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Immanuel Kant

Nacque e visse tutta la vita a Konigsberg, una delle più importanti città e prestigiose università della Prussia. Kant ebbe una vita metodica, ripetitiva, fatta di abitudini persistenti. C'è, infatti, un aneddoto, secondo cui Kant faceva ogni pomeriggio una passeggiata per recarsi da un suo amico con tanta puntualità che i suoi concittadini puntavano le lancette dell'orologio per verificare la sua puntualità. Kant fu molto attento alle vicende del suo tempo, simpatizzando con la rivoluzione americana e francese, e fu anche consapevole dei diritti di cittadino, intellettuale e docente universitario tanto da difenderli dalla censura prussiana che aveva censurato le tesi dell'opera "La religione entro i limiti della pura ragione". Morì all'età di ottant'anni nel 1804, con gravi problemi di demenza senile. Si vuole suddividere la sua produzione in due fasi (e la prima ulteriormente suddivisa): periodo precritico e periodo critico. Il primo periodo comprende gli scritti fino al 1770. In una prima fase i suoi interessi sono di ordine scientifico e naturalistico: egli studiò Newton e scrisse un'opera nel 1755, "Storia naturale universale e teoria del cielo", nella quale formula l'ipotesi che l'universo sia nato da una nebulosa primitiva (divenuta poi la teoria di Kant-La Place). In una seconda fase di questo periodo, egli privilegia gli interessi filosofici rivolti all'enunciazione delle possibilità e limiti della metafisica che in un'opera degli anni Sessanta, egli le accosta ai sogni di un visionario: l'opera presenta lo stesso nome, il protagonista è Swedenborg ed essa è incentrata sulle sue fantasticherie.

Tuttavia l'opera più importante e conclusa del primo periodo è una dissertazione scritta nel 1770, "Sulla forma e i principi del mondo sensibile e del mondo intellegibile". Fu uno scritto presentato al momento dell'assunzione alla docenza e documentava i suoi requisiti per divenire docente universitario. E' un'opera molto importante perché vi sono esposti concetti che Kant riprenderà nella prima parte della "Critica della ragion pura". Per quanto riguarda la conoscenza, Kant distingue una conoscenza sensibile e una conoscenza intellettuale: la conoscenza sensibile è passiva (che otteniamo attraverso modifiche esterne dei nostri organi sensitivi) e il tipo di conoscenza che otteniamo è quella del fenomeno (da fainomai, ossia rivelare), ossia conosciamo l'oggetto così come si presenta in relazione al soggetto; la conoscenza intellettuale implica l'elaborazione da parte del soggetto e riguarda il noumeno (nous), ossia la cosa in sé, come è realmente. La conoscenza sensibile (ma anche quella intellettuale) prevede una materia e una forma: la materia è costituita dalle sensazioni, che sono modificazioni dei nostri sensi; la materia (e quindi le sensazioni) non rimangono a questo stadio perché viene organizzata dalle strutture della sensibilità (o intelletto), che hanno il compito di ordinare la materia, dandole una forma. A livello di sensibilità, queste forme (intuizioni pure) sono spazio e tempo; si chiamano intuizioni pure perché non sono concetti, ma sono immediati e indipendenti dall'esperienza, ossia esistono come forme di cui il soggetto dispone e nelle quali le sensazioni trovano forma. Tutto ciò che percepiamo dalla realtà esterna, la percepiamo sulla base di coordinate spaziali; ciò significa che spazio e tempo sono strutture soggettive, quindi sono concetti assoluti, ma esistono dentro di noi come forme della sensazione.
