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Hobbes


la filosofia di Hobbes è legata a presupposti materialistici e nominalistici, mentre quella di Cartesio è legata ad una metafisica spiritualistica; ma anche e soprattutto scorge nella ragione una tecnica per molti aspetti diversa ed opposta a quella che in essa aveva riconosciuto Cartesio.
Nacque a Westport in Inghilterra nel 1588 e fece i suoi studi a Oxford, la sua formazione fu dovuta soprattutto ai frequenti contatti con l'ambiente culturale europeo che egli stabilì durante i viaggi e le permanenze sul continente. Dimorò a Parigi dove frequentò Gassendi, fu amico di Galilei.
La sua opera principale è considerata Il Leviatano, ossia la materia, la forma e il potere di uno stato ecclesiastico e civile che fu pubblicato nel 1651. Nella trilogia costituita da Il Cittadini, Il Corpo e L'Uomo, espose ordinatamente il suo sistema in tutte le sue parti. Occupò gli ultimi anni della sua vita in problematiche di varia natura. Morì nel 1679.
La filosofia di Hobbes ha come scopo di porre i fondamenti di una comunità ordinata e pacifica, che egli crede possibile soltanto sulla base del potere assoluto dello stato. Una filosofia metafisica (Aristotele, Scolastici), sarebbe secondo Hobbes incapace di fornire questo fondamento. Vuole costruire una filosofia puramente razionale, umanamente razionale: che escluda ogni rivelazione soprannaturale, l'autorità dei libri e degli autori antichi e prenda la sua ispirazione esclusivamente dal mondo della natura.

Ragione e calcolo


anche gli animali posseggono in un certo grado la ragione, secondo Hobbes, perché sanno appagare i loro bisogni e conservare la loro vita imparando dall'esperienza passata e prevedendo il futuro, in modo limitato. L'uomo può prevedere e progettare a lunga scadenza la sua condotta e i mezzi per raggiungere i suoi fini. E può far questo perché possiede il linguaggio che, secondo Hobbes, consiste nell'uso di segni arbitrari o convenzionali. Linguaggio che si ha solo quando si usano parole, cioè seghi convenzionali che significano i concetti delle cose che si pensano. La ragione dell'uomo è condizionata da questi segni artificiali o parole perché solo le parole consentono quelle generalizzazioni che guidano la condotta. Senza la parola triangolo, si dovrebbe, di fronte ad ogni triangolo particolare, rendersi conto delle sue proprietà, ma una volta inventata questa parola, si sa che ogni triangolo possiede le stesse proprietà, si ha cioè una generalizzazione che consente di abbracciare con un solo colpo d'occhio un numero indefinito di casi simili.
Il linguaggio rende possibile il ragionamento che è sempre un calcole, cioè addizione o sottrazione di concetti: uomo = corpo + animato + razionale; animale = corpo + animato – razionale.
La forma generale del ragionamento è il sillogismo ipotetico che ha la forma seguente: “se qualcosa è uomo, è anche animale. Se qualcosa è animale, è anche corpo. Se qualcosa è uomo, è anche corpo”: nel quale l'addizione dei termini uomo animale e corpo porta, come conseguenza, all'addizione di uomo e corpo.
Questo tipo di ragionamento mette in luce la causa di qualche fatto: il sillogismo precedente serve a dimostrare che l'uomo è corpo perché è animale, cioè che l'essere animale è per l'uomo la causa di essere corpo. E poiché la scienza è fatta tutta di dimostrazioni, ogni discorso scientifico non fa che dimostrare la connessione per la quale da una causa determinata si genera un effetto determinato. Questo accade specificamente nelle scienze che hanno per oggetto cose prodotte dall'uomo, appunto perché prodotte dall'uomo, l'uomo stesso può conoscere la causa di tali cose: questa causa è infatti una sua operazione.
L'autentica conoscenza scientifica, che va dalla causa all'effetto, può ottenersi solo di quegli oggetti che sono creati dall'uomo. Ritiene che solo le scienze matematiche e le scienze morali, cioè la politica e l'etica, hanno oggetti di questa natura. Difatti, l'uomo stesso costruisce le figure geometriche tracciandone a suo arbitrio le linee; e l'uomo stesso crea le cause della giustizia e della politica. Le cose naturali invece sono prodotte da Dio e non dagli uomini perciò gli uomini non ne conoscono le cause, cioè il modo in cui esse sono generate o prodotte. Per esse quindi, una dimostrazione necessaria, che vada dalla causa all'effetto, non è possibile. Si può risalire soltanto dagli effetti, cioè dai fenomeni che vediamo in natura, alle loro cause supposte, ma poiché uno stesso effetto può essere prodotto da cause diverse, si raggiungono così conclusioni probabili ma non necessariamente vere.

