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Hume:
conduce l'empirismo ad una conclusione scettica: l'esperienza non è in grado di fondare la piena validità della conoscenza, la quale, ricondotta nei suoi limiti, non è certa, ma soltanto probabile.
Nacque nel 1711 a Edimburgo, i suoi interessi erano rivolti alla filosofia e alla letteratura. In Francia proseguì i suoi studi, qui compose la prima e fondamentale sua opera, il Trattato sulla natura umana, pubblicato nel 1739. Tornato in Inghilterra pubblica nel 1742 la prima parte dei suoi Saggi morali e politici. Ebbe vari incarichi politici, tra cui quello di segretario del generale St. Clair che lo condusse con sé nelle sue ambasciate militari presso le corti di Vienna e di Torino. Nel 1752 ebbe un posto di bibliotecario a Edimburgo e cominciò a comporre una Storia dell'Inghilterra.
Nel 1763 divenne segretario del conte di Hartford, ambasciatore d'Inghilterra a Parigi e qui rimase fino al 1766, frequentando la società intellettuale della capitale francese. Tornato in Inghilterra, ospitò in casa sua Jean Jacques Rousseau. Dal 1769 condusse la vita tranquilla del benestante inglese e morì a Edimburgo nel 1776.

L'opera principale di Hume rimane il Trattato sulla natura umana.

La scienza della natura umana:
ha l'ambizioso progetto di costruire una “scienza” della natura umana su base sperimentale, analoga a quella teorizzata da Bacone per quanto riguarda la natura fisica. Intende essere una sorta di Newton della natura umana, in grado di offrire un'analisi: dalla ragione al sentimento, dalla morale alla politica. Hume è persuaso che la natura umana costituisca la “capitale” del regno del sapere e che quindi risulti ancor più basilare ed urgente delle altre scienze.
La tendenza empiristica ed anti-metafisica che sta a monte del procedimento di Hume è riassunta da questa frase: “quando scorriamo i libri, domandiamoci: contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora gettiamolo nel fuoco, perché non contiene che inganni”.
Questa scelta empiristica finirà per mettere capo ad una forma di scetticismo nel quale le pretese conoscitive della natura umana risultano fortemente limitate.

Impressioni e idee:
nella sua analisi della conoscenza umana, Hume divide le percezioni della mente in due classi, che si distinguono fra loro per il grado diverso di forza e di vivacità con cui colpiscono lo spirito. Le percezioni che penetrano con maggior forza ed evidenza nella coscienza si chiamano impressioni; e sono tutte le sensazioni, passioni ed emozioni, nell'atto in cui vediamo o sentiamo, amiamo o odiamo, desideriamo o vogliamo. La differenza tra impressione e idea è quella tra il dolore di un calore eccessivo e l'immagine di questo dolore nella memoria. L'idea non può mai raggiungere la vivacità e la forza dell'impressione e anche in casi eccezionali la differenza permane. Ogni idea deriva dalla corrispondente impressione e non esistono idee o pensieri di cui non sia avuta precedentemente l'impressione.

L'uomo può senza dubbio comporre le idee fra loro nei modi più arbitrari e fantastici e slanciarsi con pensiero sino agli estremi limiti dell'universo; ma non farà mai realmente un passo al di là di se stesso.
Hume solo risolve totalmente l'intera realtà nel molteplice delle idee attuali (cioè delle impressioni sensibili e delle loro copie) e nulla ammette al di là di esse. Per spiegare la realtà del mondo e dell'io, egli non ha a sua disposizione se non le impressioni, le idee e i loro rapporti. Ogni realtà deve per lui risolversi nei rapporti con cui si connettono tra loro le impressioni e le idee. La conclusione scettica è inevitabile. Hume accetta e fa sua la negazione dell'idea astratta. Non esistono idee astratte, cioè idee che non abbiano caratteri particolari e singoli; esistono solo idee particolari assunte come segni di altre idee particolari ad esse simili. Ma per spiegare la funzione del segno, cioè la possibilità di un'idea di richiamare altre idee simili, ricorre ad un principio di cui si servirà largamente in tutte le sue analisi: l'abitudine. Quando abbiamo scoperto una certa somiglianza tra idee, noi adoperiamo un unico nome per indicarle. Si forma così in noi l'abitudine di considerare in qualche modo unite fra loro le idee designate da un unico nome; il nome stesso risveglierà in noi l'abitudine che abbiamo di considerarle assieme.

