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LA DIFFUSIONE DEL MARXISMO DOPO MARX

Marx riteneva che la rivoluzione da lui auspicata doveva verificarsi nella parte più evoluta dell’Europa ovvero in Inghilterra che nell’Ottocento rappresentava la realtà industriale più progredita. In realtà proprio l’Inghilterra risultò tra i paesi europei la meno permeabile alla diffusione del marxismo. La prima grande rivoluzione in senso comunista, condotta da Lenin in nome di Marx avvenne nel 1917 in Russia, un’area estremamente arretrata dal punto di vista dello sviluppo industriale. Dopo quella Russa si verificò (la rivoluzione comunista) nel 1949 nella Cina rurale e povera di Mao Tse-tung. La Russia e la Cina (insieme ad altre realtà minori dell’Asia e dell’America Latina come Cuba) furono, dunque, le aree in cui nel corso del ‘900 il pensiero Marxista si diffuse non soltanto in chiave teorica ma anche e soprattutto politica. La Seconda Internazionale fu dominata dal socialismo marxista. Se nella Prima Internazionale si assistette soprattutto al conflitto tra marxisti e anarchici in cui prevalsero i primi, nella Seconda il dibattito dominante fu quello tra marxisti “rivoluzionari” (cioè sostenitori della rivoluzione sociale come mezzo inevitabile per l’instaurazione del comunismo) e marxisti “revisionisti” (cioè fautori di un programma di riforme con cui trasformare progressivamente la società).

