposato la governante.

2. Fidanzamento con regina Olsen, che aveva 10 anni in meno di lui.
Rompe il fidanzamento all’improvviso, ma continua a tormentare la donna che sposa un’altra persona.
3. Polemica contro la chiesa danese: era una chiesa protestante.
E’ polemico perché la considera una chiesa in cui si gioca al cristianesimo.
Era una persona molto sola, che morì a 42 anni senza soffrire di alcuna malattia.
Opere
- Aut Aut
- Timore e tremore
- La malattia mortale
- Il concetto dell’angoscia
Molte opere non sono neanche firmate, o al massimo presentano degli pseudonimi, questo per sottolineare il fatto che non ha nulla da dirci, ognuno deve fare la sue scelte. La sua stessa vita non si realizza. Non sposa la regina perché probabilmente la vita tranquilla del marito non faceva per lui. Non si dedica a Dio, perché non tollera la chiesa protestante.

Una filosofia senza metafisica
L’aspetto essenziale della vita umana per Kierkegaard è la scelta, che comporta il rischio di sbagliare.
Distingue il pensiero oggettivo, quello della metafisica, da quello soggettivo, la riflessione filosofica rivolta all’agire dell’individuo compiendo le sue scelte. La verità ha a che fare col pensiero soggettivo infatti sostiene che la soggettività è la verità.
Kierkegaard dice che Hegel è un presuntuoso, perché ha pensato di poter spiegare tutta la realtà con la sua filosofia. Per Hegel l’importante era la ragione, l’assoluto. L’individuo era solo un momento, che non aveva alcun valore.
Kierkegaard dice il contrario, ciò che conta è il singolo, che la vita spesso pone di fronte a delle scelte.

La verita’ del singolo
Secondo lui, il singolo è superiore all’umanità. La verità riguarda l’individuo e deve esprimere chi sono io e chi è colui che mi sta accanto, perché la filosofia deve spiegare l’esistenza di ciascuno nella sua unicità.
Egli si schiera contro la metafisica tradizionale soprattutto quella di Hegel. non esiste per Kierkegaard la coscienza in generale, ma solo quella di un dato individuo in una determinata situazione.
Angoscia e disperazione
L’uomo non è come l’animale, la cui caratteristica è l’essenza. L’animale è determinato vive la sua vita con necessità non ha l’autocoscienza e non è messo davanti alla possibilità di scegliere. Segue l’istinto.
L’uomo esiste e l’esistenza è il regno della libertà, è l’unico essere che è libero di essere ciò che vuole. Infatti Kierkegaard avrà successo solo nel 900 con l’esistenzialismo.
Il dramma dell’uomo è che può fare infinite scelte, ma non sa ogni scelta a cosa porterà. Il fatto di dover sempre scegliere comporta l’angoscia: puro sentimento del possibile. L’angoscia non è un qualcosa di negativo, ma un semplice campanello d’allarme. Se non riesci ad uscirne arrivi alla malattia mortale. Puoi uscire dall’angoscia attraverso l’aut aut. Vuol dire “o..o”. La dialettica di Hegel era una dialettica “e…e”: prima c’era l’innocenza, poi la colpa e poi ritornavi innocente in senso più pieno. Tutto il suo pensiero è un progresso, c’è prima la tesi poi antitesi sintesi. Kierkegaard dice il contrario, non c’è il progresso, ma una biforcazione cioè o scegli una cosa o un’altra.
Hai 3 possibilità:
- Stadio estetico: simboleggiato dal Don Giovanni di Mozart, un uomo col desiderio di eccezionalità. Utilizza questa figura per spiegare quella dell’esteta.
Egli sceglie di non scegliere perché decide di vivere ogni momento per quello che è senza programmare nulla. Ha tante donne ma nessuna importante. Per tutta la vita è convinto di vivere bene, poi scopre il dolore delle donne con cui ha a che fare e si accorge di non aver vissuto: ha vissuto tanti attimi che lui riteneva diversi ma in realtà erano tutti uguali.
Subentra la noia, il senso dell’inadeguatezza, e la disperazione.
Mentre l’angoscia nasce di fronte alle possibilità, la disperazione è successiva e nasce quando neghi te stesso, don Giovanni si accorge di aver fatto la scelta sbagliata. Non si è realizzato. Questa malattia è terribile, peggiore della morte perché con la morte, se non sei credente, si pone fine alle sofferenze, invece la disperazione è vivere continuamente l’esperienza della propria morte, morire dentro.
- Stadio etico: simboleggiato dal marito, che è colui che a differenza dell’esteta ha scelto una vita tranquilla, il matrimonio, la fedeltà coniugale.
Ha scelto di uniformarsi ad un dovere.
Dovere kantiano  devi dunque puoi.
Il problema del marito è che ad un centro punto si arriva al moralismo  il marito perde la sua individualità, e osserva rigidamente delle regole, perde il contatto con se stesso, e subentra il pentimento perché il marito quando capisce che è stato ingabbiato in un sistema di regole, cerca la sua individualità, cerca di realizzarsi come uomo.
Il pentimento è il senso di colpa che nasce quando tu vorresti seguire solo te stesso ma sei costretto a seguire quel determinato sistema di regole.
Perciò viene a crearsi un abisso tra quello che vorresti essere tu e quello che ti impone la regola.
Anche questo comporta la disperazione.
- Stadio religioso: la fede è l’unica cosa che non comporta disperazione. La figura esplicativa è Abramo. Dio ordinò a Abramo di sacrificare il figlio, ma l’arcangelo Gabriele lo fermò. Kierkegaard fa riferimento ad Abramo perché quando Abramo sento la voce di Dio che gli ordina di sacrificare il figlio, lui si trova davanti ad una scelta ed è solo perché nessuno può dirgli quello che deve fare, la responsabilità è solo sua. Kierkegaard sta dicendo che la fede è una cosa complicata. In questo stadio parla di un opera chiamata “timore e tremore”, perché Abramo non sa davvero se quella è la voce di Dio eppure lo ascolta.
La fede è:
-paradosso per la ragione: perché una persona che uccide il figlio dal punto di vista logico è un controsenso perché un figlio si mette al mondo per continuare la specie
-scandalo per l’etica: dal punto di vista etico è uno scandalo. E’ scandaloso che un genitore uccida suo figlio, il suo bene più grande. Abramo se avesse ucciso il figlio, non sarebbe stato un eroe. Agamennone che sacrificò la figlia per il popolo era un eroe. Nonostante avesse ucciso la figlia fu acclamato perché l’aveva fatto per il popolo. La fede è l’incontro del singolo con la singolarità di Dio, non è un fatto collettivo. La fede è paradosso e scandalo: il dogma fondamentale del cristianesimo è cristo che si è fatto uomo, la verità non si può scoprire con la filosofia che è una procedura di natura razionale. La fede non ha nulla di razionale perché al suo centro c’è un enorme paradosso.
Questi stadi sono modalità di esistenza, rispetto ad hegel qui non avviene nessun passaggio.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email