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Kierkegaard: il pensiero


Kierkegaard nelle sue prime opere (Aut-Aut, Diario di un seduttore, Terrore e Tremore) si esprime per lo più attraverso più che concetti, tramite immagini (don Giovanni, Abramo ecc.) Nelle opere successive come Il concetto dell’angoscia, ricorre a vere e proprie categorie filosofiche. La prima è l’esistenza. Per Kierkegaard la filosofia non si deve occupare dell’universale, della storia come è per Hegel, ma dell’individuale, del singolo. L’esistenza è la condizione in cui si trova l’individuo e questa è per Kierkegaard la vera realtà. Ispirerà l’esistenzialismo, che si basa sull’esistenza autentica delle persone. L’esistenza di un individuo non si manifesta mai attraverso un processo necessario (come in Hegel), ma è sempre caratterizzata dalla categoria della possibilità. Mentre la filosofia hegeliana media tutte le opposizioni, cioè risolte in una sintesi, in Kierkegaard le opposizioni rimangono tali ed impongono una scelta. Nella vita di un individuo nulla è predeterminato, ma tutto dipende esclusivamente dalla libera scelta del singolo, che non è necessaria, ma possibile. Ogni scelta comportala rinuncia ad un’altra possibilità e non c’è la certezza che la strada scelta sia quella giusta o meno, è un salto nel buio. Ciò fa emergere la categoria dell’angoscia. Essa, però è positiva perché è ciò che spinge ad affrontare una scelta, ad essere anche disposti a rischiare di fare la scelta sbagliata, è lo stimolo a fare una salto, a cambiare vita.
Kierkegaard parla di tre stadi di vita che si possono scegliere. Essi sono stati evolutivi, secondo cui il secondo è più avanzato del primo, come lo è il terzo per il secondo, ma non per forza si passa ordinatamente da uno stadio all’altro. Non c’è la necessità di evoluzione come in Hegel.
In Aut-Aut ed, in particolare, nel saggio il Diario di un seduttore Kierkegaard descrive quella che è la vita estetica. La vita di Giovanni è dedita al piacere dei sensi, alla ricerca del godimento del singolo istante, senza alcuna preoccupazione per il futuro. E’ uno stadio proiettato verso il disinteresse nei confronti degli altri ed è caratterizzato dal pericolo della noia. La ricerca del piacere si fa sempre più raffinata, necessita sempre nuovi stimoli. Il fatto che l’esteta non riesca mai a fissare l’oggetto della sua passione, cioè trovare qualcosa che lo soddisfi fino in fondo, ha come conseguenza la noia, destinata a tramutarsi in angoscia.
Ecco allora il prospettarsi di un ’altra possibilità di una vita completamente diversa che non è una conseguenza necessaria della precedente, ma che può essere abbracciata solo attraverso una libera scelta: la vita etica. Simbolo della vita etica è l’assessore Guglielmo, il quale è un marito fedele, un professionista onesto e laborioso, un funzionario esemplare, una figura altruista che vive con profondo senso di responsabilità per gli altri. La sua vita è caratterizzata dall’impegno, cioè dalla decisione di restare per sempre fedeli a determinati valori, quali il matrimonio e la professione. Se l’esteta vive tutto nella frammentarietà del tempo, Guglielmo vive tutto nella continuità, ogni sua azione si replica sempre nei confronti degli altri. Nemmeno la vita etica è, però, soddisfacente: la responsabilità scaturisce il senso di colpa per tutti i mali del mondo, del peccato originale.
L’angoscia scaturita dal senso di colpa irrimediabile, cioè di peccato commesso contro Dio, che spinge alla vita religiosa. In Timore e Tremore Kierkegaard descrive la vita religiosa non come una condizione di tranquillità, di riconciliazione del mondo, ma come una situazione di timore e tremore, in cui l’uomo si trova di fronte a Dio e decide di abbandonarsi completamente a lui, con un atto di fede, che è una decisione pura, immotivata, totalmente libera e non conseguenza di un ragionamento. Simbolo della vita religiosa è la figura di Abramo, pronto a sacrificare il proprio figlio Isacco, andando contro tutti i dettami dell’etica, per obbedire unicamente alla sua fede in Dio. La stessa fede appare in contrasto con il modo di pensare comune, è un paradosso, è rifiuto della razionalità, intesa nel senso hegeliano.
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