In contrasto con i revisionisti, il russo Lenin, difende l’idea della rivoluzione violenta da parte del proletariato per rovesciare lo Stato borghese che va abbattuto insieme con le sue istituzioni. L’avvento del comunismo implica una fase transitoria che anche Lenin definisce “dittatura del proletariato” destinata a estinguersi come ogni altra forma di Stato. Lenin attenua la sua idea di una forma di democrazia diretta. Questa infatti implicando la partecipazione di tutti i cittadini al potere legislativo ed eliminando la delega del potere politico ad alcuni rappresentanti, richiederebbe una matura consapevolezza da parte della classe operaia intera, fatto che secondo Lenin non è realizzabile. Infatti egli sottolinea che sarebbe un errore pensare che tutta la classe operaia sia capace di elevarsi alla coscienza e all’attività dell’avanguardia. Secondo Lenin sono indispensabili delle forze che colleghino le personalità più avanzate del movimento operaio al resto della massa, e questa teoria conduce Lenin oltre il pensiero di Marx. Egli identifica queste personalità più avanzate con il Partito Comunista che a suo avviso deve prendersi carico della formazione della coscienza del proletariato. I proletari, contadini e operai, non hanno la preparazione teorica sufficiente, non sono in grado da soli di dare vita a una vera e propria rivoluzione politica capace di ribaltare i rapporti di potere.
[All’interno della socialdemocrazia tedesca i socialisti rivoluzionari si scontrano con l’ala maggioritaria dei revisionisti.]
Una delle personalità più significative in questo contesto è la polacca Rosa Luxemburg la quale è concorda con Lenin sulla necessità della rivoluzione proletaria per trasformare in modo radicale l’economia e la società. Essa mette l’accento sulla creatività delle masse e sulla loro spontanea rivoluzionaria. Luxemburg si allontana dalla concezione leninista e per lei nella prospettiva di Lenin il Partito Comunista si sovrappone alle masse operaie promuovendo non la dittatura del proletariato ma la dittatura sul proletariato. Luxemburg rivendica un democrazia politica che vede la classe operaia internazionale protagonista del proprio destino. Quando la Seconda Internazionale si scioglie a causa degli scontri interni tra i sostenitori dell’intervento nella prima guerra mondiale e i neutralisti, la filosofa si schiera con il fronte pacifista dando vita alla Lega di Spartaco (dal nome del celebre gladiatore Spartaco che aveva capeggiato una rivolta antischiavista contro Roma), che promuoveva la fondazione del Partito comunista tedesco. Viene arrestata in seguito al tentativo fallito di organizzare uno sciopero internazionale contro la guerra e durante la prigionia scrive molti articoli. Viene brutalmente assassinata a opera dell’esercito inviato dal governo socialdemocratico.
Nel 1919 per iniziativa dei bolscevichi russi, nasce la Terza Internazionale o “Internazionale comunista” detta anche “Comintern”, con lo scopo di favorire la nascita dei partiti comunisti in tutto il mondo e di diffondere la rivoluzione. La politica di tale organizzazione subisce una radicale trasformazione con la morte di Lenin e l’ascesa al vertice del Partito comunista di Stalin il quale impone l’idea di socialismo solo in Russia e avvia lo sviluppo economico forzato della Russia instaurando un rigido e isolato sistema totalitario che durerà fino alla morte del dittatore e ancora negli anni successivi nonostante le iniziative di destalinizzazione. Sarà solo con l’ascesa al potere di Gorbaciov che avrà inizio una politica di riforme radicali le quali attivano il meccanismo che porterà alla fine della Guerra Fredda, al crollo del muro di Berlino e alla stessa dissoluzione dell’URSS.
In Italia fu Antonio Gramsci che, contrario alla linea revisionista e appoggiato dalla Terza internazionale, contribuì alla nascita del Partito comunista italiano(1921). Trasferitosi a Torino, Gramsci aveva fondato la rivista “Ordine nuovo” sulle cui pagine si dibatteva quello che era allora un problema fondamentale ovvero la possibilità per il proletariato italiano di darsi una struttura organizzativa di classe (Consigli di Fabbrica). Per lui si dovevano congiungere l’elemento soggettivo (ovvero la coscienza della classe operaia) e l’elemento oggettivo (ovvero la crisi del sistema capitalistico). Gramsci si convinse sempre di più della necessità di dar vita a un partito degli operai, che assumesse cioè la direzione del movimento rivoluzionario. Il pensieri è affidato ai Quaderni del carcere, un ricco repertorio di spunti e riflessioni, temi e problemi sia di carattere politico, sia di genere storico-filosofico e artistico-letterario.
Uno dei concetti originali e interessanti della riflessione gramsciana è quello di egemonia culturale. Secondo Gramsci, non è l’economia la struttura del mondo che determina l’ideologia ma il contrario: l’economia da struttura passa a sovrastruttura e la cultura/l’ideologia diventa la struttura. La borghesia in quanto classe dominante, è riuscita a mantenere la direzione sull’intera società attraverso la subordinazione delle altre classi e con il loro consenso. Gramsci ritiene che gli strumenti di cui il gruppo sociale si avvale per conquistare e conservare il proprio potere sino di due tipi: da un lato quelli repressivi e coercitivi e dall’altro quelli attraverso i quali organizza il consenso. Ciò significa che per Gramsci il proletariato può aspirare a diventare classe dirigente saltando conquistando quell’egemonia culturale che la borghesia protegge e conserva grazie agli “intellettuali organici” (cioè quelle figure di filosofi, letterati, artisti,... i quali operano in stretta connessione con la classe al potere. Il proletariato deve attirare dalla sua parte gli “intellettuali tradizionali” cioè quelli indipendenti per formare una loro classe di intellettuali organici in sintonia con le esigenze dl popolo.
[Per Gramsci il ruolo degli uomini di cultura è fondamentale. Essi devono diventare l’anima del Partito Comunista, il quale ha il dovere di formarli e sostenerli e sviluppare nel proletariato quella coscienza di classe. Riflettendo sulle caratteristiche e sul ruolo del partito, Gramsci riprende il pensiero di Machiavelli affermando che il Partito comunista rappresenta il moderno principe capace di coinvolgere e associare alla propria causa le personalità del mondo culturale al fine di ottenere il consenso della società civile. Il proletariato potrà diventare classe dirigente e dominante se riuscirà creare un’alleanza tra gli operai del Nord e le masse contadine povere e diseredate del Sud. Solo in questo modo sarà possibile sconfiggere l’egemonia culturale esercitata dalla Chiesa cattolica e dalla borghesia.

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