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Scienza e nomi

Dalla sensazione derivano tutte le altre forme di attività conoscitiva: la memoria, che conserva le rappresentazioni anche quando l’oggetto cessa di impressionare gli organi di senso; la fantasia, che crea immagini rielaborando i dati sensibili ricevuti; la ragione che, mediante l’analisi, scompone la sensazione nei suoi elementi semplici per scoprire i princìpi universali, costitutivi di tutte le cose, e, mediante la sintesi, ricompone l’universo associando i princìpi universali.
Questi princìpi universali, detti nozioni generali, sono nomi, cioè segni convenzionali, simboli, con cui gli uomini possono comunicare fra loro e intendere ciò che c’è di somigliante nelle rappresentazioni particolari. Nella realtà esistono soltanto cose individuali e anche nella mente le immagini si riferiscono sempre a qualcosa di particolare: universale, o meglio, generale è solo il nome, riferibile a più cose che fra loro hanno una certa somiglianza. Così, ad esempio, non esiste nella natura l’uomo inteso come essenza universale, ma soltanto una molteplicità di singoli individui: così la mente non possiede la nozione dell’uomo in generale, ma solo l’immagine di qualche uomo particolare che viene estesa, per analogia, ad altri esseri somiglianti. L’universalità perciò è propria delle parole, cioè dei noi, e non delle cose. In questo nominalismo di Hobbes è evidente l’influenza di Guglielmo D’Occam.

La ragione dunque scopre, con l’analisi, le nozioni generali, le indica con un nome, le chiarisce con una definizione e le collega fra loro; con la sintesi, la somma e le sottrae e forma i giudizi, cioè il sapere scientifico.

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