Esistono anche forme per la conoscenza intellettuale: essa applica alle sensazioni delle forme (concetti o categorie) che però non si limitano a recepire le sensazioni ma a rielaborarle in concetti. Nella dissertazione del '70 Kant è ancora convinto della possibilità della conoscenza noumenica, ovvero che la conoscenza intellettuale permetta di comprendere una cosa così com'è realmente. Tuttavia Kant abbandonerà questa conoscenza negli scritti del periodo critico. Egli per dieci anni non scrive nulla ma svolge una serie di riflessioni che daranno luogo, nel 1781, alla prima edizione della "Critica della ragion pura". In questo periodo si collocano tre critiche: la Critica della ragion pura; la Critica della ragion pratica (1788) e la Critica del giudizio (1790), più altri scritti molto importanti che arrivano fino al 1798, anno in cui Kant pubblica l' "Antropologia dal punto di vista pragmatico". Nel periodo degli anni Ottanta (periodo critico), Kant difende e sviluppa il suo programma filosofico che prende il nome di criticismo (già ritrovato in Locke): Kant assegna alla filosofia il compito di accertare possibilità, validità e limiti della ragione. Questo è un atteggiamento illuminista (fra le opere di Kant figura il suo scritto sull'Illuminismo "Was ist Aufklarung"), perché l'Illuminismo aveva come prassi sottoporre alla ragione ogni ambito della vita umana e Kant sottopone a critica razionale la ragione stessa, per cui la ragione valuta sé stessa.
La "Critica della ragion pura" fu pubblicata nel 1781 nella seconda edizione. L'obiettivo di Kant è quello di rinsaldare i fondamenti della scienza moderna e di indagare sulle condizioni di possibilità e validità della scienza e della metafisica, in quanto egli dichiara di essere stato svegliato dal suo sonno dogmatico grazie all'opera di Hume. Per Kant la conclusione scettica di Hume è inaccettabile: fisica e matematica non sono capaci di spiegare i fenomeni e i loro meccanismi, pertanto bisogna indagare su quali siano le condizioni che rendono possibile alla scienza di produrre una conoscenza efficace. Per quanto riguarda la metafisica si tratta di chiedersi se la metafisica crea conoscenza (il quesito è più radicale), ma la risposta di Kant sarà negativa. Kant comincia la sua analisi dalla definizione dei giudizi (per Aristotele giudizio è la connessione tra un soggetto e un predicato). Per Kant i giudizi sono di due tipi: analitici e sintetici. I giudizi analitici sono quelli nei quali il predicato è già contenuto implicitamente nel soggetto (i corpi sono estesi: il concetto di corpo implica l'estensione); quindi si tratta di giudizi che esplicitano ciò che è già espresso nel soggetto e sono a priori, quindi per verificarne la validità non occorre un riscontro empirico, di conseguenza i giudizi analitici a priori sono universali e necessari ma non aggiungono conoscenza.
L'altro tipo di giudizio è quello sintetico, in cui il predicato non è già contenuto nella definizione del soggetto (i corpi sono pesanti: il concetto di corpo non contiene il predicato della pesantezza); per cui sono giudizi a posteriori e la loro validità non la si conosce originariamente, ma bisogna fare una verifica empirica, dopo che si esamina la vicenda. Però i giudizi sintetici non sono universali e necessari perché sono sempre confutabili; essi presentano il vantaggio di aumentare la nostra conoscenza, però questa conoscenza non è universale e necessaria ma dipende da verifiche empiriche rifatte. L'intento di Kant è quello di individuare giudizi che posseggono il vantaggio dei giudizi sintetici unito al vantaggio dei giudizi analitici: essi dovranno essere sintetici e a priori, validi sempre e indipendentemente. Questi giudizi sono i giudizi della scienza: per esempio, "tutto ciò che accade ha una causa": tale giudizio non deriva dall'esperienza ma è a priori, ovvero deriva dalla nostra struttura mentale. I giudizi sintetici a priori sono la struttura portante della scienza e costituiscono una terza via al razionalismo (conoscenza a priore) e all'empirismo (conoscenza a posteriori). Così viene distinta una materia costituita dalle sensazioni e una forma che è l'organizzazione mentale di tali sensazioni. Kant la chiama "Rivoluzione Copernicana": la conoscenza secondo Kant era un adeguamento della mente alla realtà esteriore; la corrispondenza fra intelletto e cosa era lo strumento della conoscenza pensata fino a quel momento per Kant. Per Kant è la realtà che viene conosciuta adeguandosi alle strutture mentali del soggetto: i dati empirici vengono conosciuti attraverso filtri che danno forma e che sono soggettivi; tuttavia, dato che queste forme appartengono a tutti i soggetti conosciuti, la conoscenza che ne deriva può valere e vale in modo universale e necessario. L'oggettività della conoscenza si basa per Kant sulla soggettività: noi conosciamo la realtà come ci si presenta ma tutti la conosciamo allo stesso modo. La Rivoluzione Copernicana pone al centro del processo conoscitivo il soggetto e non più l'oggetto: Kant dice di invertire il rapporto tra soggetto e oggetto, mettendo all'origine il soggetto e facendo adattare ad esso l'oggetto. E' come se noi vedessimo il mondo attraverso delle lenti colorate: vedremmo il mondo di quel determinato colore e non è detto che il mondo sia così, di quel colore, ma avremmo comunque una visione del mondo oggettiva e condivisa da tutti i soggetti. Il fenomeno non è realtà in sé, ma è un oggetto in sé, la cui conoscenza avviene secondo forme oggettive.