Il sapere consiste nel conoscere le cause generatrici dei fenomeni e si articola in:
dimostrazioni a priori di tipo deduttivo, che procedono Riguardano oggetti prodotti dall'uomo
dalle cause agli effetti (matematica, etica e politica) di cui si conoscono le cause generatrici
Pervengono a conclusioni necessarie
dimostrazioni a posteriori di tipo induttivo, che Riguardano oggetti non prodotti dall'uomo
procedono dagli effetti alle cause (scienze naturali) di cui non si conoscono le cause generatrici
Pervengono a conclusioni probabili

Il materialismo meccanicistico


la ragione e la scienza possono rivolgersi con successo ad oggetti di cui si può conoscere a propri o a posteriori, la causa produttrice, quindi a oggetti generabili. Quando si tratta di oggetti non generabili come Dio e di tutte le cose incorporee, la ragione non ha modo di esercitarsi e la scienza non è possibile. Poiché i solo oggetti generabili, che in quanto tali hanno una causa conoscibile della loro origine, sono i corpi, gli oggetti estesi o materiali sono, i soli oggetti possibili della ragione.
In questa tesi consiste il materialismo di Hobbes. Riproduce su questo punto la dottrina degli Stoici i quali affermavano che solo il corpo esiste perché solo il corpo può agire o subire un'azione. La parola incorporeo è per l'uomo priva di significato; anche quando è riferita a Dio, esprime non un suo attributo autentico, ma solo l'intenzione di onorarlo con un attributo onorifico che lo distingue da ciò che c'è di più grossolano della natura. Neppure lo spirito umano è incorporeo. La sensazione non è che l'immagine apparente dell'oggetto corporeo che la produce nei nostri organi di senso. Ma sia l'oggetto, sia la sensazione non sono altro che movimenti: movimenti sono difatti le qualità sensibili che sono nell'oggetto; e movimenti sono le sensazioni che tali qualità producono nell'uomo. Movimento è anche l'immaginazione che conserva le immagini dei sensi ed è quindi una specie di inerzia dei movimenti che si originano dall'esterno con la sensazione. La stessa anima pensante non è dunque che corpo. Come si è visto è illegittimo, afferma Hobbes, il passaggio cartesiano dall'affermazione “io sono una cosa che pensa”, che è indubitabile, all'altra affermazione “io sono una sostanza pensante”. Non è necessario che la cosa che pensa sia pensiero; essa anzi è il corpo stesso. L'anima umana è materiale, non potrebbe non esserlo, dato che i suoi atti, idee e sentimenti, sono movimenti prodotti dai movimenti dei corpi esterni.
Il corpo è l'unica realtà, cioè l'unica sostanza che esista realmente in se stessa, e il movimento è l'unico principio di spiegazione di tutti i fenomeni naturali, giacché ad esso si riducono anche i concetti di causa, di forza e di azione. Poiché solo i corpi esistono e ci possono essere corpi naturali e corpi artificiali, ci sarà una filosofia naturale che ha per oggetto i corpi naturali ed una filosofia civile che ha per oggetto i corpi artificiali, cioè le società umane. La filosofia civile, a sua volta, si dividerà nell'etica che tratta delle emozioni, dei bisogni dell'uomo, e nella politica che tratta dei doveri civili.

