pexolo di pexolo
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Questo frammento è tutt'ora occasione di numerose interpretazioni da parte di studiosi che ne cercano il senso autentico, alcuni ritengono che si tratti di un commento di Simplicio (più che un testo autentico di Anassimandro). Il riferimento alla giustizia (posto che sia anassimandreo) esprime in ogni caso l’idea di una legge necessaria che regola il cosmo, mondo umano compreso e che potremmo inscrivere nel moderno principio “ad ogni azione corrisponde una reazione”; nascere e morire, ad esempio, sono visti come fenomeni necessariamente correlati.

Interpretazioni a confronto: Heidegger, Diels e Kranz, Nietzsche

In Sentieri Interrotti (1950) Heidegger riporta e commenta la traduzione del detto fatta da Nietzsche. Questo aveva omesso “l’uno all'altro”, termine su cui si sofferma invece il filologo Diels nel Diels e Kranz, che sottolinea la reciprocità: giustizia (dike) e malvagità sarebbero da leggere nella reciproca relazione, in quanto presuppongono un rapporto, una relazione intelligibile che i mondi hanno tra loro secondo la necessità temporale; così, ogni qualvolta un universo espia il fìo della propria ingiustizia compie il proprio ritorno al principio, l'àpeiron (l’indeterminato), annullandosi infine nel principio originario. Il fatto che gli universi devono pagarsi reciprocamente il fìo della loro malvagità, implica che anche l’ingiustizia è commessa e interconnessa reciprocamente; stando al frammento, essa sembra connessa al fatto di aver provocato la morte dell’altro universo. Dunque il ritorno all'archè avverrebbe per questo rapporto di reciprocità: un universo, che sta per tornare all'àpeiron sotto la potente pressione del nascituro, deve estinguersi dato che lo spazio che occupa in quel momento non può tenere insieme tutti e due. In Nietzsche la mancata traduzione di allèlois risponde ad una precisa volontà, che certamente va oltre l’intento filologico (non preoccupandosi di tradurre letteralmente il testo) e rappresenta un preciso punto di vista sulla filosofia delle origini (ripreso da Heidegger, con cui può affermare che Nietzsche è l’ultimo dei metafisici). Egli aveva attribuito ad Anassimandro la nascita del pensiero astratto e della filosofia in quanto scrittura, solo con lui sarebbe nata propriamente la filosofia, o meglio, la metafisica; interpreta il frammento in relazione alla vita degli enti: i mondi sensibili, che si avvicendano reciprocamente, non conosceranno mai l’eternità di cui, invece, è provvisto il principio originario; in questo caso il fìo da pagare è la vita stessa, subordinata alle leggi del divenire. Se per Diels nel principio, indifferente a questo mondo, i mondi tornano, per Nietzsche esso è eterno e distante da questo mondo. Non c’è un ritorno al principio, ma l’eterno ritorno dell’identico, estraneo al mondo ed altra cosa rispetto alla successione degli enti; l’immortalità e l’eternità dell’essere originario non consiste in una infinità e in una inesauribilità, ma nel fatto che tale essere è privo delle qualità determinate che portano alla morte e per questo viene chiamato l’indeterminato. L’essere originario si erge sopra al divenire ed esso, in quanto realtà parallela ed immutabile (una sorta di cosa in sé, di noumeno kantiano), è al contempo il garante del divenire degli enti; pertanto, è assimilabile ad un eterno ed infinito grembo materno che esiste e che, pur non essendo partecipe delle leggi del mondo sensibile, viene designato negativamente dall'uomo; infatti, in tale prospettiva il frammento è una descrizione del destino umano, inevitabilmente portato a finire e perciò triste. Per Nietzsche, la possibilità di uscire dalla condanna è rintracciata nella capacità di leggere e vedere nel dinamismo nascita-morte il ciclo della vita e del ritorno: deve far passare l’uomo dal tu-devi, all'io-volli, al così-volli-che-fossi (accettare l’indifferenza degli eventi). Per questo Anassimandro è il padre dell’astrazione: per aver introdotto un principio qualitativamente diverso dagli enti.

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