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Una nuova concezione della conoscenza: è possibile sapere o l’uomo è incapace di conoscere? Ci sono limiti per l’essere umano, e quali?
Parla Sagredo, che ospita Salviati e Simplicio, che introduce sempre l’argomento, proponendo su cosa discorrere. Pochissimo spazio è dedicato alle risposte di Simplicio, si vede esplicitamente quale sia il pensiero di Galilei. Salviati può spiegare per filo e per segno le sue idee, mentre Simplicio risponde con poca intelligenza, sembra non cogliere cosa salviati dice, e con brevità: non è portatore di un’altra idea, ma fa la parte del lettore che non capisce per fare domanda. Galileo lo usa come scusa per essere ancora più chiaro, non è un Simplicio contradditorio che sa esprimere la sua opinione con la stessa bravura di Salviati. L’argomento è la capacità di conoscere e i limiti dell’uomo.
Analisi del testo
Sagredo comincia dicendo che considera temerario (temerità=temerarietà) ossia, un po’ anche presuntuoso che l’uomo pensi di poter misurare ciò che la natura ha fatto. Sagredo espone quest’idea, comincia ritenendo che l’uomo che si ritiene misura di tutte le cose è presuntuoso. Se uno dice di sapere tutto, in realtà non sa nulla: Sagredo dice che se noi sperimentiamo la conoscenza di un solo elemento della natura, c’è molto da conoscere dietro di essa, quindi comprendiamo che conoscere tutto di qualsiasi cosa della Natura è impossibile.

Successivamente Salviati si riferisce a Socrate: dice, in accordo con il precedente, che chi è davvero saggio è colui che si rende conto di sapere poco. Di Socrate (il quale affermava di ‘ sapere di non sapere’, che l’uomo può conoscere ma deve riconoscere che un qualcosa non è alla sua portata e sempre gli sarà ignoto).
Simplicio, invece, si discosta dalla questione, sembra non afferrare la discussione: dice che l’oracolo di Delfi affermò che l’uomo più sapiente dell’epoca era Socrate; ne deriva che uno dei due doveva essere falso, o Socrate che in realtà sapeva, o l’oracolo. Simplicio si chiede dunque dove sta la verità.
Salviati ribatte cercando di spiegare che entrambi avevano ragione: con una cosa banale, che serve però successivamente, afferma che la sapienza infinita è irraggiungibile, quindi di fronte a essa Socrate riconosce i suoi limiti; rispetto a quello che sa lui, c’è un’infinità di cose che non può conoscere, quindi è veritiero ciò che dice. Però c’è sapienza che si può acquisire, anche se minima di fronte a quella infinita: rispetto ai suoi contemporanei, dunque, poteva essere davvero quello più sapiente, quindi nemmeno l’oracolo mente.
Simplicio dice poi che se l’uomo può intendere qualcosa, perché non può intendere tutto? È come se la natura infinita avesse create un intelletto limitato, gli sembra una contraddizione ciò che sostiene Salviati. Quindi o la natura ci ha dato un intelletto illimitato, che può conoscere tutto, o non ci ha dato la capacità di intendere alcuna cosa. Non può esserci via di mezzo, come se la perfetta natura avesse creato un intelletto imperfetto, che non sarebbe specchio di essa stessa: o non c’è, o è perfetto e dunque illimitato.
Prosegue poi Salviati: utilizza due avverbi latini, intensive e extensive (intensamente e estensivamente). Li utilizza per indicare la conoscenza, che può
- Essere estensiva : conoscere poco di più cose possibili, conoscere in esteso. Se si considera questo, quanto un uomo conosce, bisogna ammettere che un uomo non conosce nulla, è poco rispetto alla conoscenza infinita: mille rispetto all’infinito è sempre poco.
- Essere intensiva : conoscere una cosa ma molto bene, quanto intensamente. Salviati sostiene che in questo caso l’uomo può approfondire tanto un argomento da dire di conoscerlo.
Cita poi alcune scienze che rientrano in questa categoria di conoscenza: la matematica e la geometria (è Galilei che lo sostiene, lui fa parlare Simplicio) hanno la capacità di cogliere la verità di alcuni fenomeni, quando noi studiamo un fenomeno attraverso esse, possiamo dire con certezza di essere giunti alla sua conoscenza. Non potremmo mai però dire di conoscerli tutti, cosa che può dire solo Dio.
Simplicio risponde brevemente, senza confutare, pone dei dubbi ma non esprime o espone una teoria che contraddice l’interlocutore. Dice che Salviati è troppo temerario nella sua affermazione.
Infine, Salviati ribatte sostenendo che quello che esprime non è ardito, non dice che l’uomo può conoscere quanto conosce Dio: ma con la matematica si possono conoscere dei fenomeni per la verità che essi esprimono, quindi per alcuni può conoscere come dio. La differenza tra uomo e dio per questi pochi fenomeni è che l’uomo ha bisogno di molti passaggi per conoscerli, mentre dio li conosce per intuito, è più rapido. I teologi dell’epoca considerano questa idea blasfema. Non è possibile che l’unica differenza conoscitiva tra i due sia che l’uno è razionale e l’altra intuitiva.
Con tale brano Galilei sostiene che la matematica possa portare a delle certezze assolute: molti studiosi di epistemologia, studio delle varie discipline per capire se sono considerate scienze, gli criticano questa idea, perché è da tale momento che la scienza si distacca dal mondo pratico per speculare su altro. Per esempio sono calcoli matematici che dimostrano il funzionamento teorico di un buco nero o il moto di un elettrone, ma non è ancora dimostrabile. La matematica è astrazione, non può dare certezza assoluta come una prova empirica.

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