NickyD di NickyD
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Il giudizio tipo del razionalismo è l'a priori-analitico, il cui fondamento è il principio di identità e non-contraddizione, ed è o un giudizio, da cui deduciamo le implicazioni; mentre il giudizio tipo dell'empirismo, in cui si traggono tutti gli esiti solo dall'esperienza, i quali non conducono mai all'universale, è l'a posteriori-sintetico. Il giudizio scientifico deve essere a priori-sintetico (vantaggio dell'universalità e vantaggio della sintesi), che è scientifico perché parte dall'intuizione (cioè percepiamo) e poi lo valutiamo a priori, cioè con strumenti soggettivi; perché se ci mantenessimo fermi alla percezione sensibile ricadremmo nell'errore degli empiristi, se invece valutassimo solo con l'intelletto ricadremmo nell'errore dei razionalisti. I presupposti del giudizio scientifico sono: la capacità dell'intelletto di ridurre all'unità di ragione e la capacità dei sensi di ridurre all'unità del mondo. Aristotele aveva detto che tutto ciò che è è sostanza, io percepisco e poi l'intelletto passivo riceve le forme, con la necessità di un intelletto attivo che prescindendo ciò che il passivo riceve dai sensi unifica e rende tutto omogeneo, questo procedimento produce una dualità: da una parte la forma ricevuta dall'intelletto passivo, dall'altra parte la forma pura che ricorda l'idea platonica. Kant spiega come si fa la sensazione e lo fa nella prima parte della critica alla ragione pura che è la dottrina trascendentale degli elementi in cui ci sottopone l'estetica trascendentale. Dal punto di vista semantico: estetica= percezione sensibile, immediatezza percettiva; trascendentale= è la relazione tra ciò che trascende e ciò che è trasceso (interazione soggetto-oggetto= sensazione). perché si possa esplicare la sensazione bisogna avere due presupposti (funzioni a priori della sensibilità):

SPAZIO---> condizione necessaria per cogliere i fenomeni nella loro esteriorità, perché altrimenti non sarebbe possibile l'interazione. Lo spazio a priori che noi conosciamo è quello euclideo, non fisico, né percepibile né soggettivo.
TEMPO--> valgono le stesse cose dello spazio. Il tempo però è la rappresentazione (=cosa produce in noi la sensazione) a priori interiore della sensazione (prima/dopo). Condizione dell'interiorità, a priori, che consente di collocare le esperienze in una sequenza (se fosse a posteriori servirebbe un altro io). Il tempo è l'intuizione dello scorrere del tempo che si verifica con il moto e col cambiamento.

L'analitica trascendentale
Kant ci ha proposto la rivoluzione copernicana invertendo il rapporto soggetto-oggetto.
(Visto che Hume aveva suscitato perplessità sul metodo che si basasse sulla continuità dell'essere e sul mondo dato come oggetto, e che la conoscenza si fondasse sull'oggetto, quindi sull'esterno, provocando una dualità, in questo modo i concetti creati erano soggettivi, in relazione alle capacità sensoriali del soggetto) (Cartesio riducendo a quantità l'essere esteriore aveva provato a fare un'inversione, ma fondando sul dubbio e sciogliendolo con l'io-penso aveva provato ad introdurre l'io pensante come capace di fare la conoscenza, poi però è stato costretto a ricorrere a Dio che unificasse l'io cosciente e il dato di coscienza, ricadendo nella dualità)

