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Secondo questa concezione, i vari ambiti fenomenici della fisica, dal moto al calore, dalla luce all'elettricità, dall'acustica al magnetismo, dovevano essere ricondotti a un unico modello di spiegazione, quello newtoniano. II modello newtoniano era fondato sull'esistenza di particelle di materia ponderabile, capaci di esercitare reciprocamente forze attratti-ve e repulsive a distanza, e di fluidi imponderabili di vario genere (un fluido calorico, uno elettrico, uno magnetico ecc.), pensati come composti di particelle prive di peso, interagenti a distanza le une con le altre e con le particelle ponderabili. La teoria che regolava il comportamento dei componenti di questo modello era la meccanica: la spiegazione di qualsiasi fenomeno consisteva nella costruzione di un modello meccanico capace di offrire un'immagine razionale dei possibili comportamenti della natura. Così, il fenomeno "suono" veniva spiegato con i moti ondulatori delle particelle del mezzo in cui si propaga (per esempio, dell'aria) e il calore di un corpo con l'agitazione delle sue molecole.

Meccanica e realtà

In molti scienziati vi era prudenza nel valutare il significato da attribuire a questi modelli meccanici. Piuttosto che intenderli come rappresentazioni di realtà effettivamente esistenti, studiosi come Laplace affermavano che la loro funzione era quella di dare unitarietà ai fenomeni fisici, riconducendoli appunto a un unico modello. I grandi successi che il meccanicismo incontrò tra Settecento e Ottocento, tuttavia, indussero molti a ritenere:

1. che i modelli meccanici di tipo newtoniano avessero una vera e propria portata ontologica, fossero cioè in grado di raffigurare la realtà ultima, più profonda, del mondo;

2. che dunque una spiegazione basata su modelli meccanici fosse una spiegazione definitiva, non ulteriormente perfettibile.

Anche se la concezione meccanicistica della fisica cominciò, già nei primi decenni del XIX secolo, a incontrare alcune difficoltà, essa si affermò in tutta l'Europa e rimase il paradigma dominante nelle scienze fisiche fino alla fine del secolo. Solo all'inizio del Novecento si poté assistere al definitivo crollo del meccanicismo.

Termodinamica e meccanicismo


I primi problemi per il meccanicismo sorsero sul terreno dei fenomeni termici. Negli anni venti dell'Ottocento, Joseph Fourier (1768-1830) presentò una teoria del calore di grandissima rilevanza, che lasciava cadere ogni tentativo di dare una rappresentazione meccanicistica dei fenomeni termici e rifiutava ogni discorso sulla struttura ultima del reale. Il suo rifiuto del metodo meccanicistico si basava sulla convinzione che esistesse un'inconciliabilità di principio tra la meccanica e le caratteristiche del calore e che dunque la termodinamica, scienza del calore, si dovesse fondare su principi autonomi, indipendenti da quelli della meccanica. Questo fu quanto avvenne nel giro di poco più di due decenni: alla metà del secolo, la termodinamica era ormai una disciplina autonoma, dotata di principi che sembravano aprire una profonda frattura con ogni rappresentazione meccanica.

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