Mongo95 di Mongo95
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Per quanto riguarda la visione cristiano medievale, il dolore era spesso colto come un evento unicamente sacrificale non disgiunto da un’ambigua contrattazione in ottica di redenzione. È l’ipotesi doloristica. La sofferenza, se ben accetta, eleva l’anima e compiace alla divinità. Benchè ampiamente diffusa in ambito cristiano, non è però compatibile con l’autentica lettura del dolore di Cristo. Il dolore è il luogo della solidarietà tra Dio e l’uomo, solo nella sofferenza possono congiungere i loro sforzi. Estremamente tragico che solo nel dolore Egli riesca a soccorrere l’uomo ed egli giunga a redimersi ed elevarsi a Dio. Ma è proprio in questa cosofferenza divina e umana che il dolore si rivela come unica forza che riesce ad avere ragione del male. Il dolore è l’antidoto nei confronti del male. Il nesso vivente tra divinità e umanità, copula mundi, ed è per questo che la sofferenza va considerata come il perno della rotazione tra positivo e negativo, il fulcro della storia, pulsazione della realtà, vincolo tra tempo ed eternità. La potenza del male è grande, ma la potenza del dolore è maggiore, ed in esso risiede l’unica speranza di debellare il male, che, in un’epoca dilaniante, è l’energia nascosta del mondo, per fronteggiare ogni tendenza distruttiva. Dio stesso soffre, determinando un’intersezione nella vita dell’eterno e del tempo.

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