Dal kantismo all'idealismo; Fichte

Dal kantismo all’idealismo. Fichte

I critici immediati di Kant e il dibattito sulla "cosa in sé"
L’idealismo è una corrente filosofica che introduce una nuova metafisica dell’infinito.
L’idealismo è stato, per così dire, inaugurato da Reinhold, Schulze, Maimon che criticarono i dualismi lasciati da Kant col suo criticismo. Essi volevano trovare un principio unico, fondatore della nuova filosofia.
Innanzitutto essi criticarono la cosa in sé, definendola filosoficamente inammissibile.
I critici di Kant giunsero a questa conclusione: ogni realtà esiste come rappresentazione della coscienza. La coscienza è indispensabile per conoscere. Partendo da ciò Maimon giunse alla conclusione che la cosa in sé (Noumeno=cosa in sé=essenza pensabile ma inconoscibile della realtà in sé) è un concetto impossibile.

Nella prima edizione della Critica Della Ragion Pura Kant dice che il fenomeno è un gioco delle nostre rappresentazioni e che la cosa in sé è un oggetto della rappresentazione.
Nella seconda edizione della Critica Della Ragion Pura Kant, invece, definì il fenomeno oggetto della rappresentazione e il noumeno un concetto limite. Ciò ci fa dedurre come il fenomeno non sia una rappresentazione (o idea) ma un oggetto reale nonostante sia conosciuto tramite le forme a priori, in virtù delle quali esso risulta fenomeno.
Secondo gli idealisti Kant si sarebbe contraddetto sicché ha utilizzato il concetto di causa ed effetto anche al noumeno, nonostante sia valido solo per il fenomeno.
L’idealismo romantico tedesco
Il termine idealismo, in filosofia, allude ad una speculazione filosofica dedita a privilegiare la dimensione spirituale rispetto alla dimensione materiale.
Il termine idealismo si riferisce alle varie forme di idealismo gnoseologico ed all’idealismo romantico o assoluto.
Per idealismo gnoseologico si intende una speculazione filosofia che riduce l’oggetto della conoscenza a idea o rappresentazione.
Per idealismo romantico o assoluto si intende la corrente postkantiana che si originò in Germania.
Il suo fondatore fu Fichte che definì l’idealismo trascendentale, soggettivo e soprattutto assoluto ovvero che l’io (o spirito; tutto è io, è spirito infinito) è il principio unico di tutto. Al difuori dell’io non c’è nulla.
Come sicuramente ricorderemo l’io kantiano era finito a causa di un ostacolo ovvero il noumeno. L’io di Kant ordinava la realtà secondo le forme a priori ma non la creava. All’attività dell’io si collega la cosa in sé, una x ignota. I seguaci di Kant, ricordiamo, l’avevano ritenuta filosoficamente inammissibile.
L’idealismo nasce quando Fichte abolisce la cosa in sé e trasforma l’io in un’entità creatrice e infinita. Da ciò deriva il concetto idealista in cui “tutto è spirito”.
Spirito=io, assoluto, infinito
Fichte per spirito intende la realtà umana.
Realtà umana= attività conoscitiva, pratica. Libertà creatrice ovvero che l’io viene inteso come termine universale.
Tuttavia permangono due domande: in che senso lo spirito rappresenta la fonte creatrice di tutto? Per gli idealisti cos’è la natura?
La risposta va scovata nel concetto di dialettica ovvero in una concezione in cui nella realtà ci sarà sempre il positivo e il negativo, la tesi e l’antitesi, l’oggetto e il soggetto, l’io e il non-io. Infatti lo spirito, per essere spirito, ha bisogno di un’antitesi cioè la natura.
Le filosofie naturalistiche e materialistiche avevano concepito la natura come causa dello spirito e l’uomo come prodotto di essa, Fichte invece considera lo spirito causa della natura sicché la natura esiste per l’io e in funzione dell’io.
Quindi per Fichte lo spirito crea la realtà e la natura esiste come circostanza dialettica necessaria della vita dello spirito.
L’uomo è inteso, da Fichte, come ragione d’essere e come scopo dell’universo. Dato che questi attributi appartengo alla divinità, l’uomo coincide con l’infinito e con l’assoluto e quindi l’uomo è Dio.
Inoltre possiamo dire che per Fichte un Dio trascendentale è un’illusione sicché presupporrebbe un positivo senza un negativo.
Per gli idealisti l’unico dio reale è lo spirito (inteso dialetticamente) cioè soggetto che si costituisce per mezzo dell’oggetto, l’io che si crea attraverso il non-io.
Ci troviamo di fronte ad un panteismo spiritualistico differente da tutti gli altri tipi di panteismo in cui Dio è lo spirito che opera nel mondo, Dio è l’uomo.
In definitiva possiamo dire che gli idealisti idolatrarono e deificarono il soggetto.

