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Temporalità idolatrica


Si può capire il senso di questa espressione piuttosto paradossale contenuta nel diario di Kierkegaard: occorre più coraggio per soffrire che per agire. Coraggio in primis e soprattutto per accettare la lezione che viene dalla scuola della sofferenza, di obbedienza totale all’altro, all’assoluto, dissociandosi e rifiutando l’idolatria del mondo. In tal senso la sofferenza è addirittura un “angelo salvifico”. Nel Vangelo delle sofferenze: “Come il cherubino se ne stava con la sua spada fiammeggiante per impedire ad Adamo di tornare in paradiso, così la sofferenza è l’angelo salvatore che vuole impedirti di svignartela di nuovo nel mondo”. Una formazione per l’eternità e non la temporalità. Nella debolezza della sofferenza è Dio che diventa forte nell’uomo e per l’uomo, e ciò cambia alla radice il rapporto dell’uomo con il suo soffrire. C’è una sorta di equazione per cui più un uomo è forte o si ritiene tale, più Dio è debole in lui, più è lontano da lui. Mentre più un uomo è debole o sofferente, più Dio è forte e anche vicino a lui. Kierkegaard propone questa strutturale interdipendenza tra uomo e Dio, perché perfino l’onnipotenza di Dio è in balia dell’amore, e l’amore divino rende anche dipendente dall’atteggiamento dell’uomo. L’amore di Dio esige l’assunzione della sofferenza per demistificare il potere idolatrico del mondo e della temporalità. Solo quando e allorché le potenti sofferenze tolgono all’uomo ciò che aveva di più caro, nel suo punto più sensibile lo feriscono e gli strappano le speranze mondane, desideri ed obiettivi, solo allora l’uomo è finalmente debole e Dio e la realtà amante di Dio sono presenti con forza assoluta in lui
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