Lo sviluppo della Critica della ragion pura prende in esame l'attività delle tre facoltà dell'intelletto umano: la sensibilità, ossia i sensi che ci danno gli oggetti in modo intuitivo (estetica trascendentale); l'intelletto, che consiste nell'elaborare concettualmente i dati sensibili tramite le categorie, che sono dodici (dell'intelletto Kant se ne occupa nell'Analitica trascendentale); infine la terza facoltà è la ragione, ovvero la facoltà con cui noi cerchiamo di valicare i limiti dell'esperienza e di giungere ad una conoscenza globale (sezione Dialettica trascendentale). Trascendentale per Kant significa che studia le condizioni di possibilità della conoscenza e si distingue anche da a priori (ciò che non deriva dall'esperienza ma ne consente la conoscenza) perché trascendentale è ciò che studia gli a priori. La ragione pura è quella che costituisce i concetti a priori che consentono la conoscenza. Kant usa il termine "estetica" che è la sezione in cui si studia la sensibilità: la conoscenza sensibile. La conoscenza estetica è una conoscenza passiva: noi riceviamo le sensazioni dall'esterno (intuizioni empiriche); queste sensazioni giungono in noi e si incasellano nelle due forme a priori della sensibilità: lo spazio e il tempo. Lo spazio è la forma del senso esterno, il tempo invece è la forma del senso interno: i nostri stati si dispongono in successione, secondo una sequenza temporanea.
Tuttavia anche le sensazioni esterne diventano poi elementi del nostro senso interno e quindi anch'esse vengono rifiltrate attraverso la forma del tempo. Il tempo è la forma che assume la maggiore universalità nel senso che il tempo è la forma entro cui si dispongono gli stati d'animo e le sensazioni esterne. Spazio e il tempo sono degli stampi e di conseguenza non sono né assoluti (come voleva Newton) né derivati dall'esperienza (come voleva Locke), ma sono forme della soggettività. Secondo Kant la geometria e l'aritmetica si articolano secondo giudizi sintetici a priori che hanno il loro fondamento sul principio spazio-tempo: ciò vale sia per la geometria che per l'aritmetica e ne risulta la validità in quanto scienze. Ciò vale per le conoscenze sensibili.
Il tema dell'analitica riguarda l'origine, l'estensione e la validità delle conoscenze a priori dell'intelletto. Sensibilità e intelletto sono due qualità complementari: i pensieri senza contenuto sono vuoti; le intuizioni senza concetti sono cieche. Il pensiero quindi ha bisogno del contenuto delle intuizioni empiriche, che hanno bisogno dell'elaborazione concettuale offerto dalle categorie. La conoscenza intellettuale è una conoscenza attiva, quindi le varie rappresentazioni vengono organizzate, elaborate, pensate e ciò avviene sotto forma di unificazione: il molteplice della sensibilità viene ricondotto alle categorie, le quali, dunque, possono interpretare queste sensazioni (categoria: classificazione, predicati universali). Tutti i predicati possibili rientrano in una o più categorie. Le categorie di Kant hanno due differenze rispetto quelle di Aristotele: hanno un valore gnoseologico (in Aristotele oltre a questo hanno pure quello ontologico); inoltre Kant sostiene che Aristotele ha ricavato le categorie casualmente, mentre lui le ha ricavate rigorosamente dalla tavola dei giudizi, che sono 4: quantità, qualità, relazione e modalità, ognuno dei quali origina tre categorie, per un totale di dodici (soprattutto bisogna ricordare quella di sostanza e causalità, attraverso le quali Kant sviluppa la difesa alle posizioni di Hume). Ricavate le categorie, rimane il problema di giustificarne la validità e l'uso, di compiere una deduzione trascendentale.
