Mongo95 di Mongo95
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La filosofia naturale di Hobbes è esposta compiutamente nell’opera Il corpo, che è la prima sezione degli Elementi di filosofia, seguita da L’uomo e Il cittadino. Cita gli autori che lo hanno influenzato, in particolare Galilei e padre Marsenne, ma omette però i decisivi spunti ricavati da Bacone e Cartesio. In contrasto con le dottrine della fisica aristotelica, e ispirandosi al modello della nuova scienza galileiana, Hobbes intende fondare sistematicamente una visione materialistica e meccanicistica della realtà naturale. La filosofia, o la scienza, non è più indagine sull’essenza (o natura) delle cose, fino ad allora fondata sull’idea aristotelico-scolastica di causa finale. Con “causa” il filosofo inglese intende solo la causa efficiente dei fenomeni, quella che provoca il mutamento delle condizioni materiali delle cose.
Contro Descartes, Hobbes nega che la conoscenza possa fondarsi più sulle idee innate che sull’esperienza. Ritiene infatti che la sensazione sia l’insostituibile punto di partenza della conoscenza, che però non si riduce alla sensazione: la scienza non può dipendere solo dalle sensazioni soggettive, perché è conoscenza rigorosa delle cause e degli effetti. La filosofia, allora, è scienza solo se fonda sulla ragione la propria indagine intorno alla realtà naturale. La ragione è per Hobbes uno strumento di calcolo attraverso cui l’uomo riesce a ordinare i dati derivanti dalla sensazione. La conoscenza razionale non è altro che il calcolo, cioè addizione e sottrazione dei nomi, attraverso cui l’uomo compone tutti i propri concetti. La ragione non descrive le cose in sè, non conosce le essenze ma i concetti.

Hobbes coltiva l’ideale di una scienza rigorosa interamente deduttiva, fondata cioè su un numero ridotto di definizioni, da cui conclusioni e corollari vengono dedotti mediante dimostrazioni. I principi primi sono due: il corpo e il movimento, quantità misurabili e calcolabili. Ogni fenomeno naturale è movimento di corpi. Se oggetto della scienza sono le realtà corporee in quanto generate, l’anima dell’uomo è corpo. Dio stesso è corpo: al contrario, affermare che Dio è incorporeo significa affermare la sua non esistenza. Partendo da questi presupposti, Hobbes è un materialista. L’attività della mente è una forma di moto in alcune parti del corpo organico, quindi non può avere nessuna autonomia nei confronti della materia stessa. Hobbes elimina dunque la res cogitans cartesiana.
Ma Hobbes è anche meccanicista. Ogni cambiamento che avviene nella realtà si riduce a un movimento di corpi o di parti all’interno di essi: tutta la realtà è sottoposta alle leggi del movimento. Lo spazio è il luogo occupato da un corpo, il tempo è l’idea di successione prodotta da un corpo che si muove entro spazi successivi. La conoscenza ha dunque origine dal movimento meccanico percepito dagli organi sensoriali dell’uomo.
Si ha anche nominalismo e convenzionalismo. Sulla riga di Ockham, afferma che i nomi sono solo segni convenzionali. Vengono attribuiti arbitrariamente per comunicare pensieri, ma a essi non corrisponde niente di reale: l’attribuzione ha origine nella convenzione, non nella corrispondenza ontologica tra le parole e le cose. Sono imposti dalla decisione volontaria degli uomini allo scopo di indicare e di contrassegnare i concetti delle cose pensate. Solo l’istituzione dei nomi rende l’uomo capace di scienza.
La verità risiede nella correttezza della concatenazione delle parole che esprimono i fatti mentali, non nelle cose. La verità consiste non nella corrispondenza tra il concetto e la cosa, ma in una corretta disposizione e in un corretto ordine dei nomi all’interno delle proposizioni. Ci sono dunque due diversi campi della realtà: naturale e artificiale. L’uomo ha conoscenza esatta e certa, cioè scientifica, di ciò di cui è lui la causa. La conoscenza della natura è ipotetica e condizionale. In senso stretto, l’uomo può conoscere solo l’artificiale, quindi sono vere scienze solo la matematica, la geometria, l’etica e la politica. Gli oggetti di queste scienze possono infatti essere scomponibili fino a giungere ai loro principi primi, proprio perché si tratta di oggetti creati dall'uomo.
Si insiste su di un fine pratico del sapere. Il fine della filosofia consiste nella sua capacità di prevedere gli effetti a vantaggio della vita umana la scienza aumenta la potenza dell’uomo. Sono quindi utili perché producono beni. Ma accanto a questa interpretazione utilitaristica della filosofia, si ha anche la coscienza che la scienza è anche la causa della maggiore capacità di errare dell’uomo rispetto agli altri animali. È il solo che può servirsi di regole false e di affermazioni ingannevoli, trasmettendole agli altri. L’uomo diventa più potente, ma non migliore.

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