Il principio di associazione:
la facoltà di stabilire relazioni fra idee è detta “immaginazione”. Sebbene tale facoltà operi “liberamente”, essa non risulta completamente affidata al caso, poiché anche nei sogni troviamo che “viene sempre mantenuta una connessione tra le diverse idee”. Questa connessione è garantita da una forza che rappresenta, per la mente, ciò che la forza di gravità rappresenta per la natura. Tale è il cosiddetto principio di associazione delle idee, che Hume descrive come “una dolce forza che comunemente s'impone, facendo si che la mente venga trasportata da un'idea all'altra”.
Questa forza opera secondo tre criteri fondamentali: la somiglianza, la contiguità nel tempo e nello spazio e la causalità.
Ritiene che l'associazione stia alla base di quelle che Locke chiama “idee complesse”. Fra queste idee le più importanti sono quelle di spazio e di tempo, di causa ed effetto, di sostanza (corporea o spirituale). A tali idee noi attribuiamo consistenza ed oggettività. Invece Hume si propone di mostrare come ad esse non corrisponda alcuna impressione. Argomenta Hume, spazio e tempo non sono delle impressioni, ma delle nostre maniene di sentire le impressioni, ovvero dei modi con cui le impressioni si dispongono dinanzi allo spirito.

Le percezioni si dividono in: impressioni = le percezioni immediate in tutta la loro forza e vivacità originaria
idee = le immagini o il ricordo sbiadito delle impressioni

L'immaginazione: è la facoltà di stabilire relazioni fra idee tramite il principio di associazione che opera con tre criteri: somiglianza
contiguità spazio-temporale

causalità
L'associazione sta anche alla base delle idee complesse (spazio-tempo, causa-effetto, sostanza corponea e spirituale).

Proposizioni che concernono relazioni fra idee e proposizioni che concernono dati di fatto:
distingue fra proposizioni che concernono relazioni fra idee (come le proposizioni matematiche) e le proposizioni che concernono fatti (come le proposizioni delle scienze naturali).Le prime si possono scoprire per mezzo della sola operazione del pensiero, indipendentemente da ciò che è realmente esistente. Si tratta di proposizioni che noi costruiamo basandoci sul principio di non-contraddizione.
Le proposizioni che concernono relazioni fra idee hanno in se stesse la loro validità.
Le proposizioni che concernono dati o materie di fatto (matter of fact) non sono fondate sul principi di non contraddizione, bensì sull'esperienza, poiché ogni cosa che è, può non essere.

Analisi critica del principio di causa:
tutti i ragionamenti che riguardano realtà o fatti si fondano sulla relazione di causa ed effetto. La tesi fondamentale di Hume è che la relazione tra causa ed effetto non può essere mai conosciuta a priori, cioè col puro ragionamento, ma soltanto per esperienza. Nessuno, messo di fronte ad un oggetto che per lui sia nuovo, è in grado di scoprire le sue cause ed i suoi effetti prima di averli sperimentati e soltanto ragionando su di essi. Questo significa che la connessione tra causa ed effetto, anche dopo che è stata scoperta per esperienza, rimane arbitraria e priva di qualsiasi necessità oggettiva.
L'esperienza non ci illumina se non intorno ai fatti che abbiamo sperimentato nel passato e non ci dice nulla circa i fatti futuri. Poiché anche dopo che l'esperienza è stata fatta, la connessione tra la causa e l'effetto rimane arbitraria, questa connessione non potrebbe essere assunta come fondamento in nessuna previsione, in nessun ragionamento per il futuro.

