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Thomas Hobbes

La filosofia di Hobbes elabora un concetto di ragione da considerarsi un a sorta di alternativa a quello concepito da Cartesio.
Questo perché Hobbes ha un punto di vista materialista e nominalista, mentre la filosofia di Cartesio è legata alla metafisica spiritualistica. Inoltre Hobbes vede nella ragione caratteristiche ed aspetti che sono opposti a quelli visti da Cartesio.

Vita
Thomas Hobbes nasce a Westpost (Inghilterra) nel 1588 e studia ad Oxford. Tuttavia la sua formazione culturale è principalmente legata ai suoi contatti europei, a causa dei suoi numerosi viaggi e permanenze nel continente.
Per un periodo, Hobbes dimora a Parigi, dove frequenta gli ambienti libertini, conosce le idee di Galilei e si avvicina ai testi di Cartesio.
Le sue opera principali sono “Il leviatano - materia, forma e potere di uno stato ecclesiastico e civile”, ed una trilogia comprendente le tre parti: “Il cittadino”, “Il corpo” e “L’uomo”.

Gli ultimi anni della sua vita, Hobbes li occupa in polemiche di varia natura, come quella con il vescovo Bramhall a favore della corporeità di Dio.
Muore a Londra nel 1679, all’età di 91 anni.

La filosofia
Lo scopo della filosofia di Hobbes è essenzialmente quello di porre i fondamenti di una comunità ordinata e pacifica. Tutto questo è possibile solo se controllato da un potere assoluto.
Ebbene, secondo Hobbes:
1) Una filosofia metafisica è incapace di fornire questo fondamento;
2)La filosofia deve essere puramente ed umanamente razionale, e deve quindi escludere tutto ciò che è soprannaturale: essa deve prendere come ispirazione unicamente il mondo della natura.

Detto questo, secondo Hobbes anche gli animali posseggono, in qualche modo, la ragione. Difatti essi appagano i propri bisogni, si conservano con l’uso dell’esperienza e sanno prevedere, anche se in modo molto limitato, il futuro.
L’uomo invece prevede e progetta a lunga scadenza sia la sua vita sia in fini per ottenere ciò che vuole. Può far questo perchè possiede il linguaggio, che si fonda su suoni convenzionali ed arbitrari.
Riguardo il linguaggio, Hobbes fa notare che le grida e le voci, sia degli animali che dell’uomo, pur essendo suoni, tuttavia non costituiscono il linguaggio, e questo perché le parole sono, tra tutti, suoni e segni molto particolari: sono “segni” che rappresentano i concetti di ciò che pensiamo.

