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Galileo Galilei- biografia

Galileo Galilei nacque a Pisa nel 1564 da padre musicista e compositore. La famiglia si trasferì a Firenze e Galileo fu novizio e allievo presso il monastero di Vallombrosa, dove insieme alle letture di latino e greco, imparò il liuto e studiò disegno.
Nel 1581 tornò a Pisa, a diciassette anni s’iscrisse alla facoltà di medicina, presso la quale studiò anche filosofia. Ma abbandonò questa facoltà e, tornato a Firenze, studiò matematica e si iscrisse all’Accademia del Disegno, dove era viva la tradizione degli artisti-ingegneri del Rinascimento italiano.
Filippo Brunelleschi (1377-1446), Lorenzo Ghilberti (1378-1455), Leon Battista Alberti e soprattutto Leonardo da Vinci avevano unito, ciascuno a suo modo, arte, scienza e tecnica e avevano dato inizio a un nuovo stile nelle arti figurative e nell’architettura, influenzando anche lo sviluppo del pensiero matematico e scientifico.
Per intercessione dei Medici, Galileo ottenne la cattedra di matematica all’Università di Pisa (1589), dove insegnò per tre anni, fino al ’92. A questo periodo appartengono le prime osservazioni, scoperte e deduzioni, come quelle sul movimento della lampada del Duomo di Pisa (nel 1590 scrisse il breve trattato De motu) e sulla legge di gravità dei corpi solidi.
L’ambiente pisano non lo accolse bene: Galileo era un docente molto giovane (aveva solo venticinque anni), ironizzava sulla mentalità, sui comportamenti e sulle abitudini degli accademici più anziani, che non condividevano le sue osservazioni sperimentali, le sue scoperte scientifiche e, tanto meno, il suo spirito satirico. Così si dette da fare per ottenere l’insegnamento di matematica a Padova e l’ottenne. La Repubblica veneta concedeva libertà di studio e di pensiero ai docenti e perfino un trattamento economico migliore.
A Padova la grandezza di Galilei potè così esprimersi. Questo periodo determinò una svolta nella sua vita di scienziato, nella quale sempre più l’osservazione empirica e la sperimentazione si univano alle sue conoscenze matematiche. A Padova insegnò astronomia e cosmografìa, tenne un corso su Euclide; perfezionò il compasso militare; commentò l’Almagesto di Tolomeo; nel 1604 scoprì la stella del Serpentario; nel 1609 scoprì e perfezionò la legge del cannocchiale, ne propose subito un primo esperimento a Venezia dalla cima del campanile di San Marco e ne donò un esemplare al Doge. Nel 1610 col cannocchiale osservò le macchie lunari, la via Lattea e i quattro satelliti di Giove (che dedicò ai Medici). Il primo frutto di questo lavoro fu, nel 1610, il Sidereus Nuncius, in cui riferiva i risultati delle sue osservazioni. Di fatto, per mezzo del cannocchiale potè condurre osservazioni astronomiche nuove e precise che gli fornirono la prova evidente della verità del sistema copernicano. In quello stesso anno si trasferì di nuovo a Firenze, in quanto il granduca Cosimo II (1590- 1621), venuto a conoscenza del lavoro che stava conducendo a Padova, aveva deciso di finanziarlo in modo che potesse dedicarsi solo ai suoi studi. Ma la sua attività di ricerca lo portò allo scontro con la Chiesa cattolica. Nel 1613 scrisse una lunga lettera all’amico padre Benedetto Castelli (1577-1643) per chiarire la sua posizione sui rapporti tra scienza e religione.
Fu accusato due volte dall’Inquisizione di portare avanti tesi contrarie alle Sacre Scritture e subì due processi, nei quali gli fu estorta un’abiura, cioè un disconoscimento delle sue affermazioni; la seconda volta nel 1633 fu condannato al carcere a vita. La fama di cui godeva come scienziato gli consentì di ottenere la liberazione, a condizione di rimanere nella sua villa di Arcetri sulle colline di Firenze. Qui morì nel gennaio del 1642, cieco da qualche anno e affranto per la perdita della figlia, Suor Maria Celeste, che aveva tenuto col padre un lungo epistolario.
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