Deduzione in questo caso significa giuridicamente "dimostrazione della fondatezza e legittimità in linea di diritto di qualcosa esistente di fatto". Si tratta, quindi, di dimostrare i requisiti di legittimità, di comprendere perché la natura si manifesti secondo il modo in cui la pensiamo. Una prima questione riguarda la modalità sintetica compiuta nella conoscenza intellettuale: a noi arriva una molteplicità di sensazioni e perché queste possano essere oggetto dell'attività unificatrice delle categorie, secondo Kant, occorre preventivamente l'azione di una funzione unificatrice che costituisca uno spazio unitario entro cui il molteplice viene rinchiuso; Kant la chiama l'"io penso" ed è un'appercezione trascendentale, ossia una percezione trascendentale. L'io penso non è un'entità (sostanza), ma una funzione: è la consapevolezza che deve sempre accompagnare le intuizioni empiriche perché si possa sottoporle all'elaborazione concettuale delle categorie. Il fatto che noi non possiamo pensare i metodi dell'esperienza spiega perché la realtà si comporta attraverso le categorie: noi non sappiamo se la natura è fatta diversamente da come la pensiamo, ma siccome la pensiamo fatta in questo modo, attraverso categorie comuni a tutti gli uomini, la natura verrà sempre pensata secondo le nostre modalità, risolvendo il dubbio humiano. Infatti, secondo Hume poteva succedere che la nostra esperienza futura potesse smentire le nostre certezze: per Kant non è così perché una cosa che viene pensata sempre allo stesso modo e non può cambiare. L'io penso è il legislatore della natura, ossia dà leggi con le quali noi pensiamo la natura: esso non può pensare la natura se non in quel mondo, quindi dà le leggi alla natura secondo le quali funziona. Dopo la pubblicazione della Critica della ragion pura, comparvero diverse interpretazioni che fecero Kant un idealista, come Berkeley o Cartesio: Kant dice che se si ha una conoscenza fenomenica, questa conoscenza rimanda necessariamente all'esistenza di qualcosa che l'ha originata, ossia qualcosa da pensare come necessariamente esistente oltre il fenomeno, quindi il noumeno. Posto che le intuizioni empiriche e le categorie sono eterogenee, intuizione e concetti come fanno a collegarsi? Secondo Kant occorre un giunto e questo tramite è lo "schema" (schematismo trascendentale): gli schemi sono il prodotto di una facoltà chiamata immaginazione produttiva. Gli schemi vengono costituiti attraverso la forma della sensibilità dotata del maggior grado di universalità: tra spazio e tempo, il tempo è quello più universale; gli schemi dunque sono costituiti usando la forma del tempo.
La sezione in cui Kant si occupa della metafisica si chiama "dialettica trascendentale": dialettica vuol dire "arte sofistica di dare alla propria ignoranza l'aspetto della verità", trucco con il quale si cerca di arrivare alla conoscenza di ciò che sta al di là dell'esperienza. La metafisica esprime il tentativo, quindi, di conseguire una conoscenza globale e incondizionata. Questa tendenza si organizza attorno a tre idee della ragione: Kant distingue tra l'intelletto (facoltà con cui si realizza la conoscenza nell'ambito dell'esperienza) e ragione (facoltà che tenta di andare oltre l'esperienza); le terze idee sono idee di anima, di mondo e di Dio. L'idea di anima racchiude la totalità dei fenomeni del senso interiore; l'idea di mondo esprime la totalità dei fenomeni del senso esterno; l'idea di Dio esprime la totalità di ogni evento possibile e del suo fondamento. Tuttavia nessuna di queste idee è in grado di trasformarsi in conoscenza effettiva; infatti attorno a ciascuna di queste idee si costituisce una disciplina d'indagine: attorno all'idea di anima si istituisce la psicologia razionale, che non raggiunge effetti di conoscenza perché è basata su un paralogismo (ragionamento errato), quello per cui l'io penso viene concepito come un'anima concreta (ma sappiamo che l'io penso è una funzione, un meccanismo).
