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Dolore come impedimento all'autoaffermazione


La nostra colpa è la volontà di vivere, per questo tendiamo a introdurre incessantemente il conflitto. Il dolore è un fatto universale e senza fine, perché ogni impedimento è sofferenza, e ovunque c’è volontà c’è impedimento. La soddisfazione poi non è mai durevole, non esiste un fine ultimo a cui tendere. Il dolore cresce con la crescita della conoscenza, tanto maggiore è la volontà, tanto maggiore è l’umano soffrire. Tutto nella vita è dialettica di dolore.
Nel IV libro del Mondo come volontà e rappresentazione è possibile enucleare diciassette sfumature della prospettiva doloristica di Schopenhauer. Si afferma di poter offrire un obiettivo generale, cioè mostrare l’inevitabile correlazione tra dolore e vita.
Ogni impedimento all’autoaffermazione della propria volontà è dolore, sia a livello individuale che collettivo. Paralisi dell’autoaffermazione. Quando l’impedimento è tolto, quando un fine è raggiunto, si ha momentanea soddisfazione e benessere.
Il dolore è un fatto universale senza fine e senza fini, non una un telos ed è interminabile. Infatti, fino a che è insoddisfatto, genera soffrire, ma nessun soddisfacimento è durevole.
Tanta è la conoscenza, tanto più si accresce il dolore. Un doppio livello, sia nella scala evolutiva di animale-uomo, ma anche nel livello intellettivo dell’individuo.
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