Kant, con l'esperienza aristotelica e cartesiana e hummiana, legato alla fisica newtoniana, compie un passo in avanti. Il soggetto, dunque, percepisce l'oggetto con le funzioni a priori presupposte (spazio-tempo) alla sensazione e ci restituisce le RAPPRESENTAZIONI (=il modo in cui noi ci rappresentiamo la realtà, soggettiva e desunte dall'esperienza, permettono l'arricchimento in quanto mai definitive). l'intelletto si trova di fronte le rappresentazioni, quello che per Aristotele era il punto finale per Kant è il punto iniziale della conoscenza, cioè l'intelletto assume a sé le rappresentazioni, se si esprimesse un giudizio solo sul dato rappresentato finiremmo per esprimere un giudizio empirico, soggettivo, basato solo sul dato appena colto. Poi si possono esprimere giudizi sintetici, che permette di includere altri dati colti all'esterno. A questo punto, nel passaggio tra la rappresentazione e l'intelletto, si esprime una sintesi, cioè l'intelletto riduce all'unità le cose che arrivano dall'esterno, e quel giudizio è oggettivo (=non dell'oggetto, bensì ha riscontro nella realtà ma non è personalissimo, perché lo riduco all'unità con le categorie a priori dell'intelletto, che diventano esse le categorie su cui ci esprimiamo, che fino a quel momento erano le categorie dell'essere, messe in crisi da Hume, che dice che nel momento in cui io conosco qualcosa lo trasformo. Categorie del giudizio, quindi, non c'è più una separazione tra l'atto della ragione e l'atto dei sensi, tra il giudizio e il mondo, non esisterebbe più la dualità, bensì una riduzione a sintesi sulla base dell'a-priori che è della mente. Dunque, le categorie del giudizio hanno la capacità, essendo a priori, di essere nella mente prima che arrivi la sensazione, ma Hume era stato costretto a giungere alla conclusione che la mente, prima di percepire qualcosa, non ha nulla. Intanto esiste una mente, esiste una coscienza, un pensiero in quanto esiste una cosa, una possibilità del pensiero se esiste una sensazione, se non ci sono sensazione non esistono pensieri, né esiste la capacità pensante, cioè il nostro intelletto per Hume dipende dalle sensazioni che abbiamo).
Le categorie sono il grande contenitore che l'intelletto è, non che l'intelletto ha, è la sua struttura. Mai il dato rappresentato è assoluto, perché deriva dall'esteriorità che è mutevole. Le categorie sono
divise in 4 grandi settori a cui corrispondono 3 categorie, con i rispettivi tipi di giudizi emessi:

4 caratteri generali (4)
3 categorie (12)
1 giudizio (12)

QUANTITA'
-Unità
-Pluralità
-Totalità

-Universale*
-Particolare
-Singolare*

QUALITA'
-Realtà
-Negazione
-Limitazione

-Affermativo
-Negativo
-Infinito*

RELAZIONE
-Sostanza
-Causalità
-Azione reciproca

-Categorico*
-Ipotetico
-Disgiuntivo

MODALITA'
-Possibilità
-Esistenza
-Necessità

-Problematico*
-Assertorio*
-Apodittico*

*quello riferibile ad uno è estensibile ai restanti
*solo così...
*infinito nel senso di "non definito", con infinite possibilità
*questo è
*forse...
* consiste nell’affermare o negare una semplice verità di fatto, senza alcuna idea di necessità o di possibilità

*l’affermazione o la negazione si considerano come necessarie (A è necessariamente B; A non può essere B)
Quando arriva la rappresentazione alla mente si crea il giudizio immediatamente. A un capo del giudizio c'è non il mondo reale, le sostanze, ma la rappresentazione che è il fenomeno per come è percepito, [Le sensazioni sono legate al modo in cui i sensi di uno entrano in rapporto con il dato percepito (diciamo soggettive)] il quale esce dall'intelletto come giudizio, divenendo universale (perché ogni intelletto ha queste forme a priori), ciò che è (sott. per me). Si produce il noumeno (=puro prodotto della mente, è un giudizio scientifico, perché c'è una rispondenza tra il mio giudizio e il dato colto, è provvisorio) , che non è più il fenomeno che è all'altro capo. Il giudizio scientifico, dunque, è noumeno, e il noumeno è qualunque giudizio che parta da una sensazione, passi all'interno come rappresentazione e sia sottoposto alle categorie dell'intelletto. Tutto ciò che pretende di andare oltre le categorie o tutto ciò che è rappresentato al di sotto o prima della sensazione non è scienza. Il noumeno ha la pretesa di essere la cosa in sé, ha la pretesa di universalità, ma solo la pretesa, perché proprio per il fatto che è scientifico non è assoluto, ma è l'assolutizzazione delle mie esperienze, in maniera più appropriata è l'unificazione, la riduzione a priori della sintesi dell'esperienza (giudizio a priori-sintetico).
Quello a cui noi aspiriamo è la cosa in sé (idea, concetto puro, cogito), che sarà sempre provvisoria, quindi non può essere detta, è l'assoluto, quindi ci deve dire che è scientifico ciò che è universale in questo momento, ma per universale si intende che ha universalizzato i dati dell'esperienza, cioè le rappresentazioni, non il fenomeno. Se a un capo della conoscenza c'è il fenomeno significa che il fondamento è la sensazione, all'altro capo c'è il noumeno, cioè l'a priori dell'intelletto. Detto questo si può ricavare che c'è un io cosciente (=un io che ha scienza in sé del dato e del modo in cui arriva, allora la coscienza per Kant è molto vicina a come intendeva Hume la mente, è ciò che si dà all'io). Questo è l'io-penso, alla maniera cartesiana, che è il contenitore della scienza di sé e di tutto ciò che all'io è dato come esperienza. Se ha scienza di sé significa che si è percepito attraverso l'appercezione trascendentale. Noi abbiamo visto che la sensazione è trascendentale, relazione tra soggetto-oggetto, l'appercezione trascendentale è la percezione interiore di me che percepisco me stesso, trascendentale perché prodotto di sintesi tra la capacità della mente e la mente che ha questa capacità.