FICHTE

L’infinità dell’io

Per Kant l’io penso è il principio supremo di tutta la conoscenza. Essendo, afferma Kant, atto di autodeterminazione presuppone a priori l’esistenza. Inoltre l’io penso è spontaneità (o attività) limitata dalla cosa in sé. Infatti L’io kantiano è finito perché limitato dalla cosa in sé.
Successivamente i primi critici dimostrano che fosse alquanto impossibile il fatto che l’io derivi dalla cosa in sé, definendo quest’ulitma utopica poiché esterna alla coscienza (e indipendente)
Fichte giunge a questa conclusione: essendo l’io unico principio della conoscenza a cui si deve sia la forma della realtà sia la realtà stessa, esso deve essere necessariamente infinito.
Infatti, la speculazione filosofica di Fichte nasce proprio dall’infinitizzazione dell’io. Fichte intende per io il principio assoluto del sapere umano, ovvero un’attività autocreatrice, libera, assoluta, infinita.
E’ opportuno confrontare la deduzione di Kant con quella di Fichte.

La deduzione di Kant è trascendentale per giustificare la validità delle condizioni soggettive della conoscenza. La deduzione di Kant implica un rapporto tra io e oggetto fenomenico.
La deduzione di Fichte è assoluta o metafisica, in cui viene messo a capo un principio assoluto che crea (o pone) il soggetto e l’oggetto a causa dell’attività creatrice o intuizione intellettuale.
La Dottrina della scienza (capolavoro di Fichte) ha come missione quella di ricavare da questo principio l’intero sapere. Tuttavia non ricava il principio primo della deduzione cioè l’io.
La Dottrina della scienza e i suoi tre principi
Fichte vuole costituire una filosofia che divenga sapere assoluto, una scienza della scienza, un sapere che ricavi il principio di validità di ogni scienza.
Il principio della dottrina della scienza è l’io o l’autocoscienza. Infatti secondo questo principio noi possiamo affermare l’esistenza di qualcosa solamente rapportandola alla nostra coscienza. La coscienza è autocoscienza. Quindi l’oggetto è possibile soltanto sotto la condizione della coscienza, la coscienza sotto la condizione dell’autocoscienza. La coscienza è la base dell’essere, l’autocoscienza è la base della coscienza.
Fichte vuole dedurre dal principio dell’autocoscienza la vita speculativa e pratica dell’uomo; tale deduzione è costituita da tre principi.
Il primo principio si ricava da una riflessione sulla legge d’identità quindi A=A, considerato fondamento del sapere. Tuttavia implica un altro principio, l’io. Infatti questo principio dice che: dato A, A deve essere uguale ad A. Ciò implica la presenza di A. L’esistenza di A deriva dall’io che la pone sicché senza l’identità dell’io=io non giustificherei l’identità logica A=A. Ciò è possibile solo se l’io pone se stesso, se si pone esistente.
Quindi l’io non può affermare nulla se prima non afferma la propria esistenza. L’io si pone da sé, ha il potere di autocrearsi.
La metafisica idealistica afferma che l’esistenza dell’io appare il prodotto della sua azione e della sua libertà. Da qui possiamo affermare che l’io è sia attività agente sia frutto dell’azione stessa cioè che l’io è ciò che egli stesso crea o produce.
La Dottrina della scienza è composta da tre principi.
Il primo principio dice che l’io pone se stesso quindi il concetto di io viene indentificato come un’attività autocreatrice e infinita.
Il secondo principio dice che l’io pone il non-io cioè che l’io non solo pone se stesso ma pone anche qualcosa che è opposto ad esso ovvero il non-io. Il non-io è posto dall’io e quindi è nell’io
Il terzo principio dice che l’io oppone nell’io all’io divisibile un non-io divisibile e ciò mostra come l’io dopo aver posto il non-io è limitato da esso così come il non-io è limitato dall’io. Essendo l’io limitato dal non-io, l’io esiste sotto forma di io divisibile (quindi molteplice e finito) limitato da una serie di non-io divisibili (quindi molteplici e infiniti).
Chiarificazioni
Questi tre principi sono le fondamenta dell’intera speculazione filosofica di Fichte perché stabiliscono l’esistenza di un io infinito, inteso come attività liberatrice e creatrice; stabiliscono l’esistenza di un io finito, finito perché limitato, cioè un soggetto empirico, uomo come ragione; stabiliscono il non-io ovvero dell’oggetto (natura, mondo) che si oppone all’io finito ma che tuttavia è presente nell’io infinito che lo pone.
- Questi tre principi devono essere interpretati in modo logico sicché Fichte vuole semplicemente dire che l’io per poter essere tale deve porre il non-io e quindi ad esistere come io finito.
- L’io risulta sia finito che infinito. L’io è finito perché è limitato dal non-io. L’io è infinito perché l’io esiste solo in relazione all’io e dentro l’io.
