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Eterogeneità con Dio


Cosa è il soffrire di Cristo? È soffrire per la verità incompresa, inacettata e rifiutata. Una sofferenza di interiorità.
Noi che siamo eterogenei in rapporto a Dio possiamo diventare affini a lui attraverso la strada della sofferenza. Ma non tanto in una esteriore e psicologica, ma soprattutto siano affini a lui nel soffrire per la verità testimoniale che ci rende un delitto per il mondo. Allora diventiamo eterogenei per il mondo, come martiri per la verità.
Il soffrire è il proprium del diventare cristiani, è un suo elemento sostanziale.
Il cristianesimo vuole che l’uomo sia affine a Dio ed esca dall’eterogeneità assoluta, ma ciò implica la sofferenza del diventare cristiano. La vita è il più grosso esame a cui l’uomo è sottoposto, per il diventare e essere cristiano. Il cristiano soffre come tutti gli altri, ma porta una sofferenza aggiuntiva, quella per la verità. Tutto ciò è uno scandalo per la ragione, perché non ci sono dei perché per la sofferenza. Ogni volta che si tenda di dare delle spiegazioni al dolore non si arriva ad una soluzione. Se dunque il soffrire è il proprium del diventare cristiani, e in ciò abbiamo la cifra del nostro rapporto con Dio, allora valgono due cose fondamentali: è vero che Dio ci ama perché e solo perché soffriamo; soffriamo perché Dio ci ama. Una volta che ci si è impegnati con Cristo, si ha accettato l’amore di Dio, ciò implica il prezzo della sofferenza. Tale doppia massima mette in luce un ulteriore elemento, cioè che la sofferenza è il segno del rapporto con Dio e dell’amore di Dio. Anche se questo elemento è un terzo principio che va maneggiato con prudenza, perché c’è il rischio di sfidare Dio nella richiesta di sofferenza, e ciò sarebbe empietà. Quindi, per evitare ciò, mai domandare la sofferenza, metterla solo in conto nella testimonianza della verità.
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