pexolo di pexolo
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Sofista

In una prima accezione, il sofista è visto solitamente secondo quell'accezione negativa data da Platone, che li ha paragonati a “prostitute” proprio in riferimento al pagamento degl'insegnamenti che essi elargivano. La sua figura è vista come insidiosa, capace di trascinare il linguaggio umano in una spirale “mistificante” che minaccia la vita e la sfera della cultura; egli si esplica mediante discorsi di parata, che tendono a sopraffare l’interlocutore, in cui adotta un linguaggio espressivo, plasmativo e che riesce in ogni caso a sopraffare l’interlocutore, ma anche ad affascinarlo e a vincerlo. La parola è un’arma, è strumento di persuasione, “la parola è un gran dominatore che con piccolissimo corpo divinissime cose sa compiere; riesce infatti a calmar la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia, ad aumentar la pietà”. Occasionalmente, egli si pone anche in ascolto dell’altro, ma pur sempre con un fine, il suo è un ascolto teso a captare i punti deboli, per poi sferrare la stoccata che annienta definitivamente l’avversario. Lui crede di avere la verità e, anche se non possiede la verità ma un’apparenza di verità (fatta di opinione: è un’apparenza di opinione), si dispone in ogni possibile forma bellica e di predazione linguistica. “Nell'intellettualismo il sofista si trova a suo agio, perché là soltanto egli può realizzare con tenacia lo scopo di intendere sempre lo sviluppo del pensiero come qualcosa di diverso da ciò che è. I suoi pensieri hanno una coerenza sillogistica cosicché, facendo uso di uno strumento logico con cui ogni pensatore ha dimestichezza, egli può guadagnarsi un successo momentaneo (che è quello che conta, l’afferrare nel momento una data presa di posizione); fa uso della dialettica in modo tale da poter trasformare ogni comunicazione nelle antitesi più ingegnose: si scatena con intuizioni ed esempi senza mai arrivare alla radice del problema (il suo è un discorso puramente doxastico). Prospera nella più grossolana razionalità, poiché egli parla sempre in vista dell’effetto, senza alcun interesse per una vera intuizione; l’emotività della sua retorica professione di risolutezza gli consente di sfuggire come un’anguilla da qualunque compito gli sia difficile da svolgere. Dalle sue parole non può nascere niente, perché sono soltanto chiacchiere vuote: quelli che hanno a che fare con lui sprecano solo tempo ed energie; queste descrizioni potrebbero continuare in modo interminabile, esse s’incentrano su di un potere senza nome, che potrebbe segretamente impadronirsi di tutto allo scopo di trasformarci in esso, oppure allo scopo di escluderci dalla vita” (Jaspers). “Il linguaggio sofistico sembra avere quasi una sua robotica autonomia, per cui si estende e si accresce senza più attingere alle dinamiche sorgive che tendono a leggere e a parlare oltre il linguaggio della logica” (Gemma Corradi Fiumara).

Filosofo-Re

Il platonico filosofo-re è un personaggio che non ha, come il sofista, tempo per l’ascolto, che non riesce a convivere con l’interlocutore perché egli conosce il fondamento del pensiero; può mettersi in ascolto, ma soltanto in determinate circostanze, in quanto egli riesce a controllare un volume di conoscenze e di informazioni superiore a quello di ogni altro tipo da pensatore. Il filosofo-re, tutto preso dalla gestione quasi “illuminata” del potere, è dotato di un linguaggio apparentemente dialogico, mentre è in grado di coinvolgere con un potere estenuante, snaturando il suo compito dialettico; in Platone, egli è un ipotetico sovrintendente della cultura, che conosce il terreno comune a tutti (l’epistemologia) e, consapevole dell’entroterra culturale di ciascuno, sa come articolare il suo pensiero, anche quando il pensatore stesso lo ignora: egli sa su cosa poggia il pensiero di ognuno di noi.

Filosofo socratico

Il filosofo socratico è un mediatore, in grado di gestire una convivenza tra i vari discorsi, proprio perché ha una grande capacità di ascoltare, tale da non indurlo alla sopraffazione dell’altro, ma ad un accordo con questi, o quantomeno ad una speranza di accordo. Presso di lui, anche i pensatori più ermetici vengono «amabilmente tirati fuori dai loro “circuiti simbolici” troppo isolati» (Rorty), cioè dal loro esperito, dal quel vissuto che essi non riescono a far assurgere a linguaggio: «[Teeteto] non riesco a persuadere me stesso di potere rispondere qualcosa i maniera adeguata […] [Socrate] È che tu hai le doglie, caro Teeteto, perché non sei vuoto, ma gravido» (Teeteto); cioè gravido di un mondo interiore così vasto da non riuscire a tradurlo in parola. Per un pensatore socratico il dialogo ascoltante viene così, quasi devotamente, coltivato, per cui il disaccordo fra le varie discipline, discorsi, posizioni viene opposto, superato o trasceso quasi in un compromesso spontaneo, che mira soltanto alla fecondità del dialogo stesso; egli mira a cogliere le relazioni tra i differenti discorsi, come tra le linee di una possibile conversazione che non presuppone matrici disciplinari comuni ai dialoganti, ma che cerca semplicemente la speranza dell’accordo o di un disaccordo “stimolante”, dove la ricerca è intesa come normale conversazione ascoltante. Il linguaggio socratico si pone in una radicale alternativa a quello del sofista: per Socrate l’ascolto è sostenuto dal vero spirito maieutico, che mira a far nascere il pensiero nell'altro. Un tale linguaggio non si ricollega ad un lògos come dire (Gadamer), ma come λέγειν (Heidegger), che ha la capacità di raccogliere, di serbare, di porre innanzi e quindi, in ultima analisi, di accogliere in sé il linguaggio dell’altro: è un linguaggio che mira ad ascoltare in modo rigoroso, autentico e genuino tutto ciò che appartiene al vissuto dell’altro, al ciò ch'egli vuole trasmetterci (simbolicamente); il linguaggio è un «posare raccogliente» (Heidegger), dove l’ascolto costituisce la sua stessa essenza. Tutto l’opposto del “lògos dimezzato”, che scaturiva dai dialoghi dei sofisti o del filosofo-re, esso è un “lògos reintegrato”, grazie a una tale capacità di ascolto e di parola (che colpisce tenacemente e pazientemente l’ascolto per potenziare la crescita dell’interlocutore, che è sempre un “soggetto in fieri”, vivo, in grado di rendere conto di sé, delle sue esperienze, attraverso il dialogo). Il suo un discorso che nasce “dal caso”, in quanto occasionale, che sorge all'improvviso proprio perché sollecitato dalle circostanze della vita in cui si trova: «nasce dal contatto vivo del caso, condotto con “l’arte di trattare le persone” e la pregnanza di spirito di una libera conversazione» (Karl Giusti).

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