- L’io infinito non è diverso dalla moltitudine degli io finiti anche se l’io infinito permane nel tempo mentre l’insieme degli io finiti non permane nel tempo.
- L’io infinito è la meta degli io finiti cioè gli io finiti sono l’io infinito e gli io empirici sono l’io puro. Secondo Fichte l’infinito, per l’uomo, deve essere una missione.
Fichte intende per io infinito, un io libero, un io privo di limiti. Ciò significa che l’uomo è uno sforzo infinito verso la libertà. Dietro l’opera di Fichte si cela un messaggio: l’uomo ha il compito di rendere umano, di civilizzare il mondo.
- Questo compito non andrà mai concluso sicché se l’io riuscisse a completare questa missione, cesserebbe di esistere sicché la sua essenza è lo sforzo e quindi piuttosto del movimento della vita (che è lotta, opposizione, sforzo) si avrebbe la morte.
- Questi tre principi sono anche il basamento della deduzione di Fichte sulle categorie. Infatti la tesi (l’io pone se stesso), l’antitesi (l’io pone il non io) e la sintesi (l’io oppone nell’io all’io divisibile un non-io divisibile) sono corrispondenti alla tre categorie kantiane di qualità: affermazione, negazione e limitazione.
Dal concetto di io divisibile e di non-io divisibile derivano anche le categorie kantiane di quantità: unità, pluralità e totalità
Dal concetto di un non-io che determina e un io empirico determinato e il condizionamento reciproco tra io e non-io derivano le tre categorie di relazione: sostanza, causa ed effetto e azione reciproca.
La dottrina della conoscenza
La conoscenza e l’azione morale nascono dall’azione reciproca dell’io e del non-io.
Secondo il realismo dogmatico la rappresentazione nasce invece dall’azione di una cosa esterna sull’io empirico. Ciò è in accordo con il pensiero di Fichte tant’è che per egli la rappresentazione scaturisce dall’azione del non-io sull’io.
Siccome il non-io è posto dall’io, questa attività deriva direttamente dall’io.
Fichte è realista perché secondo lui la base della conoscenza è l’azione del non-io sull’io e idealista perché secondo lui il non-io è un prodotto dell’io.
Ma come può essere sussistente di per sé il non-io? Come può essere indipendente dall’io?
Fichte risolve la prima domanda con la teoria dell’immaginazione produttiva. Kant aveva inteso questa teoria come la facoltà dell’intelletto di schematizzare il tempo secondo le categorie. Fichte intende la facoltà con cui l’io pone e crea il non-io. Per Kant questa teoria fornisce condizioni dell’esperienza, Per Fichte questa teoria produce i prodotti della conoscenza.
Quindi la coscienza presuppone una situazione in cui il soggetto ha dinanzi a sé l’oggetto. Questa immaginazione produttiva non sarà mai inconscia perché è l’atto stesso in cui l’io infinito crea l’oggetto.
Per quanto riguardo la seconda domanda Fichte risponde dicendo che il non-io è una realtà dinnanzi all’io, pur essendo un prodotto dell’io. Dal punto di vista speculativo il non-io viene considerato realtà attraverso una successione di gradi della conoscenza (sensazioni, riflessioni del filosofo) che consistono nell’assorbimento dell’oggetto, per opera del soggetto.
Questo processo è definito “storia prammatica dello spirito umano” ed è articolato in sensazioni, intuizioni, intelletto, giudizio e ragione.
La dottrina morale
Il presupposto della conoscenza è l’esistenza di un io finito che ha di fronte un non-io finito ma non ci fornisce nessuna delucidazione in merito a questa situazione.
Fichte ci dice che questo motivo è di natura pratica cioè l’io pone il non-io ed esiste come conoscenza solo per agire. Infatti, Fichte dice “noi agiamo perché conosciamo”.
Quindi possiamo benissimo affermare come l’io pratico sia la ragione d’essere dell’io teoretico.
Da ciò possiamo affermare come, secondo Fichte, noi esistiamo per agiare ed il mondo è il luogo dove agiamo. In altri termini, più vicini al linguaggio fichtiano, agire consiste nell’attività dell’io che impone la sua legge al non-io.
Ciò spiega il bisogno del non-io da parte dell’io.
Per creare sé stesso, l’io (che è libertà) deve agiare moralmente ma non c’è attività morale senza sforzo non è sforzo se non si deve superare un ostacolo. L’ostacolo è la materia ovvero il non-io.
La posizione del non-io è necessaria affinché l’io agisca moralmente. Agire moralmente e quindi realizzarsi come attività morale significa superare i limiti del non-io, tramite un processo in cui l’io si libera dai propri ostacoli. Grazie a questo processo l’io aspira a diventare infinito. Certamente sappiamo che l’infinità dell’io non sarà mai conclusa al 100%. Grazie a ciò Fichte ha riconosciuto l’infinità dell’io: l’io, attuando un processo infinito, è infinito perché si svincola dagli oggetti che pone.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email