Filosofia (scienza dei corpi): naturale, studia i corpi naturali
civile, studia i corpi artificiali: etica e politica

Esiste una filosofia prima che ha lo scopo di chiarire gli attributi fondamentali di tutti i corpi come lo spazio, il tempo, nonché i concetti di causa, di effetto, di potenza e atto, di identità e diversità, di quantità, dei quali comunemente ci serviamo per comprendere l'origine dei corpi.

Materialismo etico


Se le valutazioni teoriche (vero e falso) sono puramente convenzionali, le valutazioni morali (bene e male) sono puramente soggettive, cioè relative all'individuo singolo e alle situazioni in cui l'individuo viene e trovarsi. Non c'è nulla che sia assolutamente buono o cattivo e non c'è una norma che valga a distinguere assolutamente il bene dal male, poiché queste determinazioni non sono inerenti alla natura delle cose, ma dipendono dagli individui, dove non esiste lo Stato; o, dove c'è lo Stato, dalla persona che lo rappresenta o da un arbitro o giudice che gli individui in disaccordo tra loro scelgono affinché la sua sentenza serva loro di legge. Si chiama bene ciò che si desidera, male ciò che si odia; e poiché il raggiungimento di ciò che si desidera procura piacere, e il piacere aumenta e rafforza il movimento della vita, così le cose che danno piacere si chiamano pure giovevoli e belle. Quando nella mente dell'uomo si alternano desideri diversi ed opposti, speranze e timori, e si presentano le conseguenze buono e cattive di un'azione possibile, si ha quello stato che si chiama di deliberazione. Esso termina nell'atto della volontà che decide di agire o non agire. La volontà conclude temporaneamente i dubbi, le oscillazioni, le incertezze dell'uomo, ma questi rinascono subito poiché l'uomo non può raggiungere uno stato definitivo di tranquillità e di quiete. Non si può parlare di un sommo bene e di un fine ultimo nella presente vita dell'uomo. Un fine ultimo sarebbe tale che, dopo di esso nient'altro dovrebbe essere desiderato. Ma poiché il desiderio si accompagna necessariamente alla sensibilità, l'uomo che avesse raggiunto il fine ultimo non solo non desidererebbe più nulla, ma neppure sentirebbe e quindi non vivrebbe affatto. La vita è un movimento incessante.
Nella vita umana così intesa, non c'è posto per la libertà. Definisce la libertà come “l'assenza di tutti gli impedimenti all'azione che non sono contenuti nella natura e nell'intrinseca qualità dell'agente”. Questa definizione riduce la libertà alla libertà di azione, che c'è quando la volontà non è impedita nelle sue manifestazioni esteriori, ma nega la libertà del volere. La stessa volontà è causata necessariamente da altre cose: in quanto hanno cause necessarie, le azioni umane sono necessitate. Insiste sul fatto che la volontà è intrinsecamente necessitata dalle cause e dai motivi che le sono inerenti, motivi che in ultima analisi sono dovuti alla totalità della natura. Tutti gli atti dello spirito umano sono movimenti connessi con i movimenti degli oggetti esterni.

