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Esistenza paradossale

Attraverso la nostra sofferenza Cristo ci dà la possibilità di diventare a Lui contemporanei, non di comprendere il paradosso del suo essere uomo-Dio, ma di credere. Spesso l’uomo soffre nel diventare cristiano, e allora preferisce la sofferenza propriamente umana. Essere cristiano vuol dire soffrire per la verità, il cristiano è colui che ha ricevuto il battesimo della sofferenza e vi è votato. La sofferenza è collegata alla verità che salva, non a quella del mondo, e le verità filosofiche in cui gli uomini si perdono. L’idea di cristianesimo è agli antipodi della natura umana immediata, annuncia la possibilità dell’uomo di diventare simile a Dio.
Kierkegaard ha sperimentato la sofferenza, per il fatto che la verità è entrata a far parte della vita vissuta. Ha avuto il coraggio di ammonire i contemporanei sul tradimento che il mondo fa continuamente in rapporto al messaggio cristiano, e propone un cristianesimo famigliare alla sofferenza. La fede fatta di paradossi, il vivere naturale fatto di enigmi. Mentre Kierkegaard vede nella sofferenza un segno che contraddistingue un rapporto con Dio, la sofferenza in sé stessa non deve mai diventare un telo della vita, anche se diventare cristiani significa soffrire. Trattando della sofferenza non si muove sul livello estetico del fenomeno, ma la considera nella sua essenza di vettore di energia che porta l’uomo a Cristo.

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