Che il corso della natura possa cambiare, che i legami causali che l'esperienza ci ha testimoniato per il passato possano non verificarsi nell'avvenire, è ipotesi che non implica nessuna contraddizione e che perciò rimane sempre possibile. Né la continua conferma che l'esperienza fa nella maggior parte dei casi delle connessioni causali muta la questione: perché questa esperienza riguarda sempre il passato, mai il futuro. Tutto ciò che sappiamo dall'esperienza è che da cause che ci appaiono simili ci aspettiamo effetti simili.
Le considerazioni di Hume escludono che il legame tra causa ed effetto posa essere dimostrato oggettivamente necessario, cioè assolutamente valido. L'uomo tuttavia lo crede necessario e fonda su di esso l'intero corso della sua vita. La sua necessità è quindi puramente soggettiva e va cercata in un principio della natura umana.
Questo principio è l'abitudine (o costume). La ripetizione di un atto qualsiasi produce una disposizione a rinnovare lo stesso atto senza che intervenga il ragionamento: questa disposizione è l'abitudine. Senza l'abitudine noi saremmo interamente ignoranti di ogni questione di fatto, fuori di quelle che si sono immediatamente presenti alla memoria o ai sensi. Non sapremmo adattare i mezzi ai fini né impiegare i nostri poteri naturali a produrre un qualsiasi effetto.
L'abitudine, come l'istinto per gli animali, è una guida infallibile per la pratica della vita, ma non è un principio di giustificazione razionale o filosofico. E un principio di questo genere non c'è.

Il rapporto causale non è giustificabile: a priori, ossia con il puro ragionamento, in quanto si basa sull'esperienza
a posteriori, in quanto l'esperienza ci dice soltanto che ad A segue B,
non che ad A debba seguire B.
La presunta necessità oggettiva del rapporto causale scaturisce dalla necessità soggettiva prodotta dall'abitudine.
Essendo abituati a vedere che cause simili producono effetti simili, siamo indotti a ritenere che ciò avverrà anche in futuro. La necessità di una regolarità o uniformità degli eventi è spiegabile come espressione di esigenze psicologiche (l'associazione, l'abitudine) ma non può venir giustificata razionalmente.
La credenza nel mondo esterno e nella identità dell'io:
ogni credenza in realtà o fatti, in quanto è risultato di un'abitudine, è un sentimento o un istinto, non un atto di ragione. Non intende annullare la differenza che c'è tra la finzione e la credenza. La credenza è un sentimento naturale, che non soggiace ai poteri dell'intelletto.
La credenza è quindi in ultima analisi dovuta alla maggiore vivacità delle impressioni rispetto alle idee: il sentimento della realtà si identifica con la vivacità e l'intensità proprie delle impressioni. Ma gli uomini credono abitualmente nell'esistenza di un mondo esterno, che viene anche considerato diverso ed estraneo alle impressioni che se ne hanno. E Hume si sofferma lungamente nel Trattato e brevemente nelle Ricerche a spiegare l'origine naturale di questa credenza.
Comincia col distinguere la credenza nell'esistenza continua delle cose, che è propria di tutti gli uomini e anche degli animali; e la credenza nell'esistenza esterna delle cose stesse, la quale ultima suppone la distinzione semifilosofica delle cose dalle impressioni sensibili. Dalla coerenza e dalla costanza di certe impressioni, l'uomo è tratto a immaginare che esistano cose dotate di un'esistenza continua e ininterrotta e quindi tali che esisterebbero anche se ogni creatura umana fosse assente o annientata. La stessa coerenza e costanza di certi gruppi di impressioni ci fa dimenticare o trascurare che le nostre impressioni sono sempre interrotte e discontinue e che le fa considerare come oggetti persistenti e stabili. La riflessione filosofica insegna che ciò che si presenta alla mente è soltanto l'immagine e la percezione dell'oggetto e che i sensi sono soltanto le porte attraverso le quali queste immagini entrano. La riflessione filosofica conduce così a distinguere le percezioni, soggettive, mutevoli e interrotte, dalle cose oggettive, esternamente e continuamente esistenti. In verità la sola realtà di cui siamo certi è costituita dalle percezioni; le sole inferenze che possiamo fare sono quelle fondate sul rapporto tra causa ed effetto, che si verifica anch'esso solo tra le percezioni. La realtà esterna è dunque ingiustificabile; ma l'istinto a credere in essa è ineliminabile. Una spiegazione analoga trova, nelle analisi di Hume, la credenza nell'unità e nell'identità dell'io. Secondo Hume, noi non abbiamo esperienza o impressione del nostro io, ma solo dei nostri stati d'animo successivi, che fanno apparizione nella nostra coscienza come in una specie di teatro. Ciò che noi sperimentiamo come io è soltanto un fascio di impressioni che si susseguono nel tempo. La natura umana, per lui, rimane fondamentalmente sentimento e istinto, più che ragione. Tant'è vero che la stessa ragione indagatrice, si radica nella curiosità istintiva che porta l'uomo ad indagare su ciò in cui crede.

