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Colonialismo spagnolo e portoghese

Il colonialismo portoghese
In seguito alla scoperta dell’America nasce per la Spagna ed il Portogallo il problema di come colonizzare e sfruttare i nuovi territori. Entrambi vogliono trarre il massimo profitto dalle terre d’oltreoceano, ma diversi sono i metodi adottati dall’uno e dall’altro paese. Il Portogallo, poco interessato alla colonizzazione dell’entroterra, si interessa soprattutto dello sfruttamento agricolo delle coste africane ed americane. L’Africa è ricca di oro, avorio e gomma, nonché schiavi che, più adatti degli indios a sopportare la fatica, saranno utilizzati in Brasile sia per le coltivazioni di piante da zucchero sia per lo sfruttamento delle foreste e delle miniere. Qui i portoghesi, dopo circa vent’otto anni, otterranno il pieno controllo della colonia ed instaureranno un governatorato nel 1549.

Il Portogallo ha soprattutto un movente commerciale: desidera infatti creare un arcipelago di capisaldi militari per i propri traffici oceanici. I Portoghesi si spingono sempre di più in Asia. Nel 1516 sono già in Cina, ma giungeranno in Giappone solo nel 1532, 26 anni dopo. Si forma così una vasta rete commerciale sotto il dominio del Portogallo, il quale permette solo a mercanti di sua fiducia di effettuarvi i loro traffici. Purtroppo le mire lusitane si trovano spesso a scontrarsi contro la resistenza dei veneziani e degli arabi, che non vedono di buon occhio il crescente dominio portoghese sul mare. Per risolvere il problema si fortificano i principali scali marittimi lusitani e, mediante colonizzazione, ci si assicura anche il controllo dell’entroterra.
La riluttanza portoghese nell’eseguire grandi opere di conquista non è dovuta ad una grande magnanimità o rispetto per le civiltà conquistate. Tuttavia essa determina aspetti positivi per i popoli sottomessi, di cui le altre popolazioni sotto domini differenti di certo non possono godere: per esempio la possibilità di conservare i loro antichissimi costumi e tradizioni. Infatti, nonostante i Portoghesi attuino verso i territori conquistati un’intensa opera di sfruttamento, essi non arriveranno mai a colonizzare integralmente, né geograficamente né religiosamente, i territori conquistati.
Ne è la prova il fatto che tutti i missionari portoghesi giunti in Asia o in America troveranno molte difficoltà nella loro opera di evangelizzazione, e per ottenere successi, parziali e precari, dovranno adattare il cattolicesimo alla religione delle popolazioni locali. Diversa sarà la questione in America settentrionale, per esempio, dove tutte le civiltà precolombiane sono destinate all’annientamento.

Cortès e la conquista del Messico
Per quanto riguarda invece la Spagna, le opere di Colombo non interessano inizialmente gli spagnoli, sia perché l’Europa è in quel periodo già abbastanza ricca di terre da dissodare, sia perché ben presto ci si rende conto che gli indigeni non possiedono tesori nascosti, come invece si era inizialmente creduto. Inoltre gli spagnoli mirano soprattutto a sbocchi per la via delle Indie, specie ora che i portoghesi cominciano a rappresentare per loro una minacciosa concorrenza. I viaggi in America partono dunque dai mercanti, non dai coloni.
Questo scarso interesse dura però poco ed iniziano da parte degli spagnoli sia le ricerche nel nuovo mondo di giacimenti d’oro, sia la coltivazione, come avevano fatto i portoghesi in Brasile, delle piante di canna da zucchero nelle Antille.
In un primo momento vi vengono utilizzati come schiavi i nativi, ma essi, affranti dall’enorme fatica a cui non sono abituati e a causa dei modi sanguinari con cui le loro rivolte sono sedate, si estinguono presto. Vengono rimpiazzati perciò da schiavi neri provenienti dall’Africa, molto più docili e mansueti, spesso venduti dai loro stessi capi tribù.
Il fenomeno della schiavitù, che l’Europa aveva conosciuto prima d’allora quasi esclusivamente ad uso domestico, adesso si generalizza. Oltretutto il rifiuto del lavoro manuale da parte dei coloni iberici fa sì che si formi nel nuovo mondo una società di stampo feudale, basata sullo sfruttamento degli schiavi. Un grande contributo è dato dai “conquistadores”, avventurieri giunti in cerca di fortuna dall’Europa. Molto giovani (l’età media è trent’anni), sono assetati di ricchezza e prestigio. In pochi anni essi prevalgono su civiltà evolute, assicurando al proprio re numerosissime terre.

Il primo conquistatore è Cortés che sbarca in Messico con 600 uomini e 11 navi. In due anni egli distrugge l’Impero Azteco. Sebbene infatti gli Aztechi siano evoluti, in maggioranza, e le poche armi da fuoco spagnole non siano in grado di assicurare la meglio agli invasori, Cortés riesce a metter loro contro i popoli da essi assoggettati, a cui resta ancora impresso il ricordo dei loro cari sacrificati. Inoltre tra gli indios scoppiano numerose epidemie portate dall’Europa, come il vaiolo.

Pizarro e la caduta del regno Inca
Francesco Pizarro, altro famoso conquistatore spagnolo, comincia invece, nel 1531, la penetrazione negli attuali stati del Perù e del Cile. Lo attraggono le numerose ricchezze di cui -si dice- siano possessori gli Inca. Gli inca, però, molto più uniti e militarmente organizzati degli Aztechi, fronteggiano bene gli spagnoli. Per sconfiggerli Pizarro uccide allora il loro capo, che si era presentato agli spagnoli disarmato. Ma la battaglia è ancora difficile. Gli Inca si spostano infatti sulle Ande e, guidati dai loro ultimi due sovrani, preparano una guerriglia. Ci vogliono quarant’anni per sconfiggerli del tutto, e nel frattempo vengono fondate dagli spagnoli le città di Quito e Santiago del Cile.

L’organizzazione amministrativa dell'America latina a seguito della conquista spagnola
Dopo l’opera di colonizzazione da parte dei “conquistadores”, i sovrani si preoccupano di regolare i nuovi territori.
Nel frattempo Cortés muore, dopo essere caduto in disgrazia in seguito alle controversie con il governatore iberico. Pizarro viene invece assassinato dai partigiani del suo compagno d’avventura Diego de Almagro, che lui stesso aveva ucciso in precedenza per liberarsi di un pericoloso concorrente.

La Spagna vorrebbe:
1) Tutelare i propri domini e controllarli;
2) Nello stesso tutelare anche i nativi, spesso vittime di crudeltà da parte dei colonizzatori.
Nel 1503 viene istituita la Ccasa de contratazion, per controllare gli scambi, in particolare di materiali preziosi, fra le colonie e la madrepatria.
Nel 1524 si ha invece l’organizzazione del Consiglio delle Indie, che si preoccupa del controllo delle colonie.
Le terre conquistate da Cortés e da Pizarro vengono divise in due vicereami. I vicereami sono a loro volta divisi in province, dove vi sono consigli di funzionari detti “audiciendas”. La Chiesa provvede invece a mandare missionari domenicani e francescani che convertono le popolazioni locali, sebbene queste rimangano sempre molto legate ai loro vecchi costumi pagani. La speranza di far fortuna e arricchirsi spinge intanto molti spagnoli ad emigrare in quella che sarà chiamata “America latina”. Vengono costruite città e anche tre università. La scoperta di numerosi giacimenti d’oro e d’argento fa sì che la regioni si sviluppi rapidamente.

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