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Cristo modello uomo sofferente


Per Kierkegaard il modello dell’uomo sofferente diventa Cristo, perché in Lui, Figlio di Dio, Dio stesso rivela come essere per la sofferenza. Una peculiarità nella sofferenza cristologica: l’aver divinamente tutto il potere ma scegliere di patire da uomo, potendo in ogni momento cambiare tutto. Cristo è colui a cui la sofferenza non è stata imposta, ma fu liberamente scelte e portata al colmo della dialettica della responsabilità. La passione di Cristo, dell’uomo-Dio, non può essere compresa dalla ragione, perché l’unione paradossale di divino e umano può essere solo creduta, oggetto di fede. Perché nella passione del Cristo la peculiarità della sofferenza è portata al culmine: potrebbe liberarsene ma sceglie di soffrire. Chi patisce con Lui vorrebbe che si risparmi, una sofferenza reale ma paradossale. Qui si incrociano patire e libertà. La sofferenza cristica è dialettica. Il problema per Kierkegaard fondamentale è che Cristo non ha rifiutato il patibolo potendolo, mentre il cristiano tende a rifiutarlo, pur portandosi appresso il simbolo della croce. Questo è il problema radicale, nel suo tempo il cristianesimo sta morendo affogato nella cristianità, perché rifiuta la sofferenza. Paradossale che due figure così lontane tra loro, come Nietzsche e Kierkegaard, entrambi denunciano la morte di Dio l’uno e la morte del cristianesimo l’altro, anche se ovviamente le ragioni sono molto diverse. Per Kierkegaard il cristianesimo soccombe affogato nel trionfo della cristianità, facendosi convenzione e tradizione, fonte di rassicurazione consolatoria, privo di angosce e disperazione. La sofferenza è stata abolita dal cristianesimo, ritenendo di poterne offrire un qualche rimedio. Se ciò avviene, è il cristianesimo stesso che si auto-annulla e auto-abolisce.
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