La politica


la necessità della scienza politica è un riflesso della necessità che agisce nelle volontà umane. Se si mettono in
luce i principi necessari dell'azione umana, si potrà, partendo da essi, costruire una politica more geometrico.
Due sono, secondo Hobbes, i postulati certissimi della natura umana dai quali discende l'intera scienza politica:
1. la bramosia naturale per la quale ognuno pretende di godere da solo dei beni comuni.
2. La ragione naturale per la quale ognuno rifugge dalla morte violenta come dal peggiore dei mali naturali.
Non nega che gli uomini abbiamo bisogno gli uni degli altri, ma nega che gli uomini abbiamo per natura un istinto che li porti alla benevolenza e alla concordia reciproche. Ciò che nega è l'esistenza di un amore naturale dell'uomo verso il suo simile. “Ogni associazione spontanea nasce o dal bisogno reciproco o dall'ambizione, mai dall'amore o dalla benevolenza verso gli altri”. Pertanto non è questa benevolenza, l'origine delle più grandi e durature società, ma solo il timore reciproco.
La causa di questo timore è l'uguaglianza di natura fra gli uomini per la quale tutti desiderano la stessa cosa, cioè l'uso esclusivo dei beni comuni. In secondo luogo, è la volontà naturale di danneggiarsi a vicenda o anche l'antagonismo che deriva dal contrasto delle opinioni e dall'insufficienza del bene. Il diritto di tutti su tutto e la volontà di nuocersi a vicenda, fanno sì che lo stato di natura sia uno stato di guerra incessante di tutti contro tutti. In questo stato, non c'è nulla di giusto: la nozione del diritto e del torto, della giustizia e dell'ingiustizia, nasce dove c'è una legge e la legge nasce dove c'è un potere comune: dove non c'è né legge né potere manca questa possibilità. Ognuno ha diritto su tutto, compresa la vita degli altri. Questo “diritto” non ha ovviamente nulla a che fare con la legge di natura: la quale consiste nell'eliminazione o almeno nella radicale limitazione di esso. Ciascuno è portato a desiderare ciò che per lui è bene e a fuggire ciò che per lui è male e soprattutto a fuggire il maggiore di tutti i mali naturali che è la morte.
Ma quest'istinto naturale non è contrario alla ragione perché non è contrario alla ragione far di tutto per sopravvivere. E poiché il diritto in generale è appunto la libertà che ciascuno ha di usare delle facoltà naturali secondo la retta ragione, così l'istinto che porta ciascun uomo a far tutto ciò che è in suo potere per difendere e prevalere sugli altri, può ben chiamarsi un diritto, finché l'uomo, obbedendo alla stessa ragione, non abbia trovato altro strumento più efficace e più comodo per la propria sopravvivenza. Tuttavia è proprio dall'esercizio inevitabile di questo diritto che scaturisce la condizione di guerra continua di tutti contro tutti.

Ragione calcolatrice e legge naturale


questa condizione di guerra universale non può tuttavia realizzarsi e stabilizzarsi in modo totale, perché coinciderebbe con la distruzione totale del genere umano. Se l'uomo fosse privo di ragione, la condizione di guerra totale sarebbe insormontabile. Ma la ragione umana è, come si è visto, la capacità di prevedere e di provvedere, mediante un calcolo accorto, ai bisogni e alle esigenze dell'uomo. E' la ragione naturale, quindi che suggerisce all'uomo la norma o il principio generale da cui discendono le leggi naturali del vivere civile, proibendo a ciascun uomo di fare ciò che reca la distruzione della vita o gli toglie i mezzi di evitarla e di omettere ciò che serve a conservarla meglio. Questo principio pertanto è il fondamento della legge naturale.
Pertanto le norme fondamentali della legge naturale sono dirette, a sottrarre l'uomo al gioco spontaneo e autodistruttivo degli istinti e a imporgli una disciplina che gli procuri una sicurezza almeno relativa e la possibilità di dedicarsi alle attività che rendono agevole la sua vita. La prima norma è: “cercare e conseguire la pace in quanto si ha la speranza di ottenerla; e, quando non si può ottenerla, cercare e usare tutti gli ausili e i vantaggi della guerra”. Da questa legge fondamentale derivano le altre; di cui la prima è: “l'uomo spontaneamente, quando anche gli altri lo facciano e per quanto lo giudicherà necessario alla pace e alla sua difesa, deve rinunciare al suo diritto su tutto e accontentarsi di avere tanta libertà rispetto agli altri quanta egli stesso ne riconosce agli altri rispetto a sé. Questa seconda legge implica che gli uomini stringano tra loro patti con i quali appunto rinuncino al loro diritto originario o lo trasferiscano a persone determinate. Ma ovviamente i patti per essere tali devono essere mantenuti: sicché la terza legge naturale è per l'appunto che “bisogna stare ai patti, cioè osservare la parola data”.