Morale e società:
intende analizzare tutti gli elementi che costituiscono il merito personale: le qualità, le abitudini, i sentimenti, le facoltà, che rendono un uomo degno di stima o di disprezzo. Alla base della morale e dello specifico sentimento universale che la costituisce vi è la percezione dell'utilità sociale di determinati comportamenti.
Le regole della giustizia, le quali impongono limiti precisi nella distribuzione e nell'uso dei beni, dipendono dalla condizione particolare in cui l'uomo si trova e debbono la loro origine all'utilità che presentano per la vita della società umana. L'obbligo della giustizia non si verifica nei confronti di creature mescolate con gli uomini, ma incapaci di ogni resistenza o reazione verso di loro.
Tale è il caso degli animali, che ritiene dotati di capacità inferiori di grado ma non di natura a quelle dell'uomo. Ora nessuno sente nei confronti degli animali l'obbligo della giustizia, dunque quest'obbligo nasce unicamente dall'utilità che la giustizia presenta per la natura umana. La necessità della giustizia per mantenere in vita la società umana è il solo fondamento di questa virtù. L'utilità sociale è pure il fondamento della massima virtù politica: l'obbedienza. Difatti è l'obbedienza che mantiene i governi e i governi sono indispensabili. Tutte le virtù si radicano così nella natura dell'uomo, che non può rimanere indifferente al benessere dei suoi simili e non giudicare facilmente da sé che è bene ciò che promuove la felicità dei suoi simili, male ciò che tende a procurare la loro miseria. Non è vero che l'unico movente dell'uomo sia l'egoismo: il benessere e la felicità individuale sono simpateticamente congiunti al benessere e alla felicità collettiva. La morale ha come fine rendere gli uomini contenti e felici per ogni istante della loro esistenza.

Religione e natura umana:
l'analisi che Hume ha fatto della religione è decisiva per quella corrente del deismo che ha dominato la filosofia inglese del XVIII secolo. All'analisi della religione egli ha dedicato i Dialoghi sulla religione naturale e la Storia naturale della religione. Nei Dialoghi sulla religione naturale, Hume istituisce una critica delle prove dell'esistenza di Dio. La prova ontologica, cosmologica e teleologica vengono messe in discussione sulla base del principio secondo cui l'esistenza è sempre materia di fatto o di esperienza e quindi non può venir dimostrata o provata con argomentazioni puramente logiche. Esclusa la possibilità di una giustificazione teoretica della religione, si può fare tuttavia della religione la storia naturale: si possono cioè rintracciare le sue radici nella natura umana, anche se queste radici non sorgono da un istinto, da un'impressione originale, ma dipendono da principi secondari. Le idee religiose non sorgono dalla contemplazione della natura ma dall'interesse per gli eventi della vita e quindi dalle speranze e dai timori incessanti che agitano l'uomo. Il concetto di Dio come essere infinito e perfetto ha il suo fondamento in un istinto naturale dell'uomo, man mano che la paura e l'ansia diventano più urgenti, gli uomini inventano nuovi modi di adulazione.
Riconosciuto un unico oggetto di devozione, il culti di altre divinità è considerato assurdo ed empio e fornisce spesso il pretesto di persecuzioni e condanne. Al politeismo è invece estranea l'intolleranza. La chiusa del saggio ci offre l'ultima convinzione di Hume in fatto di religione: “dubbio, incertezza, sospensione del giudizio sembrano i soli risultati delle nostre più accurate indagini intorno a questo argomento. Noi cerchiamo oltre e, opponendo una specie di superstizione all'altra, abbandoniamole tutte alle loro querele. Noi, mentre dura la loro furia e la loro contesa, rifugiamoci felicemente nelle calme, sebbene oscure, regioni della filosofia”.

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