Nell'analitica trascendentale Kant aveva posto il problema, cioè ai due poli del percorso conoscitivo abbiamo il fenomeno, non l'oggetto, ma il modo in cui l'oggetto si presenta a noi, la rappresentazione, e dall'altro il noumeno (=unificazione dei dati empirici giunti all'intelletto attraverso la rappresentazione; contiene la possibilità di definire ciò che una cosa è in virtù dell'unificazione). Al di sotto del fenomeno c'è l'oggetto, al di sopra del noumeno c'è fin dove ci possiamo spingere, l'andare oltre. Kant tenta di risolvere il dualismo ponendo un limite alla scienza. Ciò che è scienza è la riduzione all'unità di ciò che si è percepito ma non la cosa in sé. L'approdo al noumeno è la prova dell'esistenza, la certezza dell'io (=coscienza di sé), l'io-penso senza il dubbio cartesiano. Se l'io-penso è dato ed è scienza, se sia ha scienza di se stessi pensanti, significa che l'io è stato percepito e identificato come coscienza. Siccome l'io è interiore, anche la percezione sarà interna: appercezione trascendentale (= fulcro della coscienza, intorno al quale gravitano tutte le rappresentazioni e al quale tutte le rappresentazioni si riferiscono e sul quale tutte le rappresentazioni giungono a compimento in termini di noumeno, è il punto di approdo di tutto il processo conoscitivo).
Nasce un nuovo problema: i concetti intellettivi puri, cioè le forme pure a priori, cioè le categorie, appaiono come pensieri, noumeno, così come l'unità, quindi appaiono come oggetti di ragione, cioè è possibile conoscere l'unità, la pluralità, la singolarità, ciò significa che, se esse sono oggetto della la ragione, la ragione è uno strumento superiore all'intelletto, al quale manca la rappresentazione. Sta andando oltre la scienza, che è tutto ciò che, essendo percepibile, è rappresentato ed è ridotto all'unità noumenica dall'intelletto attraverso le sue forme pure a priori. Se la ragione assume le categorie come noumeno, significa che ci troviamo nell'uso trascendente, non più trascendentale, che l'ambito della metafisica, introdotta dal dubbio di dualismo, che è insorto di nuovo tra fenomeno e noumeno. L'uso empirico delle categorie unifica i fenomeni, ma mai tutti i fenomeni. Si arriva all'uso trascendente perché si ha la consapevolezza della limitatezza della scienza, che arriva fin dove arriva la capacità dei sensi, che danno sempre una restituzione parziale e soggettiva del mondo. Si va alla ricerca di una totalità trascendente che è l'uso della ragione, la quale si spinge nelle tra grandi direzioni che il processo conoscitivo impone, cioè l'io (soggetto), l'oggetto, e la loro relazione. Nel processo conoscitivo c'è appercezione trascendentale che restituisce l'io coscienza, l'anima però non è la coscienza dell'io penso, ma è ciò che è in grado di unificare il corpo e le sue capacità e l'intelletto e le sue capacità tutto in un'unica entità, che non è né il corpo, né l'intelletto, ma ciò che fa sì che il corpo e l'intelletto convivano e abbiano quella capacità espressiva. La scienza dell'anima è la psicologia razionale (perché l'anima è oggetto di ragione). Se la totalità dell'io dipende dalla totalità delle sue rappresentazioni (Hume), si deve ricercare un io che esista a prescindere dalle rappresentazioni, cioè l'anima (=soggettività che prescinde dalle sue conoscenze).