L'idea di mondo dà origine alla cosmologia razionale: la cosmologia dà luogo a quattro antinomie (ossia coppie di affermazioni reciprocamente contraddittorie formate da una tesi e da un'antitesi, fra le quali non è possibile decidere quale sia vera e quale sia falsa, quindi indecidibili). La prima antinomia dice nella tesi che il mondo è finito nello spazio e nel tempo, e nell'antitesi che il mondo è infinito; la seconda antinomia dice nella tesi che ogni cosa è formata da parti semplici, nell'antitesi che tutto è divisibile all'infinito; la terza antinomia dice nella tesi che oltre alla causalità deterministica c'è pure una libera, nell'antitesi che tutto è determinato; la quarta antinomia dice nella tesi che la contingenza del mondo implica l'esistenza di un essere assolutamente necessario, nell'antitesi che tutto è contingente. Tutto ciò implica che pure la cosmologia non va oltre l'esperienza.
La teologia si è sforzata di individuare prove dell'esistenza di Dio che possono restringersi a tre tipi di prove: ontologica, cosmologica e fisico-teologica (o teleologica). La prova ontologica di Cartesio diceva che dal concetto di Dio deriva l'ammissione della sua esistenza perché di un essere perfetto non si può predicare l'inesistenza. Secondo Kant questo passaggio dal concetto all'esistenza è privo di fondatezza logica perché l'affermazione "Dio esiste" non è né un giudizio analitico né un predicato sintetico, di conseguenza non si può passare dal concetto di Dio alla sua esistenza. La prova cosmologica dice che è necessario immaginare una causa prima per la contingenza del mondo, quella fisico-teologica dice che l'ordine del mondo richiede un creatore, ma queste due si basano sulla prova ontologica e ne vengono smentite. Con questo Kant non vuole negare ogni funzione delle idee della ragione: esse non producono oggetti di conoscenza ma hanno un valore regolativo: esprimono e disciplinano le tendenze ad organizzare in modo globale le proprie conoscenze. Secondo Kant, nella Critica della ragion pratica si tratta di prendere atto dell'esistenza nell'uomo di una legge morale a priori e quindi indipendente dall'esperienza e valida universalmente.
Questa legge si esprime in termini imperativi, categorici e implica l'obbedienza come un dovere assoluto. L'esistenza della morale si radica nel carattere ibrido dell'essere umano: l'uomo è insieme istinto e ragione; se fosse solo l'una cosa o l'altra, il tema morale non si porrebbe perché agirebbe meccanicamente. Se l'uomo fosse soltanto ragione, sarebbe santo: la santità per Kant è il perfetto adeguamento del proprio agire alla legge. Non essendo così l'uomo, per poter agire deve rifarsi alla legge, che trova dentro di sé. C'è poi un altro presupposto, chiamato postulato, che è la libertà: noi siamo esseri morali in quanto liberi; l'esistenza della libertà compariva come termine di una delle antinomie, che riguardava l'esistenza di una causalità libera, oltre a quella deterministica. Le caratteristiche della morale kantiana sono: la formalità e l'autonomia, oltre il carattere categorico. La morale, per essere trattata, deve essere indipendente dall'esperienza, pertanto il comando morale non può riguardare contenuti specifici perché riguarderebbe le singole situazioni di esperienza, senza valere universalmente.
