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La tesi da cui ha inizio la riflessione hegeliana è la seguente: “il vero è l’intero”. Hegel ci dice che tutto ciò che è, è l’intero o totalità, e tutto ciò che è fuori dall’intero non è e quindi non è verità, è menzogna, arbitrio, casualità. La totalità si completa attraverso il suo sviluppo, non è statica, è una realtà processuale triadica che si articola in tesi, antitesi e sintesi. La sintesi, dirà Hegel, altro non è che la riproposizione della tesi ma ad un livello superiore. Questo movimento avviene in virtù del fatto che la tesi, che è il vero, deve diventare l’intero. “Vero e intero coincidono” necessariamente ma non immediatamente, bensì in modo mediato. Perché questo si realizzi occorre infatti passare dall’antitesi che, se la tesi cioè il vero coincide con l’essenza, l’antitesi deve essere il fenomeno, ciò che appare, le determinazioni finite, la natura. L’idea è infatti la realtà astratta che ha bisogno di passare attraverso l’altro da sé, per concretizzarsi e diventare viva, pulsante. L’antitesi in Hegel non è strumentale come in Fichte e Schelling ma ha una funzione ineludibile: coincide infatti con le determinazioni finite, che siano esse la natura o gli individui, indispensabili affinché la tesi giunga alla sua concretezza. Da questo accoppiamento tra idea e determinazioni finite si attua la sintesi che Hegel chiama col nome di spirito, l’idea su un piano superiore, che da astratta si è fatta concreta.

Da questo discende uno dei più importanti caposaldi a fondamento della filosofia hegeliana: “tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale”. Significa che reale e razionale coincidono ma attraverso una mediazione: tutto ciò che è razionale deve diventare reale, porsi in altro da sé, le determinazioni finite, e concretizzarsi, farsi vita; similmente tutto ciò che è reale deve diventare razionale, e perché questo accada le determinazioni finite devono negarsi in quanto tali e confluire nella totalità per raggiungere il loro dover essere. Queste secondo Hegel sono infatti manifestazioni parziali del tutto e per questa ragione devono protendere al tutto. Queste manifestazioni parziali del tutto si risolvono acquisendo la consapevolezza di essere parte del tutto e quindi agendo per la totalità, mentre non si attuano se rimangono imprigionate in una logica particolaristica/individualistica.
Una delle conseguenze di questa identificazione di reale e razionale fa sì che si istituisca una perfetta corrispondenza tra la realtà e la comprensione razionale della stessa: l’idea viene studiata dalla logica, la natura dalla filosofia della natura e lo spirito dalla filosofia dello spirito. Un’altra conseguenza risiede nella concezione giustificazionistica: se tutto ciò che è reale è razionale ne deriva come conseguenza logica che tutto ciò che accade ha una sua intrinseca ragion d’essere.

La dialettica
Se si fa eccezione per Eraclito che aveva individuato la Dialettica tra gli opposti come legge del divenire della realtà, la dialettica è sempre stata individuata come legge della mente. Hegel ne fa sia la legge del pensiero, il modo in cui l’io pensa la realtà, sia la legge della realtà, strutturata secondo questa dialettica. La dialettica è quindi sia una legge ontologica sia una legge di sviluppo: indica il modo in cui gli uomini capiscono la realtà, ma mostra anche come la realtà proceda in modo dialettico in cui il processo comporta l‘antitesi, la cesura e quindi un divenire che diviene per opposizione.
La realtà secondo Hegel si dispiega in tesi, antitesi e sintesi: la tesi è definita come momento intellettivo mentre l’antitesi e la sintesi sono definite rispettivamente come momento negativo razionale e positivo razionale.
In Kant l’intelletto presiedeva alla conoscenza scientifica che era fenomenica, mai noumenica mentre la ragione, nella sua pretesa di conoscere il noumeno non riusciva ed era la facoltà del sovrasensibile. L’impostazione hegeliana mostra invece come, se ci fermiamo alla sola conoscenza dell’intelletto, questo conosca separando il soggetto dall’oggetto. La ragione invece unisce passando attraverso l’antitesi e riesce a giungere alla sintesi, unificazione che l’intelletto non è in grado di compiere. Diventa la facoltà attraverso la quale è possibile raggiungere la conoscenza del noumeno.
Il momento intellettivo è fondato sul principio di identità in cui a=a: conosco una cosa nella misura in cui ne colgo la sua essenza. Il limite di questa conoscenza astrattiva è però che per conoscere l’essenza la devo isolare dal contesto, dal divenire in cui egli vive, la devo decontestualizzare.

Hegel cerca invece un modo per cogliere la realtà nel suo divenire: questo lo si può fare solo se mettiamo in relazione l’individuo con ciò che egli non è, il suo opposto. Questo è ciò che si riesce a fare nel momento negativo razionale in cui la negatività, l’opposto, è indispensabile per capire l’individuo.
Il principio di contraddizione è sempre stato criticato: Parmenide, teorizzando che l’essere è l’essere e non può essere il non essere ha dovuto negare la molteplicità, il divenire. Hegel comprende che il modo intellettivo di conoscere comporta come conseguenza l’impossibilità di cogliere il divenire, la vita di un individuo nel suo contesto e sostiene che si debba mettere in relazione ciò che è con ciò che non è. Il vero momento dialettico è l’antitesi, il porsi della tesi nel suo opposto, l’alienazione, che in Hegel significa proprio porsi in altro da sé.
Il terzo momento è quello positivo razionale, il momento della conciliazione degli opposti. È il momento dell’aufèbung, del porre le antitesi e superarle. È così che Hegel teorizza la realtà come “concidentia oppositorum”, coincidenza di opposti mediata dall’antitesi.

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