Le parole sono essenziali per la conoscenza.
Hobbes fa infatti quest’esempio: ogni volta che si osserva un triangolo –non esistendo però questa parola- ci si può ugualmente rendere conto delle sue proprietà. Tuttavia, una volta inventata la parola, ogni volta che avremo di fronte un triangolo non sarà più necessario analizzarne le proprietà, giacchè, sapendo che si tratta di un triangolo, sapremo già a priori che ne possiede anche le proprietà.
Il linguaggio, dunque, permette una generalizzazione tra le cose, e di individuare, tra infiniti oggetti, le caratteristiche comuni.
Il linguaggio rende dunque possibile il ragionamento.
Il ragionamento è a sua volta una forma di calcolo. Esso consiste nel cogliere l’accordo e il disaccordo tra le cose.
Permette cioè di formare un’affermazione utilizzando due nomi ed un SILLOGISO attraverso due affermazioni. Molti sillogismi formano a loro volta una diostrazione.
Tramite queste costruzioni, dunque, gli avvocati mettono insieme le leggi per provare la ragione o il torto delle persone. La stessa cosa fanno invece gli scrittori politici con fatti e convenzioni stabilite onde determinare diritti e doveri degli uomini, e così via.
La conclusione del sillogismo è la dimostrazione, di conseguenza il sillogismo è alla base del ragionamento.
Attraverso i collegamenti tra vari sillogismi è possibile spiegare le cause dei fatti.
Ora, poiché la scienza è tutta fatta di ragionamenti, ogni discorso scientifico viene così ad essere una dimostrazione delle connessioni esistenti tra le cause e gli effetti da esse generati.
L’autentica conoscenza scientifica, dunque, si basa su rapporti causa-effetto, e può quindi riferirsi solo agli oggetti creati dall’uomo. Infatti solo di quelli di quelli l’uomo risulta essere la causa, e quindi sono gli unici che egli può conoscere.
Di conseguenza per Hobbes solo le scienze matematiche e morali sono conoscibili dall’uomo, giacchè da lui stesso prodotte.
Le cose naturali, invece, poiché prodotte da Dio, non sono conoscibili dall’uomo. Di esse non si può conoscere né la causa né l’effetto, e dunque per essere non esiste dimostrazione.
Di questi si conoscono solo gli effetti, che sono i fenomeni che riscontriamo nella natura, mentre non si conoscono le cause. Queste possono sempre essere supposte, tuttavia, poiché uno stesso effetto può avere cause differenti, esse non sono necessariamente vere, e quindi solo probabili.
La conclusione è dunque che la ragione e la scienza possono rivolgersi solo ad oggetto generabili, cioè quelli cono causa produttrice nota. Questi vengono chiamati da Hobbes “corpi”.
Allo stesso modo non è possibile conoscere quelli ingenerabili, come Dio o le entità incorporee.
E’ in questa constatazione che risiede il materialismo di Hobbes, che riprende in parte la dottrina stoica secondo cui solo il copro può esistere, essendo l’unico in grado di agire e subire un’azione.
A questo proposito, e in virtù di tutti questi ragionamenti, nella polemica con padre Barmhall, dirà più volte, a sostegno della sua tesi a favore della corporeità di Dio, che affermare che “Dio è incorporeo” significa affermare che “Dio non esiste”. La parola “incorporeo” non ha infatti significato per l’uomo, né è un attributo di Dio: è solo un attributo onorifico utilizzato per separarlo dalle cose grossolane spesso presenti in natura.
Di conseguenza anche lo spirito umano risulta essere corporeo.
La sensazione e l’oggetto stesso non sono altro che movimenti. I movimenti sono:
1) Le qualità sensibili presenti nell’oggetto;
2) Le sensazioni che tali qualità producono nell’uomo;
3) L’immaginazione che conserva le immagini dei sensi.
Allo stesso modo risulta corporea anche l’anima pensante.
Secondo Hobbes è dunque errato ciò che affermava Cartesio: “Io sono una cosa pensante”. Corretto è invece dire “Io sono una sostanza pensante”, giacché non è necessario che la cosa che pensa sia pensiero.
L’anima è dunque materiale (cioè corporea), ed i suoi atti (idee e sentimenti) sono movimenti prodotti a loro volta dai movimenti dei corpi esterni.
Per Hobbes il corpo è dunque l’unica realtà, ed il movimento è l’unico principio di spiegazione di tutti i fenomeni naturali, in quanto ad esso si ricollega tutto quanto.
Poiché al mondo esistono però sia cose naturali che artificiali (come le società umane), deve esistere una filosofia naturale ed una filosofia civile (che tratti dell’etica e della politica).
Oltre a queste esiste poi anche una filosofia prima, che chiarisce gli attributi di tutti i corpi, come il tempo, lo spazio, cause ed effetti, identità e diversità…

Il materialismo etico
Per Hobbes le valutazioni teoriche (come vero e falso) sono puramente convenzionali. Allo stesso modo le valutazioni morali (come bene e male) sono soggettive, cioè relative all’individuo e alle situazioni.

La conclusione è dunque che niente è assolutamente bene o male, né vi sono criteri assoluti per discernere tra i due, poiché tutto risulta essere soggettivo.
In generale verrà chiamato bene ciò che si desidera, e male ciò che si odia.
Il raggiungimento di ciò che si desidera dà piacere, e poiché il piacere rafforza il movimento della vita, le cose che danno piacere sono giovevoli e belle.
Ma quando nella mente dell’uomo si alternano desideri opposti, si possono presentare per una stessa azione conseguenze buone e cattive, e ci si trova in quello che Hobbes chiama “stato di deliberazione”.
A porre fine a tale stato arriva la VOLONTA’ di fare o meno una cosa.
Tuttavia i dubbi hanno solo una fine temporanea, difatti l’uomo non riesce mai a raggiungere uno stato definitivo di tranquillità.
Come non esistono bene e male, non esiste dunque neanche il sommo bene, né un fine ultimo nella vita dell’uomo, qualcosa raggiunta la quale nient’altro dovrebbe essere desiderato.
Se anche un uomo riuscisse a trovarlo, infatti, perderebbe la sua sensibilità, e quindi non vivrebbe affatto.
La libertà è invece l’assenza di tutti gli impedimenti all’azione. Per cui essa non è altro che libertà all'azione, che esiste quando la volontà non è impedita.
Tuttavia Hobbes nega che possa esistere una volontà libera nell’uomo: la causa della volontà non sarebbe mai infatti la volontà stessa, ma altre cose presenti nella natura.
Non bisogna dimenticare infatti che con Hobbes siamo di fronte ad un materialista: la volontà è spirito, ma poiché è il corpo a “comandare tutto”, Hobbes concepisce un’idea di volontà spinta da impulsi interni al corpo stesso (ad esempio, secondo quest’ottica, non si mangia perché lo si vuole, ma perché si ha fame).
L’unica libertà è dunque quella di poter ubbidire a questi impulsi. Di conseguenza non esiste un vero e proprio libero arbitrio.

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