Per avere valenza universale bisogna prescrivere non cosa bisogna fare ma come si deve agire. L'altro carattere decisivo è il doverismo: la legge morale non va seguita per alcuna ragione che non sia la legge morale stessa. Il dovere per il dovere è un comportamento morale, per cui non basta comportarsi in modo corretto, perché se si agisce in modo corretto siamo nel campo della legalità, e non della moralità. La morale per Kant richiede l'intenzione (etica dell'intenzione), quindi l'adesione della legge in quanto tale, non le sue conseguenze. Altre caratteristiche della morale sono: nessun comportamento è morale se non deriva da una scelta autonoma; quanto ai concetti morali, Kant distingue fra massime e imperativi: le massime sono i principi d'azione che ciascuno prescrive per sé stesso e valgono soltanto per l'individuo che li ha formulati; gli imperativi sono principi oggettivi che valgono per tutti e Kant distingue l'imperativo ipotetico e l'imperativo categorico. Il primo è una prescrizione che riguarda il raggiungimento di un fine ed è condizionato dallo scopo cui si rivolge.
L'imperativo categorico è incondizionato, non guarda il raggiungimento di qualche scopo, prescrive un "tu devi" valido per chiunque e in ogni circostanza. Per poter essere universale, il comando morale deve essere formale; la sua formula è "agisci in modo che la massima possa sempre valere come principio di una legislazione universale": ogni principio d'azione deve essere universalizzabile e sarà morale e con conseguenze positive se tutti lo metteranno in opera. Kant enuncia questa come una formula e nella metafisica dei costumi ne aggiunge altre due: una molto simile a questa e l'altra "l'uomo è fine a sé stesso", fine in sé e quindi non può mai essere solo uno strumento per qualche risultato. Gli uomini istituiscono un regno dei fini, universalmente morale, del quale sono sovrani e sudditi: sovrani perché sono essi stessi la fonte della legge morale, sudditi perché sono sottoposti a questa legge morale e lo sono non per ragioni estrinseche ma intrinseche in quanto riconoscono la necessità delle conformità al dovere.
L'edificio della morale kantiana si completa sulla riflessione dei postulati: su quei concetti che, pur non potendo essere dimostrati, vanno necessariamente ammessi in quanto fondamenti della morale e principi che ne integrano la costruzione. I postulati sono tre: il primo, che è l'unico di cui si possa registrare l'esistenza, è la stessa libertà che non può essere dissociata dalla morale perché la morale presuppone la possibilità di scegliere liberamente. L'uomo quindi, in quanto essere naturale, con la libertà dimostra di appartenere anche alla dimensione noumenica, inattingibile alla conoscenza e però che deve necessariamente essere ammessa; da qui anche il primato della ragion pratica rispetto alla ragion teoretica in quanto dischiude all'uomo la dimensione noumenica che la ragion teoretica non può raggiungere. Gli altri due postulati non possono essere verificati; essi derivano dal concetto di sommo bene (assoluto morale), ossia l'uomo, nell'agire, è mosso anche dalla speranza che il suo essere virtuoso possa conseguire la felicità e rimane tra virtù e felicità.
Questo non deve essere il movente dell'azione e si accompagna all'azione morale come esigenza dell'anima. Il sommo bene implica gli altri due postulati: l'immortalità dell'anima e l'esistenza di Dio. Nella vita terrena noi non possiamo raggiungere la santità, che è il perfetto adeguamento dell'agire con la norma morale. Secondo Kant, la santità e il sommo bene non sono perseguibili e quindi occorre ammettere l'esistenza di una vita ultraterrena: infatti, se noi riteniamo la nostra anima come immortale, si potrebbe pensare che nella vita ultraterrena essa possa raggiungere la santità. Per far ciò, è necessario, secondo Kant, ammettere l'esistenza di Dio perché egli è il garante delle possibilità del sommo bene ed è colui al quale è affidata la realizzazione della speranza che il nostro agire virtuoso ci possa dare la beatitudine. Dio va necessariamente ammesso ma la sua effettiva esistenza non deve essere dimostrata: per salvaguardare la nostra morale, non dobbiamo essere certi che Dio esista perché è morale solo quell'agire che dà norma a sé stesso. Di conseguenza, se noi fossimo certi dell'esistenza di Dio, noi agiremmo bene per senso del dovere, quindi non agiremmo moralmente ma in modo corretto per timore delle punizioni che riceveremmo o per le speranze che potremmo ricevere. Così il nostro comportamento non sarebbe autonomo, ma eteronomo, ossia condizionato da altre considerazioni.

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