Abbiamo individuato il limite dell’uso empirico delle categorie che ha la capacità di unificare i dati dell’ esperienza, ma i dati non sono mai tutti, ma solo quelli che sono caduti sotto la mia attività dei sensi. Perciò quando noi arriviamo a comporre il noumeno sappiamo che somiglia alla cosa in sé ma non lo è, perché non è fondato sulla totalità dei dati. Invece chi somiglia a un noumeno ma non lo è sono le categorie , che sembrano concetti come il noumeno ma invece sono proprietà dell’ io penso e cominciano a diventare oggetto di ragione. La nostra mente le tratta come un noumeno , come derivate dall’ esperienza esterna, anche se le categorie sono a priori in noi. Quindi se la ragione le tratta in questo modo significa che sta andando verso un uso trascendente delle categorie. Trascendente è qualcosa di esterno che valuta qualcos’altro. La prima operazione dell’ attività trascendente è pensare qualcosa perché la si ha percepita e ce la si è rappresentata , e quindi noi possiamo spingerci all’infinito nel percepire il mondo. Detto ciò evidentemente non possiamo pensare di dipendere dalle rappresentazioni perché se così fosse significherebbe che queste dovrebbero prevedere un io limitato. Questo vuol dire che in noi c’è un io diverso da quello delle rappresentazioni e da quello in grado di percepire qualcosa prima di rappresentarsela e poi di giudicarla: questo io è l’anima che unisce questi tre precedenti. Si parla di psicologia razionale (= fuori dai sensi, attività di pure ragione). Questa dice che l’io rifiuta ogni dipendenza e ogni connessione automatica tra le proprie esperienze, le proprie rappresentazioni e il proprio prodotto pensato(noumeno). La psicologia razionale ci spinge a pensare un io assoluto che è anima in quanto tale, che non dipende dai dati empirici. Ma l’anima è identica in ognuno di noi, ciò che rappresenta l’unità dell’essere io. Ciò che fa di un uomo un uomo ,l’ essenza di ogni sostanza(l’anima si esprime attraverso la sostanza). Che cos’è l’anima? Visto che sostanzia l’io esiste già prima dell’individuo e continuerà a vivere dopo ci saranno molte anime “inutilizzate” quindi questa teoria non è veritiera. Visto che questo concetto va oltre il dato empirico presuppone almeno due risposte una opposta all’ altra.
Visto che il nostro mondo è inadeguato a rappresentare l’intero universo dobbiamo costruire una cosmologia razionale(universo come oggetto di pura ragione). Questa cosmologia ci creerà una serie di conflitti che Kant chiama antinomie:
1):Il mondo inizia nel tempo, e iniziando dà il via al tempo, e quindi se è così è anche limitato spazialmente(ovvero se il tempo è la misura delle cose che cambiano se non ci sono cose che cambiano non c’è il tempo e quindi non ci sono neanche cose quindi significa che c’è uno spazio che comincia lì quindi l’ uomo avrebbe origine nel tempo e sarebbe dimensionato allo spazio). Quindi tempo e spazio danno origine al mondo.
1)b: Il tempo non può avere né un inizio né una fine.
2): esistono solo sostanze semplici e il resto sono composti di queste. 2)b: ci sono anche composti che sono dati in quanto tali e quindi non riducibili a sostanze semplici.
3):ogni cosa che c’è ha una causa e un effetto dunque è necessario; se tutto ciò che c’è ha una causa e un effetto doveva esistere per forza e tutto ciò che ci sarà è già esistente in quello che c’è. Dunque non c’è libertà. 3)b: se c’è un’ azione libera è tutto casuale.