Stato e assolutismo


l'atto fondamentale che segna il passaggio dallo stato di natura allo stato civile è la stipulazione di un contratto con il quale gli uomini rinunciano al diritto illimitato dello stato di natura e lo trasferiscono ad altri. Solo se ciascun uomo sottomette la sua volontà ad un unico uomo o a una sola assemblea e si obbliga a non fare resistenza all'individuo o all'assemblea cui si è sottomesso, si ha una stabile difesa della pace e dei patti di reciprocità in cui essa consiste.
Lo Stato è “l'unica persona la cui volontà, in virtù dei patti contratti reciprocamente da molti individui, si deve ritenere la volontà di tutti questi individui: onde può servirsi delle forze e degli averi dei singoli per la pace e per la comune difesa”. Colui che rappresenta questa persona è il sovrano ed ha potere sovrano: ogni altro è suddito. “Questa è l'origine di quel grande Leviatano, di quel Dio mortale al quale, dopo il Dio immortale, dobbiamo pace e difesa: giacché, per l'autorità conferitagli da ogni singolo uomo della comunità, ha tanta forza e potere che può disciplinare, col terrore, la volontà di tutti in vista della pace interna e dell'aiuto scambievole contro i nemici esterni”.
Stato di natura e sue caratteristiche: egoismo, diritto naturale di tutti su tutto, guerra di tutti contro tutti
La legge naturale e i suoi precetti di base: bisogna cercare la pace, bisogna rinunciare al diritto su tutto, bisogna stare ai patti
Lo Stato civile, nasce da un contratto con cui ciascun uomo aliena il proprio diritto e potere ad un sovrano (uomo o assemblea), il sovrano garantisce il patto e riunisce in se stesso ogni forza o potere (Dio mortale, Leviatano)

La teoria hobbesiana dello Stato è comunemente ritenuta tipica dell'assolutismo politico. Hobbes infatti insiste in primo luogo sulla irreversibilità e unilateralità del patto fondamentale. Una volta costituito lo Stato, i cittadini non possono dissolverlo negando ad esso il suo consenso: il diritto dello Stato difatti nasce dai patti dei sudditi fra loro, non da un patto tra i sudditi e lo Stato, che potrebbe essere revocato da parte dei primi. Il potere sovrano è indivisibile nel senso che non può essere distribuito tra poteri diversi che si limitino a vicenda. Questa divisione non garantirebbe neppure la libertà dei cittadini. Appartiene allo Stato e non ai cittadini il giudizio sul bene e sul male, giacché la regola che consente di distinguere tra bene e male, è data dalla legge civile e non può essere affidata all'arbitrio dei cittadini.
Fa parte della sovranità la prerogativa di esigere obbedienza anche per ordini ritenuti ingiusti o peccaminosi: la stessa sovranità esige che si escluda la legalità del tirannicidio. Ma il tratto più caratteristico dell'assolutismo di Hobbes è la sua negazione che lo Stato (o il sovrano) sia comunque soggetto alle leggi dello Stato: tesi che egli difende con l'argomento che lo Stato non si può obbligare né verso i cittadini, il cui obbligo è unilaterale e irreversibile, né verso se stesso, perché nessuno si può obbligare se non verso un altro.
Neppure lo Stato può comandare ad un uomo di uccidere o ferire se stesso o una persona cara o di non difendersi o di non prendere cibo o aria o altra cosa necessaria alla vita; né può comandargli di confessare un delitto perché nessuno può essere costretto ad accusare se stesso. Per ogni altra cosa, il suddito è libero, solo in ciò che il sovrano ha omesso di regolare con le leggi; perciò la sua libertà in diversi luoghi e tempi è maggiore o minore a seconda dei criteri seguiti dallo Stato sovrano. Lo Stato è sempre libero perché non ha obblighi ed è una specie di anima della comunità. Come anima della comunità lo Stato congloba in sé anche l'autorità religiosa e non può riconoscere un'autorità religiosa indipendente: pertanto Chiesa e Stato coincidono.

L'assolutismo di Hobbes prevede: l'irreversibilità e l'unilateralità dei patto
l'indivisibilità del potere sovrano
la legge civile come unica regola del bene e del male
l'obbedienza assoluta al sovrano
la negazione del tirannicidio
il conglobamento dell'autorità religiosa in quella statale
Il tratto più tipico è la non sottomissione dello Stato alle leggi dello Stato.
Il sovrano non può obbligare alcuno ad andare contro se stesso. I sudditi sono liberi relativamente a quanto non prescritto dalle leggi.

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