Dal momento che ci mancano le verifiche empiriche sull'universo, tutte le posizioni che riguardano l'universo sono di tipo razionale, cioè partono da un presupposto e arrivano a delle conclusioni servendosi di un'argomentazione puramente razionale, cioè di ragione, e finché il ragionamento è corretto, le conclusioni sono ritenute corrette. La prima antinomia afferma che il mondo ha inizio nel tempo e perciò resta limitato entro i confini dello spazio. L'altro tipo di argomentazione è l'esatto opposto: il mondo non ha inizio nel tempo, dunque non ha limiti spaziali. [Ciò ce lo avevano tramandato i filosofi della fisica, tra cui Aristotele e Platone] La seconda antinomia dice che esistono nel mondo solo sostanze semplici o composti di sostanze semplici. [a partire da Democrito] Al contrario nessun oggetto è fatto di parti semplici, ma tutto è fatto di parti composte, ogni cosa è un composto di composti, cioè parti semplici non possono essere aggregate ad altre parti semplici. [pensiero medievale: Spinoza, Leibniz] La terza antinomia afferma che il mondo è prodotto di cause ed effetti, ma non è determinato meccanicamente, perché esiste la possibilità di azione libera (decisione), che non significa casuale.[derivazioni neoplatoniche] L'opposto dice che tutto accade per leggi necessarie, meccanicamente. [dottrine materialistiche] La quarta antinomia dice che perché ci sia il mondo c'è qualcosa di assolutamente necessario, altrimenti il mondo non ci sarebbe, perché poserebbe su una causa prima che è occasionale. [stoicismo, presocratici] D'altro canto, non c'è un essere assolutamente necessario, ma il mondo è prodotto sempre da scelte libere.
Antinomie significa che l'umanità nell'evoluzione dell'impianto del pensiero ha argomentato razionalmente in vari modi, perché non è probabile, se non in determinati ambiti. Se il ragionamento può essere dato per vero, e ciò non implica la veridicità dei suoi contenuti. Sul mondo la cosmogonia o cosmologia o fisica teorica è una scienza del tutto razionale, che non è scienza perché tutti i suoi argomenti non si fondano sulla percezione, sulla rappresentazione, sul giudizio dell'intelletto, ma vanno oltre il noumeno; assumono per vero un dato che è scientifico e va oltre, quest'oltre ha il solo vincolo del rigore logico interno, non il vincolo del passaggio dall'oggetto percepito al giudizio sintetico a-priori. E' metafisica, non scienza. Questo modo di procedere della ragione soddisfa l'interesse di essa di andare all'assoluto, oltre il dato dei sensi, dal noumeno fino alla cosa in sé. Quell'entità è esigenza della ragione che sfugge ai sensi, quindi esula dal giudizio sintetico a priori, si spinge oltre per soddisfare l'interesse. Lasciata libera di pensare la ragione supera tutti i confini, attestata dall'io penso come capacità non limitata, spinta all'infinito, utilizzando tutti gli elementi scientificamente fondati, che diventano strumento per l'indagine sull'assoluto. Se l'appercezione trascendentale, cioè l'io-penso, mi porta a spingermi sull'assoluto dell'io che è l'anima, che non è scienza, ma psicologia razionale; se la percezione del mondo ci porta fino all'universo infinito con la cosmologia razionale; così se c'è un io che ha la capacità di argomentare sul mondo e un mondo che può divenire oggetto della ragione dell'io, ci deve essere qualcosa che tiene insieme l'io e il mondo che per il rapporto di scienza è la percezione, per il rapporto di giudizio è l'a-priori della mente, cioè le categorie che sono date prima che la percezione si concretizzi nella mente, per il rapporto io-mondo è Dio, ognuno se lo immagina a modo suo a partire da un'argomentazione razionale, cioè dal dato empirico spinto all'universale. La scienza di Dio è la teologi razionale, Dio è il massimo della possibilità del volo pindarico razionale. Vi sono delle prove dell'esistenza di Dio che se messe a confronto una esclude l'altra.
3 PROVE: - fisico-teologica, (meccanicismo del seicento, Dio orologiaio);
- cosmologica: (Leibniz: l'universo è una catena contingente, occasionale, di
causa-effetto, l'effetto, una volta "causato" è necessario, all'origine vi è una causa certa)
- ontologica: (Anselmo da Aosta ripreso da Cartesio e i meccanicisti in genere: se è
mente esiste).
L'estensione oltre il noumeno che va verso la cosa in sé, e che indaga le tre grandi afflizioni della mente, non può essere dimostrato nulla, è la linea di confine tra il noumeno che è prodotto scientifico e la spinta verso la cosa in sé che non è scienza ma non è non senso, è metafisica, ragionamento al di là del dato di scienza che è proprio della ragione. Teologia trascendentale: rapporto della ragione che trascende l'intelletto.
(Critica della ragione pratica)
Kant cambia ora la prospettiva: dopo aver esaminato il percorso della conoscenza, cioè il modo in cui entriamo in rapporto con il mondo reale e costruiamo il nostro impianto scientifico, ora si pone l'obiettivo di capire in base a cosa agiamo quando agiamo, qual è la spinta/motivazione interiore e quali sono gli strumenti della scelta. Kant ritiene che dentro di noi vi è una legge morale che ci spinge ad agire in un modo o delle regole pratiche. Queste ultime sono contingenti, mutevoli, legate ad eventi contingenti e hanno come aspettativa quella di poter rendere unificabile il modo di agire, quindi è possibile che si proiettino verso l'unità delle azioni, degli intenti e dei modi di comportarsi di fronte ad uno stesso evento. Una regola può essere modificata. Kant propone l'alternativa della legge morale. Se è una legge deve avere assoluta necessità, deve obbligare (devi!) [potere: verbo della possibilità/ dovere: verbo della necessità, obbliga, vincola]. Quindi deve essere valida per tutti e per sempre, in ogni occasione e luogo. La legge si deve porre come una prospettiva. Ma, per quanto noi possiamo attuare un comandamento sempre, possono esserci occasioni in cui non riusciamo a farlo, però il problema è: ci mettiamo nella condizione di rifiutarlo o ci proviamo senza riuscirci? Kant dice che è una sorta di limite senza limite, verso cui bisogna tendere, anche se probabilmente irraggiungibile. Il limite per l'azione assoggettata alla legge è illimitato, anche se non lo raggiungessimo mai. Questa legge è solo forma , perché se avesse un contenuto sarebbe legata ad eventi contingenti, e quindi diverrebbe un insieme di regole pratiche. Affinché la legge sia assolutamente necessaria, valida per sempre e per tutti deve essere priva di limiti e di contenuti. Ogni legge che contiene un elenco non è legge assoluta, è assoluta se è solo formale. Deve avere forma pura, senza contenuti prescrittivi, e il modo deve essere l'imperativo categorico, a priori (già contenuto nel categorico dell'imperativo), assoluto (tu devi!), afferisce alla qualità dell'azione, non a che scopo produce [Il fine dell'azione non può giustificare il mezzo impiegato, altrimenti finirebbe per condizionare l'azione a quella finalità, il premio non può essere basato sul fine, altrimenti priva l'azione di valore morale]. L'azione dunque non può essere valutata per gli effetti, ma per la volontà che la informa, per come l'intenzione che ha quando si mette in moto, perché l'effetto è sempre minore rispetto a quello che avevamo immaginato. E la volontà deve essere per forza ispirata dall'imperativo, questo a priori della ragione pratica. Questa legge è interiore, ti comanda dall'interno. Per questo razionale, universale e coattiva (deve obbligare la volontà che è il suo vincolo).

Conosciamo la legge morale nella sua formulazione distorta e tradotta nel tempo: "Fai agli altri quello che vorresti venga fatto a te" (Kant è un pietista, di ispirazione agostiniana attraverso quello luterana) Il problema che posta nei termini di questa dottrina è di tipo utilitaristico. Kant la riformula: Comportati in modo tale da volere che il tuo comportamento debba valere per tutti. Fai ciò che vorresti che tutti facciano. Sempre, senza "a te". In questo modo ognuno diventa arbitro, perché mentre compie un'azione già sa se è buona o cattiva, in quanto la legge morale è dentro di noi. Questo fa riferimento alla morale, non al giudizio. Le filosofie contemporanee, dice Kant, stanno elaborando modi di comportamento di tipo soggettivo, cioè che non producono leggi, comportamenti uniformi, validi per tutti, bensì comportamenti parziali, mutuabili a consigli egoistici, e mutevoli, contingenti. (filosofie eudemonistiche, edonistiche o utilitaristiche). E' sufficiente perché io sia felice che io renda almeno un altro infelice, perché la felicità è assolutamente soggettiva, quindi una morale che metta al centro la felicità non produce felicità conforme a tutti. La legge dell'utile (Hobbes: homo homini lupus) rende il bene e il male relativi. Idem per la legge del piacere/dolore. Quindi tutti e tre i tipi di morale non possono essere fondamento di morale per il modo di agire di tutti, perché valgono per un soggetto o qualcuno, ma basta che ne sia escluso uno dalla totalità che quella morale non può essere applicata. Si ricava che la libertà è posta come assoluta, che l'anima è immortale e che c'è un Dio che esiste ed è garante dell'anima immortale e della libertà assoluta. Questi sono i postulati (=da assumere per veri senza dimostrazione) della ragione pratica.
La libertà è assoluta perché si deve sempre agire in un certo modo e devi fare sempre ciò che la tua mente ti comanda di fare. Tu "devi" implica che "puoi" farlo. Un comando che si dà a se stessi è un comando che si può eseguire, perché se lo dà entro i parametri della corretta azione. Il tu puoi quindi è un presupposto fondamentale per la legge morale, che se si manifesta in forma di imperativo categorico è evidente che il tu puoi è presupposto necessario per la legge morale e se il tu devi è assoluto sarà assoluto anche il tu puoi, e quindi è assoluta la libertà. E' assoluta possibilità che corrisponde ad assoluta necessità. [Lutero diceva che c'è una perfetta coincidenza dell'assoluta libertà e dell'assoluta obbedienza al potere, ma c'è assoluta libertà morale]
L'immortalità dell'anima è postulato (necessario perché la ragione pratica abbia consistenza) perché se così non fosse non ci porremmo un comando proiettato all'assoluto, all'infinito. La santità è il fine del bene ad ogni costo e in ogni circostanza. La santità è proiettata all'infinito, è intesa come un progredire costante verso il bene in quanto tale. Se è così la santità risulta una conquista progressiva, dunque presuppone che l'io sia proiettabile all'infinito, che presuppone in esso qualcosa che sia infinito, cioè l'anima.
La virtù è bene in quanto tale, supremo, bene al di là di ogni altra determinazione e dunque produce felicità. Fare una buona azione, adempire ad un dovere, non sempre produce felicità. Deve esistere quindi qualcuno per cui qualunque cosa faccia è espressione di felicità cioè Dio.

Tu devi implica il tu puoi. Fino a Kant la legge morale era dedotta da Dio(comandamenti) , mentre ora è il contrario e dunque l’esistenza di Dio è postulata(teologie razionali sbagliate, non può essere oggetto di scienza, non si può esprimere un giudizio sintetico a priori). Non è dovere la legge di Dio, ma è legge di Dio tutto ciò che noi percepiamo come dovere. L’ azione che noi riteniamo “buona” è in realtà fine a sé stessa; il premio di una buona azione è il suo stesso esito. La libertà è di tutti e dunque da essa noi facciamo discendere le leggi e concordiamo il suo limite ma non come patto(che si baserebbe solo sulla convenienza e sul potere dei più forti) ma come coazione, vincolo,obbligo esercitati dallo stato che è l’unico autorizzato ad usare la forza. La legge è valida nell’ esteriorità delle cose, siamo tutti liberi nella nostra interiorità. Lo stato è la macchina per fare le leggi, è un apparato di funzioni ;dunque le leggi non sono altro che un contratto vincolante per tutti i cittadini che regola i loro rapporti. Il contratto può essere cambiato dalla libertà interiore. Il sovrano di stato è solo rappresentante di questi contratti/leggi. La legge può derivare anche da un’ opinione condivisa da un’ associazione di cittadini. Lo stato garantisce l’indipendenza del cittadino . Non è la ragion di stato a creare una legge ma è uno stato razionale(di ragione). Secondo Kant nella sua opera “della pace perpetua” il potere si divide in legislativo, esecutivo e giudiziario( 1 scrive le leggi[richieste da persone scelte dal popolo], 2 le fa applicare secondo il suo intendimento e 3 interviene nello stabilire chi non ha rispettato la legge) . Politica è il modo in cui noi possiamo cambiare ,organizzare e strutturare il diritto : lo stato garantisce le singole libertà limitandole. In ambito internazionale lo stato viene trattato come un individuo e dunque si delimitano le libertà di ognuno andando a creare il diritto internazionale.

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